Nel dibattito pubblico e accademico, il welfare continua a essere associato all’idea di protezione, inclusione e garanzia dei diritti sociali. È un’eredità potente del secondo dopoguerra, quando lo Stato sociale si è affermato come architettura istituzionale capace di riequilibrare le condizioni di partenza, ridurre i rischi connessi al mercato e sostenere la cittadinanza sostanziale. Eppure, nella fase attuale, questo impianto mostra segni crescenti di cedimento.

Nella dialettica tra la necessità di assicurare una maggiore inclusione e le critiche di un’eccessiva generosità del welfare e di una conseguente necessaria selettività delle misure emergono, infatti, dispositivi, norme e pratiche che selezionano, marginalizzano, disciplinano, talvolta persino perseguitano proprio coloro che il welfare stesso dovrebbe proteggere. È in questa frattura – storica, politica e simbolica – con l’eredità postbellica che si colloca la categoria di welfare controintuitivo e discriminatorio, al centro del focus dal titolo “«La persecuzione di gruppi impotenti». Sul welfare controintuitivo”, che abbiamo curato per il fascicolo 3/2025 di Politiche Sociali/Social Policies.

Per interpretare questa torsione, proponiamo di ripartire da Hannah Arendt. Nel primo capitolo de Le origini del totalitarismo, Arendt descrive come gli apparati istituzionali possano trasformarsi in strumenti di dominio verso gruppi “impotenti”, privati cioè della capacità politica di incidere sulla propria condizione. Applicata al welfare contemporaneo, questa chiave di lettura permette di cogliere la distanza crescente tra le promesse democratiche del welfare e le sue forme attuali, che spesso finiscono per riprodurre disuguaglianze e vulnerabilità. L’impotenza, intesa come riduzione o assenza di capacità politica, diventa così un concetto centrale per comprendere le nuove forme di esclusione che attraversano i sistemi di welfare.

Un welfare che contraddice se stesso

Il welfare controintuitivo e discriminatorio non è un fenomeno marginale né circoscritto a singoli settori. È una tendenza che attraversa livelli istituzionali diversi e coinvolge attori pubblici, privati e del Terzo Settore. La sua controintuitività risiede nel fatto che gli effetti prodotti contraddicono le premesse normative del welfare: universalismo, uguaglianza, protezione dai rischi sociali. La sua natura discriminatoria emerge, invece, dalla capacità di generare esclusione attraverso criteri, dispositivi e narrazioni, alimentati da meccanismi di ricerca e costruzione del consenso politico, che portano a selezionare chi è meritevole di protezione e chi può esserne “legittimamente” escluso.

Per rendere operativa questa categoria, individuiamo due dimensioni fondamentali: l’intenzionalità dei fini e l’esplicitazione dei mezzi. Il loro incrocio permette di distinguere configurazioni diverse: forme marginalizzanti, in cui l’esclusione è non intenzionale e prodotta da procedure apparentemente neutre; forme selettive, in cui criteri espliciti di accesso restringono la cittadinanza sociale; forme oppressive, in cui tecnologie di controllo e monitoraggio disciplinano i comportamenti; e forme persecutorie, in cui l’esclusione diventa intenzionale ed esplicita, trasformandosi in strumento dichiarato di ordine sociale. Queste configurazioni hanno valenza analitica: non classificano rigidamente le prassi e le politiche, ma mostrano come il welfare, da sempre condizionato dal regime politico di cui è strumento, possa scivolare lungo un continuum che va dalla marginalizzazione latente alla persecuzione aperta.

Non un semplice implementation gap

La contraddizione che osserviamo non si esaurisce nella distanza tra ciò che prescrive l’ordinamento, ciò che le politiche si prefiggono e ciò che si realizza. Non è un problema di inefficienza amministrativa o di semplice cattiva implementazione. È una contraddizione più profonda, che riguarda il modo in cui le politiche si legittimano attraverso narrazioni e cornici normative, come vengono tradotte in pratiche concrete e, ancor più, i motivi per cui ciò che nasce come promessa di inclusione si trasforma in dispositivo di esclusione. La discrasia non è quindi soltanto istituzionale o organizzativa, ma soprattutto semantica e simbolica, dunque eminentemente politica. È in questi spazi di traduzione che le derive in senso controintuitivo e discriminatorio prendono forma, perché è lì che le finalità originarie del welfare possono essere rovesciate o reinterpretate fino a invertire il senso e l’obiettivo della protezione sociale.

