Una questione pubblica in continua trasformazione

Negli ultimi cinquant’anni, i movimenti femministi e i centri antiviolenza hanno saputo affermare che la violenza maschile contro le donne è una questione pubblica, anche quando agita nel privato delle relazioni d’intimità, e che, come tale, va affrontata. Recentemente, molte voci, da Elena Cecchettin in Italia a Gisèle Pelicot in Francia, hanno fatto potentemente risuonare i propri vissuti nel discorso mainstream, ricordando che questo tipo di violenza non è un’emergenza, un’eccezione o una devianza da affrontare soltanto sul piano penale, bensì una questione sistemica che richiede una radicale trasformazione sociale, culturale ed economica.

I dati ISTAT fotografano anch’essi un cambiamento lento ma reale: tra il 2006 e il 2014 le donne che non hanno parlato con nessuno della violenza vissuta sono scese dal 32,5% al 22,4% (22,5% nel 2025), mentre quelle che si sono rivolte a un centro antiviolenza sono quasi triplicate tra il 2006 e il 2025 (dal 2,8% all’8,7%). L’attività dei centri antiviolenza e dei movimenti, assieme ai bisogni espressi dalle donne, hanno portato all’adozione di politiche pubbliche e alla strutturazione di un sistema di prevenzione e contrasto del fenomeno, orientato sia al sostegno dei percorsi di fuoriuscita dalla violenza, sia allo sviluppo di strategie capaci di produrre il cambiamento socio-culturale necessario a rimuovere le cause stesse della violenza.

Le sfide sono molteplici, dal riconoscimento della portata strutturale del fenomeno, alla necessità di evitare risposte emergenziali, alla capacità di stare al passo con mutamenti sociali che diversificano le forme di violenza agita, come ad esempio l’uso massivo delle tecnologie nelle relazioni della vita quotidiana. La ratifica della Convenzione di Istanbul nel 2013 ha rappresentato una tappa decisiva nel riconoscimento della violenza di genere come questione di interesse pubblico.

Tuttavia, come proponiamo nell’articolo pubblicato su Politiche Sociali/Social Policies 1/2026, che introduce al focus tematico “Le politiche antiviolenza nella trasformazione delle politiche sociali”, restano aperte domande cruciali: che tipo di politiche sono quelle antiviolenza? Come coordinare prevenzione, protezione e punizione? Quali attori possono incidere sulle cause strutturali della violenza? E come evitare che la regolamentazione pubblica finisca per limitare il potenziale trasformativo che ha caratterizzato storicamente il lavoro dei movimenti femministi e dei centri antiviolenza?

Le lenti per interpretare le politiche antiviolenza

Per orientarsi in un campo attraversato da molteplici tensioni, l’articolo propone alcune lenti interpretative.

La prima prende le mosse dal lavoro di Nancy Fraser che analizza la costruzione delle politiche distinguendo tre fasi, ognuna delle quali frutto di decisioni di tipo politico: stabilire se un bisogno è di interesse pubblico, interpretarlo, definire chi se ne occupa e con quali risorse e modalità. Una seconda lente guarda ai modelli che leggono le strategie di intervento a partire dal loro obiettivo: da un lato, la criminalizzazione dei comportamenti violenti e, dall’altro, la regolamentazione del sistema di protezione e contrasto tramite finanziamenti pubblici. Se la prima ha, tra i suoi limiti, quello di intervenire solo dopo che la violenza è avvenuta senza incidere sulle cause sistemiche, la seconda, pur sostenendo concretamente i percorsi di uscita e prevenzione, rischia di proporre risposte frammentate ai bisogni generati dalla violenza e orientate da standardizzazioni che risultano riduttive rispetto alla complessità del fenomeno. Un terzo strumento analitico è rappresentato dai modelli proposti da Verloo e da Krizsán e Popa, che nel contesto europeo hanno categorizzato diverse politiche nazionali sulla violenza domestica in base a diagnosi e prognosi, ossia considerando come il problema viene definito, quali soggetti sono coinvolti, quali soluzioni vengono individuate. Secondo le loro mappature, solo l’approccio di genere “trasformativo”, o della structural gender equality, affronta la violenza come espressione delle asimmetrie di potere prevedendo strategie per modificarne le cause socioculturali.

Nell’articolo, queste lenti si accompagnano a una postura women oriented e a una prospettiva intersezionale. L’approccio intersezionale è infatti indispensabile per riflettere sugli interventi e le politiche, considerando sia come alcune categorie di donne (disabili, anziane, lesbiche, persone trans, sex worker) rischino di restare ai margini dell’analisi, sia le specifiche declinazioni tanto delle forme di violenza, quanto dei percorsi di fuoriuscita.

I contributi del focus di Politiche Sociali/Social Policies

A partire da questo impianto teorico il focus della rivista raccoglie cinque contributi che analizzano il lavoro quotidiano nei sistemi antiviolenza in Italia, Portogallo e Catalogna, focalizzandosi in particolare su quelli che nella Convenzione di Istanbul sono definiti soggetti specializzati, ossia centri antiviolenza o shelters, e programmi per autori di violenza.

