Quando si parla di sviluppo locale, emerge con forza una consapevolezza fondamentale: finanziare non basta. Negli ambiti marginali e nelle aree interne, la mera erogazione di contributi economici rischia di rivelarsi inefficace se non accompagnata da un’azione strategica di facilitazione e animazione territoriale.

Questo cambio di paradigma trova un’esemplificazione concreta nella ricerca-azione focalizzata su Fondazione Valtes, attiva in un bacino di circa 50.000 abitanti esteso, come è possibile osservare in Figura 1, tra Bassa Valsugana, Tesino, Canal del Brenta e Feltrino Occidentale1. Si tratta di un contesto plurale che travalica i confini amministrativi tra Trentino e Veneto, accomunato dalla medesima perifericità socio-geografica. Questi territori affrontano le criticità tipiche delle zone montane, quali calo demografico, invecchiamento della popolazione, contrazione dei servizi e frammentazione della partecipazione civica, come evidenziato da Confluenze Territoriali, il rapporto socio-economico annuale della Cassa Rurale Valsugana e Tesino (2023).
Tuttavia, al di sotto di queste fragilità si cela un denso patrimonio di competenze, memorie e reti informali che gli indicatori statistici tradizionali non riescono a cogliere. La divisione amministrativa rischia infatti di separare comunità contigue che vivono dinamiche analoghe. In questo contesto, promuovere sviluppo significa superare i confini formali per consolidare e dare continuità alle relazioni sociali ed economiche del territorio. In questo scenario, Fondazione Valtes supera la classica logica erogativa delle fondazioni bancarie2 per assumere il ruolo di piattaforma abilitante. L’obiettivo non è assegnare sussidi a pioggia, ma attivare il capitale umano latente e stimolare processi di auto-organizzazione. Da qui nasce la scelta di sperimentare le mappe di comunità.
Le mappe di comunità e la nuova filantropia territoriale
La comunità si configura come un attore sociale capace di produrre conoscenza situata, attivare reti di reciprocità e orientare lo sviluppo locale. In contesti segnati dalla crescente desertificazione sociale e culturale, la sfida consiste nel costruire e sostenere nuove pratiche di ingaggio civico. Si inserisce qui la prospettiva di Alberto Magnaghi (2010), che individua nella trasformazione della partecipazione in progetto locale la chiave per un percorso attraverso cui gli abitanti elaborano una rappresentazione condivisa del patrimonio ambientale e culturale, integrando saperi locali e conoscenze umane diffuse.
Le mappe di comunità rappresentano la traduzione operativa di questa visione. Nate in Inghilterra negli anni Ottanta come parish maps su iniziativa di Common Ground, esse si collocano all’intersezione tra salvaguardia del paesaggio, antropologia dei luoghi e democrazia deliberativa. L’obiettivo è restituire centralità al sapere esperienziale dei residenti attraverso dispositivi narrativi capaci di ricomporre memorie, prassi quotidiane e significati condivisi (Clifford et al. 2006). A differenza della cartografia topografica tradizionale, fondata su misurazioni metriche e neutrali, una mappa di comunità accoglie la dimensione qualitativa e affettiva dello spazio (Figura 2). In questo processo di auto-rappresentazione dal basso, gli abitanti smettono di essere fruitori passivi per diventare produttori attivi di significato (Madau, 2015). Il territorio non viene semplicemente descritto, ma interpretato attraverso l’esperienza quotidiana e la maturazione di una vera e propria coscienza di luogo (Magnaghi, 2010). La mappa di comunità si configura così come un dispositivo generativo e qualitativo, capace di convertire la memoria e il sapere locale in azioni condivise di cura, tutela e autogoverno del territorio (Magnaghi, 2005).
La promozione e l’adozione di tale strumento da parte di una fondazione bancaria rappresenta una interessante novità istituzionale. Tradizionalmente, le fondazioni bancarie operano come enti erogatori “a valle”, chiamati a valutare e finanziare progetti elaborati da terzi tramite bandi. In questo schema, la fondazione si limita a distribuire risorse finanziarie, ponendosi come interlocutore passivo (progettare per). La scelta di Fondazione Valtes di promuovere lo strumento della mappa di comunità scardina questo paradigma, delineando un nuovo ruolo per la filantropia territoriale (progettare con). Promuovere un processo di community mapping significa infatti:
- Investire sulle relazioni, non solo sui fondi: la Fondazione sostiene la rete sociale emotiva che permette al territorio di auto-rappresentarsi.