Le narrazioni svolgono un ruolo decisivo in questo processo. Definiscono ciò che è considerato un bisogno legittimo, stabiliscono chi merita tutela, costruiscono, quando non lo rincorrono, consenso attorno a determinate soluzioni e rendono socialmente accettabili, legittimandole, pratiche che sono in contrasto con i principi democratici. In una fase segnata dalla crisi delle democrazie rappresentative, queste narrazioni possono presentare come inevitabili, efficienti o persino eque misure che, di fatto, restringono – in modo progressivo, ossia non limitandosi a chi già oggi è escluso o marginalizzato – diritti e opportunità di cittadinanza.

La questione dell’intenzionalità si inserisce in questo quadro. Non attribuiamo volontà discriminatoria allo Stato come entità astratta, ma invitiamo a osservare le coalizioni di attori – politici, amministrativi, economici, nonché della composita opinione pubblica – che, attraverso narrazioni, decisioni, omissioni o scelte organizzative, orientano il welfare verso forme più o meno selettive, disciplinanti e punitive. In un contesto permeato da logiche neoliberali, esplorare queste dinamiche consente di disvelare come il welfare sia sempre più un terreno in cui si giocano conflitti di potere e processi di legittimazione.

Il focus: uno sguardo penetrante e plurale sulle nuove forme di esclusione

I contributi raccolti nel focus di Politiche Sociali/Social Policies, che attraversano diversi ambiti di policy del welfare contemporaneo, mostrano come le dinamiche escludenti siano pervasive e agiscano a diversi livelli: possiamo vederle in azione nelle cornici discorsive che definiscono bisogni e diritti, nelle categorie amministrative che regolano l’accesso a risorse e opportunità, nelle pratiche operative dei servizi e nelle trasformazioni organizzative degli attori coinvolti.

Il saggio di Bonu Rosenkranz evidenzia come il diritto possa essere mobilitato per produrre esclusione. Analizzando le narrazioni sulla maternità surrogata – dalla tutela della dignità delle donne al miglior interesse del bambino –, l’autrice mostra come frame eterogenei possano convergere in un dispositivo discorsivo capace di legittimare la criminalizzazione universale di tale pratica e la stigmatizzazione dei soggetti coinvolti.

Una sensibilità analoga guida i saggi di Ferritti e Guerrieri e di Milani, Bulli e Cellini, che si concentrano sulle categorie giuridiche e amministrative attraverso cui il welfare definisce chi è meritevole di tutela. Ferritti e Guerrieri mettono in luce come molte politiche familiari continuino a ruotare attorno a un modello bionormativo di famiglia, con effetti discriminatori per le famiglie adottive, spesso penalizzate da dispositivi che, pur dichiarando equità, non riconoscono la loro specificità. Milani, Bulli e Cellini si soffermano, invece, sulla categoria della vulnerabilità nel sistema d’asilo delle persone migranti, mostrando come il suo utilizzo possa produrre una selezione differenziale tra richiedenti, includendo chi rientra negli standard normativi e marginalizzando chi non vi rientra o non si conforma.

Il focus si sposta, poi, sull’implementazione amministrativa vera e propria. Nel suo contributo, Pizzo analizza le politiche e i servizi per la disabilità, mettendo in evidenza la distanza tra diritti formalmente avanzati e le condizioni di accesso effettive. La persistenza di assetti istituzionali tradizionali – dalle grandi strutture residenziali alla separazione dei servizi dai contesti di vita delle persone – mostra come il  welfare stesso, continuando a promuovere soluzioni che ripropongono dipendenze e marginalità, sia fonte di esclusione. Molli, invece, ritorna sulle persone migranti, evidenziando come il welfare locale possa essere utilizzato in chiave selettiva e sciovinista, attraverso pratiche che affermano la priorità della maggioranza autoctona e che, pur variando nel tempo e nei territori, convergono nel produrre discriminazioni significative nell’accesso ai servizi.