Il contributo di Anna Gadda analizza relazioni, tensioni, sfide e alleanze tra centri antiviolenza femministi e istituzioni politiche in Italia, considerando anche processi molto concreti come la costruzione e condivisione di un lessico specifico, in cui siano visibili gli spazi di autodeterminazione delle donne in situazione di violenza. Neca, Pinto e Neto analizzano gli interventi di accompagnamento alla fuoriuscita dalla violenza in Portogallo a partire dall’esperienza delle donne disabili: mettendo in luce le forti lacune nella preparazione del sistema ad affrontarne le specificità dei bisogni, propongono un’interpretazione che può essere estesa anche ad altri contesti, adottando un approccio intersezionale.

Il saggio di Costantini, Bertolani e Capalbi ricostruisce invece l’evoluzione dei ruoli professionali e delle pratiche quotidiane dei centri antiviolenza femministi all’interno dei mutamenti del welfare locale in Emilia-Romagna. Caterina Peroni concentra l’analisi sui centri per autori di violenza, mettendo in luce le tensioni attorno al loro riconoscimento e al bisogno di sicurezza delle donne.

Infine, l’articolo di Reguero-Jiménez analizza il caso catalano mostrando le sfide per un welfare multilivello, a partire da un’esperienza locale in cui il sistema di contrasto alla violenza è stato rafforzato attraverso riforme legislative, l’integrazione di un approccio femminista e l’incorporazione di una prospettiva di genere nelle politiche pubbliche: un sistema in cui tuttavia, rimangono criticità legate a risorse limitate, sovraccarico dei servizi sociali e legali, difficoltà di coordinamento.

Tensioni tra spinta dal basso e regolazione istituzionale

Il filo rosso che unisce i diversi contributi raccolti nel focus è la restituzione di una tensione costante e irrisolta che attraversa l’intero campo dell’antiviolenza.

Da un lato, infatti, vi sono le spinte dal basso (i movimenti femministi, i centri antiviolenza e le realtà dell’associazionismo e del privato sociale specializzato che operano sui territori) che storicamente hanno agito come precursori di un welfare partecipato, mobilitando risorse locali, aprendo spazi di libertà e stimolando l’azione dei decisori pubblici.

Dall’altro lato, si colloca la regolamentazione istituzionale che, pur offrendo opportunità fondamentali in termini di risorse e potenziale riconoscimento del lavoro dei centri antiviolenza, tende a imporre logiche standardizzate di efficacia ed efficienza a discapito della peculiarità delle loro metodologie. Questa spinta dall’alto rischia di limitare la forza originaria dell’approccio trasformativo di cui le organizzazioni femministe che gestiscono i centri antiviolenza sono storicamente portatrici: i processi di professionalizzazione e burocratizzazione già registrati in altri Paesi, rischiano di ridurre l’azione dei centri a mero adempimento amministrativo.

Il pericolo reale è, in altre parole, la depoliticizzazione di un campo nato invece come terreno di conflitto e di radicale rivendicazione sociale, circoscrivendo la risposta alla strutturazione di un sistema di servizi dedicati, senza però affrontare la sfida della trasformazione sociale, culturale, politica necessaria a rimuovere le cause stesse della violenza.

Implicazioni per le politiche pubbliche

In questa direzione, nell’articolo pubblicato su Politiche Sociali/Social Policies 1/2026, invitiamo i decisori pubblici a riflettere sugli effetti paradossali di un sistema antiviolenza burocratizzato e standardizzato la cui unica funzione sia quella di erogare servizi e prestazioni. Per evitare il rischio di abdicare al potenziale trasformativo delle politiche pubbliche è necessario innanzitutto riconoscere un ruolo attivo ai centri antiviolenza fondati sui saperi e le competenze maturate dall’esperienza femminista anche nei processi di co-programmazione e co-progettazione sostanziale delle politiche, sia a livello territoriale, sia a livello nazionale. Gli esiti della tensione tra l’approccio trasformativo e la logica meramente amministrativa appaiono infatti ancora indefiniti. Il confronto pubblico e la ricerca scientifica hanno il compito di continuare ad alimentare questo dibattito.

 

I Policy Highlights di Politiche Sociali/Social Policies Questo articolo sintetizza alcuni degli esiti del lavoro pubblicato sul numero 1/2026 di Politiche Sociali/Social Policies, rivista edita dal Mulino e promossa dalla rete ESPAnet-Italia. Per maggiori dettagli e citazioni: A. M. Toffanin, F. Proia e B. Busi, Per un’anatomia delle politiche di prevenzione e contrasto alla violenza di genere, in «Politiche Sociali/Social Policies», 1/2026, pp. 3-16.

 

Foto di copertina: Anna Shvets, Unsplash.com