- Passare da giudici a facilitatori: l’ente supera la semplice valutazione dei bandi per stimolare l’emersione di bisogni e competenze nascoste.
- Guidare gli investimenti con dati reali: la mappa diventa una bussola strategica per orientare le risorse dove servono davvero, evitando i finanziamenti a pioggia.

Il valore euristico dell’operazione non risiede nella sola mappa come output grafico finale (map), bensì nel processo collettivo di costruzione (mapping) che essa innesca. Riconoscere la mappa di comunità come risorsa strategica significa quindi ridefinire i confini della filantropia locale. Il contributo monetario cessa di essere il fine dell’azione istituzionale per diventare un mezzo a supporto dell’empowerment comunitario.
Mettere in pratica la mappa di comunità
Traducendo le premesse nel concreto passaggio operativo sul campo, la sperimentazione promossa da Fondazione Valtes ha trasformato l’affiancamento territoriale in un cantiere di ricerca-azione. Il percorso si è articolato su scala sovracomunale tra Bassa Valsugana, Tesino e Canal del Brenta, escludendo il Feltrino occidentale per evitare sovrapposizioni con processi partecipativi già in atto e agire dove sussisteva un effettivo vuoto di opportunità.
Attraverso workshop guidati dalla metodologia del World Café, gli incontri hanno riunito l’intero sistema sociale locale – società civile, attori di Mercato, enti del Terzo Settore e Pubblica Amministrazione – attorno a tre tavoli tematici: patrimonio paesaggistico-ambientale, comunità educante e medicina di comunità. In questo contesto, Fondazione Valtes ha superato il ruolo di erogatore passivo per farsi regista della facilitazione attraverso il gruppo di lavoro Alleanza Educativa, nato dalla collaborazione con l’Impresa sociale L’aratro e la stella.
L’analisi dell’esperienza rivela una pluralità di dimensioni multilivello:
- Per il territorio, la mappa è stata uno strumento di conoscenza situata, capace di far emergere risorse informali e fragilità che sfuggono alle rilevazioni statistiche tradizionali.
- Per i partecipanti, ha agito come dispositivo relazionale, favorendo la de-settorializzazione dei linguaggi e la nascita di connessioni inattese tra attori storicamente isolati.
- Per Fondazione Valtes, si è configurata come bussola strategica, utile per orientare le politiche erogative.
- Per la comunità, ha rappresentato un meccanismo di empowerment, stimolando un ingaggio civico consapevole e orientato all’agire collettivo.

L’osservazione analitica ha tuttavia evidenziato risposte territoriali fortemente asimmetriche. In Trentino, dove Fondazione e Cassa Rurale Valsugana e Tesino costituiscono presidi storici, la normalizzazione delle iniziative ha generato un’adesione più fredda e routinaria, sintomo di una potenziale saturazione partecipativa. Al contrario, nel Canal del Brenta (Veneto), dove la presenza istituzionale è più recente, il percorso è stato accolto come un’inedita opportunità di ascolto, registrando un’affluenza numericamente ed emotivamente elevata.
Tale frattura dimostra che i dispositivi partecipativi non sono mai neutrali, ma reagiscono al grado di radicamento e alla storia relazionale del contesto. Se da un lato le mappe di comunità hanno funzionato come pretesto strutturato per generare capitale sociale, dall’altro hanno mostrato limiti legati ai costi logistici e all’auto-selezione dei partecipanti, che rischia di privilegiare le élite associative già strutturate. Per Fondazione Valtes, la sfida futura consisterà nel trasformare queste criticità in linee guida per un’azione abilitante e generativa davvero equa e inclusiva.
Ripensare la filantropia territoriale: le lezioni del caso Valtes
I risultati del percorso condotto con Fondazione Valtes mettono in luce un paradosso tipico delle aree interne: il territorio possiede un forte capitale umano e relazionale, ma fatica ad attivare autonomamente processi collettivi duraturi. L’esperienza dimostra che la partecipazione civica non nasce da sola ma richiede metodi chiari e spazi di facilitazione dedicati. Quando questi elementi ci sono, le comunità rispondono mettendo in circolo competenze, risorse e nuove forme di cooperazione.