Le dinamiche escludenti diventano particolarmente visibili quando si osservano le interazioni quotidiane tra operatori e utenti. Il contributo di Gargiulo e Liccione rende ragione di come, in un contesto sempre più digitalizzato, le piattaforme e gli strumenti di datificazione possano trasformare la discrezionalità degli operatori in un meccanismo di svalutazione delle biografie e di intrappolamento. Le misure pensate per favorire l’inclusione finiscono così per indirizzare gli utenti con background migratorio verso percorsi occupazionali a bassa qualificazione, confermando la loro posizione di “gruppi impotenti” formalmente inclusi, ma privi di diritti effettivi.

Il focus si chiude con il saggio di Fazzi sulle trasformazioni del Terzo settore. Attraverso un’indagine sulle cooperative sociali impegnate nei servizi alla persona, l’autore mostra come la crescente mercatizzazione del welfare possa produrre effetti discriminatori attraverso la vendita diretta dei servizi ai privati. In assenza di solide condizioni e capacità organizzative, il rischio è quello di una progressiva erosione dei valori costitutivi del Terzo settore e di un indebolimento del suo ruolo nella tutela dei diritti e nel contrasto alle disuguaglianze.

Un programma di ricerca necessario

Nel loro insieme, i diversi contributi e l’introduzione del focus offrono un primo tentativo di ricognizione delle molteplici forme attraverso cui il welfare può essere il contrario di ciò che dovrebbe promettere producendo attivamente esclusione. Poiché, però, il campo di indagine “welfare controintuitivo e discriminatorio” appare ampio, stratificato e in continua evoluzione, è necessario sviluppare un programma di ricerca capace di coglierne la complessità, le torsioni e le implicazioni politiche più profonde.

Lavorare collettivamente su questi temi è oggi quanto mai urgente. Le dinamiche controintuitive e discriminatorie nel welfare lasciano trasparire la crisi ampia e profonda che attraversa le democrazie contemporanee. Quando infatti il welfare seleziona, disciplina, marginalizza o addirittura perseguita chi è in posizione di vulnerabilità, ridefinisce la cittadinanza sostanziale di tutte e tutti, riducendo fattivamente il demos e la sua capacità politica.

In definitiva, il nostro invito a ripartire da Arendt è un manifesto cognitivo, di ricerca e d’azione. In primo luogo, occorre riconoscere che il welfare non è mai un dispositivo neutro: è un luogo in cui si definiscono confini, si distribuiscono opportunità, si stabiliscono priorità. In altre parole, è uno spazio politico che può ampliare o restringere i diritti, includere o escludere, rafforzare o indebolire la coesione democratica, cosicché la sua trasformazione è parte integrante della trasformazione delle nostre democrazie. Inoltre, è necessario interrogarsi criticamente e fare ricerca su ciò che il welfare fa, oltre a ciò che dovrebbe fare o che dichiara di voler fare. Da ultimo, esplorare e rendere visibili le sue contraddizioni e torsioni è condizione per mettere in atto strategie di resistenza e per restituire al welfare la sua originaria – e largamente ideale – funzione democratica di protezione, uguaglianza e ampliamento dei diritti.

Il presente articolo sintetizza alcuni degli esiti del lavoro pubblicato sul numero 3/2025 di Politiche Sociali/Social Policies, rivista edita dal Mulino e promossa dalla rete ESPAnet-Italia. Per maggiori dettagli e citazioni: M. Campedelli, L. Cataldi, G. Marcello, C. Tarantino, Ripartire da Hannah Arendt: il welfare controintuitivo e discriminatorio, in «Politiche Sociali/Social Policies», 3/2025, pp. 565-592.
Foto di copertina: Eduardo Sánchez, Unsplash.com