5 ' di lettura
Salva pagina in PDF

Pitagora scoprì che il suono obbedisce ai numeri. Che la quinta giusta corrisponde al rapporto 3:2 tra le frequenze, l’ottava al rapporto 2:1, la quarta al 4:3. Scoprì, in altre parole, che la bellezza ha una struttura, e che quella struttura è misurabile. Da allora nessun musicista serio ha ritenuto che la notazione musicale tradisse l’esperienza dell’ascolto. Nessuno ha sostenuto che scrivere una semiminima invece di una croma “colonizzasse il giudizio estetico” del direttore d’orchestra. Nessuno ha proposto di abolire il pentagramma in nome della libertà espressiva.

Eppure è esattamente questo che Paolo Venturi, in un articolo pubblicato il 15 giugno su Percorsi di Secondo Welfare, propone di fare con la misura dell’impatto sociale.

L’articolo parte da una premessa condivisibile: il numero può essere usato per chiudere il giudizio invece di aprirlo, per legittimare l’esistente invece di trasformarlo. E approda a una conclusione che non segue: che lo strumento sia colpevole, e che la resistenza ad esso costituisca un atto politico. “Chiamarla con il suo nome”, scrive Venturi citando Hannah Arendt, “è il primo atto di resistenza”.

Bellissimo. Ma resistere a cosa, esattamente? E con cosa in mano?

Nell’articolo sono indicati due bersagli: lo SROI, il Social Return on Investment, e la valorizzazione monetaria del lavoro volontario. Il primo sarebbe un “dispositivo politico” mascherato da calcolo oggettivo. Il secondo tradirebbe l’essenza del dono, riducendo la gratuità a lavoro non pagato. Inoltre, le “istituzioni più avanzate” si starebbero già allontanando da queste metriche, verso approcci fondati sul capacity building e sullo sviluppo di ecosistemi.

Tre affermazioni. Tre problemi.

Il numero non è il padrone, è il testimone

Torniamo a Pitagora, e alla musica. La partitura della Quinta Sinfonia di Beethoven non è la Quinta Sinfonia. È lo strumento che la rende eseguibile da orchestre che Beethoven non ha mai incontrato, in città dove non è mai stato, cent’anni dopo la sua morte. Senza notazione – senza numeri – la musica muore con chi la esegue. Diventa esperienza privata, irriproducibile, incomunicabile.

Lo stesso vale per l’impatto sociale. Il cambiamento generato da un progetto di accoglienza oncologica, da una cooperativa di comunità, da un intervento di rigenerazione urbana, senza misura muore con chi lo ha vissuto. Diventa narrazione, testimonianza, racconto. Prezioso, certo. Ma non trasferibile, non confrontabile, non migliorabile sistematicamente.

Nel suo articolo Venturi confonde la partitura con la musica. Critica la notazione perché non è l’ascolto. Ma senza notazione, l’ascolto rimane privato, e il cambiamento sociale resta invisibile a chi dovrebbe finanziarlo, replicarlo, governarlo. Il numero non sostituisce il giudizio, lo rende condivisibile.

La critica al cattivo uso non è critica allo strumento

L’articolo ricorda una cosa molto vera: uno SROI può essere usato male. Le proxy possono essere scelte in modo da gonfiare i risultati. Il ratio sintetico può essere usato per chiudere la conversazione invece di aprirla. La monetizzazione del volontariato può essere applicata meccanicamente, perdendo di vista le motivazioni intrinseche che rendono il dono trasformativo.

Ma questo non è un argomento contro lo SROI. È un argomento contro il cattivo SROI. Un bisturi può essere usato male: non lo aboliamo, formiamo chirurghi migliori. Un contratto può essere redatto in modo da nascondere asimmetrie di potere: non aboliamo i contratti, costruiamo giurisprudenza più raffinata. Similmente, la soluzione al numero mal usato è il numero meglio usato. Più trasparente nelle assunzioni, più onesto sui limiti, più integrato con strumenti qualitativi.

È esattamente quello che il framework dell’Impact Intelligence propone: non la metrica come verdetto, ma la metrica come apertura di conversazione. Non il ratio come risposta, ma come domanda operativa su chi beneficia del cambiamento, con quale distribuzione, con quale durata nel tempo.