Dal caso di Fondazione Valtes emergono indicazioni preziose per ridefinire il ruolo delle fondazioni bancarie nello sviluppo locale, sintetizzabili nell’assunto che finanziare non basta:
- Il ruolo istituzionale: da mero bancomat a piattaforma di accompagnamento. La distribuzione a pioggia di contributi rischia di alimentare dinamiche assistenziali e competizioni tra attori locali. Valtes dimostra la validità di un cambio di passo, affiancando l’erogazione economica con il tutoraggio metodologico, la consulenza e la facilitazione, diventando un partner strategico per la crescita del territorio.
- Il metodo operativo: il processo prima del prodotto per co-progettare con la comunità. Le mappe di comunità si sono rivelate uno strumento efficace per scardinare le logiche erogative tradizionali. Il vero valore dell’operazione non sta nel documento finale (map), ma nel percorso partecipativo (mapping). Questa logica ha permesso di far sedere allo stesso tavolo scuola, imprese, enti locali e Terzo Settore, spostando il focus dal progettare per la comunità al progettare con la comunità per generare un reale empowerment locale.
- La governance territoriale: consolidare la fiducia e ricucire i divari territoriali. La partecipazione non si stimola con bandi formali o avvisi burocratici, ma con la presenza costante sul campo e la valorizzazione dei punti di riferimento locali. Il percorso ha fatto emergere le storiche fratture tra centro e periferia e i limiti di adesione da parte del mondo produttivo e giovanile. La sfida futura per la fondazione risiede proprio nel riequilibrare il proprio baricentro territoriale, evitando modelli omogenei per promuovere forme di co-progettazione capaci di dare voce anche alle aree e ai gruppi più isolati.
Riferimenti bibliografici
- Cassa Rurale Valsugana e Tesino (2023), Confluenze territoriali. Rapporto socio-economico annuale dei territori della Bassa Valsugana, Tesino, Canal del Brenta e Feltrino Occidentale.
- Clifford, S., Maggi, M. e Murtas, D. (2006), Genius loci. Perché, quando e come realizzare una mappa di comunità, Torino, IRES Piemonte.
- Fondazione Valtes ETS (s.d.), Statuto della Fondazione Valtes ETS.
- Legge 30 luglio 1990, n. 218, Disposizioni in materia di ristrutturazione e integrazione patrimoniale degli istituti di credito di diritto pubblico (c.d. Legge Amato-Carli).
- Madau, C. (2015), «Le mappe di comunità: esperienze di cartografia partecipata per lo sviluppo locale», in Atti della XIX Conferenza Nazionale ASITA.
- Magnaghi, A. (2005), «Il ritorno dei luoghi nel progetto», in La rappresentazione identitaria del territorio. Atlanti, codici, figure, paradigmi per il progetto locale.
- Magnaghi, A. (2010), Il progetto locale. Verso la coscienza di luogo, Torino, Bollati Boringhieri.
Note
- Fondazione Valtes è una fondazione bancaria nata nel 2022 dalla Cassa Rurale Valsugana e Tesino. Istituita per dotare la Cassa Rurale di un ente autonomo dedicato alla mutualità e allo sviluppo locale, con l’obiettivo di strutturare le iniziative sul territorio in modo continuativo (Statuto Fondazione Valtes ETS, s.d.). La Fondazione articola la propria attività nei tre settori d’intervento Comunità, Educazione e Cultura. All’attività erogativa ordinaria affianca collaborazioni territoriali con enti quali Arte Sella, Trentino 2060 e Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, oltre a progetti dedicati al tema della comunità educante come Alleanza Educativa.
- Con l’espressione “fondazione bancaria” si indicano, in senso ampio, fondazioni legate al mondo bancario e istituite per il perseguimento di finalità di interesse sociale, culturale o territoriale. Esse non vanno confuse con le “Fondazioni di origine bancaria” (FOB), categoria specifica di fondazioni derivata dal processo di riorganizzazione del sistema bancario avviato dalla legge 30 luglio 1990, n. 218 (c.d. legge Amato-Carli). Le FOB sono infatti nate dalla trasformazione degli originari enti conferenti, separati dall’attività bancaria a seguito della riforma. Fondazione Valtes, pur essendo una fondazione bancaria, non è una FOB ma una realtà di più recente istituzione, operativa dal 2022, e non deriva dal processo di trasformazione degli enti conferenti avviato dalla legge Amato-Carli.