Da anni il dibattito sulla bassa fecondità italiana ruota attorno all’incertezza del lavoro e alle difficoltà economiche dei giovani. Molto meno si parla di un altro ostacolo, forse decisivo: la casa. È il nodo che affrontano Alessandro Gallo e Daniele Vignoli su Neodemos, ricordando che in un Paese dove circa il 74% delle famiglie vive in una casa di proprietà e il mercato degli affitti resta poco attrattivo, l’accesso all’abitazione diventa spesso una tappa obbligata prima di mettere al mondo un figlio. Una dimensione che, come raccontiamo da tempo con la serie Denatalitalia, pesa sui tempi e sulle scelte riproduttive del Paese.
I dati citati dagli autori – tratti da un loro studio del 2025 sul panel della Banca d’Italia, relativo al periodo 1998-2016 – raccontano una storia meno intuitiva del previsto. Le coppie che sostengono spese abitative elevate hanno una probabilità maggiore di avere un figlio nel biennio successivo (15,1% contro una media dell’8,9%): segno che molte famiglie investono nella casa proprio in vista dell’arrivo di un bambino. Ma il vantaggio vale quasi solo per chi è proprietario (17,5% di probabilità, contro il 9% di chi è in affitto) e, soprattutto, per chi ha un patrimonio sufficiente a reggere insieme i costi della casa e quelli di un figlio.
Come Percorsi di Secondo Welfare ha raccontato nel secondo numero della rivista Nessi, dedicata al tema Fuori di casa, per molte persone giovani l’accesso alla casa è diventato la principale soglia dell’autonomia, con effetti a cascata su studio, lavoro e – come dimostra lo studio di Gallo e Vignoli – scelte familiari. Se la proprietà resta un prerequisito della genitorialità, allora, come suggeriscono gli autori, le politiche abitative meritano più attenzione di quanta ne abbiano avuta finora: un mercato degli affitti più efficiente, mutui più accessibili e interventi mirati sull’accessibilità abitativa dei giovani potrebbero sostenere la natalità almeno quanto gli incentivi economici diretti.