Il cortocircuito

Nel 2022, AICCON — il centro studi di cui Venturi è figura fondante e direttore — ha pubblicato due lavori che vale la pena ricordare.

Il primo è il Community Index, uno strumento per “misurare il valore e la qualità dei soggetti comunitari”. Il C-Index produce score da 0 a 10 su dodici sottolivelli organizzati in quattro dimensioni (identity-based, inclusive, ecosystem-based, transformative) attraverso un sistema di indicatori qualitativi e quantitativi, soglie e pesi. Produce, in altre parole, esattamente quella metrica sintetica che Venturi oggi critica. Stabilisce chi conta, cosa conta, su quale scala: lo fa con i suoi criteri e le sue ponderazioni. La differenza con lo SROI, dal punto di vista della critica, è dunque stilistica, non sostanziale.

Il secondo è l’analisi SROI del progetto Casa Emilia per la Fondazione Policlinico Sant’Orsola, un lavoro rigoroso e metodologicamente solido che produce un ratio di 2,35 euro generati per ogni euro investito. Il report monetizza le ore di volontariato usando la tabella CESVOT, traducendole in un costo-opportunità di oltre 51.000 euro (pagina 26). Lo stesso report avverte, con onestà intellettuale, che la monetizzazione del volontariato rischia di perdere “tutte quelle componenti qualitative capaci di renderlo trasformativo”, e poi la esegue comunque, perché è necessaria per dialogare con i donatori corporate e con l’amministrazione pubblica.

Questo non è un difetto del report. È la sua virtù: il riconoscimento che misurare è un atto politico consapevole, non una pretesa di oggettività assoluta. È esattamente la posizione che Venturi oggi nega e contro cui chiama alla resistenza. 

Povero Pitagora. E povero jazz.

C’è un altro momento della storia della musica che vale la pena evocare. Il Novecento ha prodotto il tentativo più radicale di liberare il suono dalla misura: Schönberg, la dodecafonia, il serialismo integrale di Boulez e Stockhausen. Musica costruita sull’abolizione di ogni gerarchia tonale, su ogni proporzione numerica consolidata. Il risultato è stato musica di straordinaria complessità intellettuale e di ascolto quasi impossibile per chiunque non appartenga alla cerchia ristretta dei suoi cultori. La fuga dalla misura non ha prodotto più libertà. Ha prodotto isolamento.

Il jazz, al contrario, la forma musicale più comunemente associata all’improvvisazione, alla libertà, all’espressione non codificata, è costruito su strutture armoniche precise, progressioni di accordi misurate, tempi rigorosi. Miles Davis improvvisava su strutture. Coltrane esplorava le armonie di standard consolidati. La libertà del musicista jazz non è assenza di struttura: è padronanza della struttura al punto da abitarla creativamente.

Il capacity building senza metrica, gli ecosistemi senza indicatori, la legacy che si costruisce con le persone nel corso del processo senza strumenti di verifica condivisi sono musica atonale. Bellissima in teoria, difficile da suonare insieme, impossibile da trasmettere.

Il vero rischio

L’articolo a cui si è qui voluto rispondere, come detto, cita Arendt: il collasso della facoltà di giudizio non richiede la coercizione, basta la sostituzione silenziosa della deliberazione con la pura elaborazione di dati. È vero. Ma c’è un collasso speculare che non nomina: la sostituzione silenziosa della verifica con la narrazione. Il potere di chi ha già il vocabolario, già la legittimità simbolica, già i tavoli dove si decide e non deve rendere conto a nessun numero perché il numero è stato abolito in nome del giudizio deliberativo.

Senza misura, vince chi parla meglio. Vince chi ha più relazioni. Vince chi siede ai tavoli giusti. La critica alla metrica, quando non propone strumenti alternativi verificabili, non libera il giudizio: lo consegna al potere informale di chi sa già come muoversi senza essere misurato.

Resistere ai numeri, in questo senso, non serve a niente. Serve costruire numeri migliori: più onesti, più plurali, più consapevoli dei propri limiti. Numeri che aprono conversazioni invece di chiuderle. Numeri che, come le note sul pentagramma, non sono la musica, ma senza i quali la musica non viaggia.

Povero Pitagora, a cui continuiamo ad attribuire colpe che non ha.

 

 

 

Foto di copertina: Giulio, Unsplash