Sul Corriere della Sera del 12 giugno 2026 Paolo Benanti e Sebastiano Maffettone hanno pubblicato un pezzo che chi lavora nel Terzo Settore dovrebbe leggere con sana inquietudine. La tesi è semplice e tagliente: nell’età della ragione algoritmica il potere non si esercita più imponendo comportamenti, bensì ridefinendo le condizioni entro cui il pensiero diventa possibile. Chi controlla la metrica, controlla il senso. Benanti e Maffettone ne scrivono a proposito dei tecno-utopisti della Silicon Valley. Noi possiamo chiederci la stessa cosa guardando in casa nostra.
Quando diciamo che un euro investito genera un beneficio per la comunità pari a tre o quattro euro, chi stiamo convincendo, e di cosa? Lo SROI, Social Return on Investment, non è uno strumento neutro. È un dispositivo politico che stabilisce chi conta, cosa conta, su quale scala temporale conta e lo fa presentandosi come calcolo oggettivo. È esattamente questo che lo rende pericoloso.
Quando un processo di rigenerazione urbana o una cooperativa di comunità vengono ridotti a un rapporto numerico, scompare infatti la domanda su come devono cambiare le istituzioni che quella fragilità l’hanno prodotta. Scompare chi detiene il potere di decidere cosa vale e scompaiono le persone reali in cui quei tre euro avrebbero dovuto incidersi come trasformazione di vita, non come stima proxy. Il numero genera un’illusione di win-win tra soggetti che paritetici non sono: fondi di investimento, fondazioni, pubbliche amministrazioni, organizzazioni del Terzo Settore e comunità hanno risorse, vulnerabilità e orizzonti temporali radicalmente diversi. Appiattirli in un indice sintetico non è semplificazione: è mistificazione al servizio di chi ha già il potere.
Il secondo equivoco è sulla comunità. Lo SROI la tratta come un contenitore omogeneo, definibile a priori, misurabile ex post. Il vero nodo non è solo quale comunità, ma come quelle diverse comunità sono state ingaggiate. Una comunità che ha co-progettato un intervento, che ha definito i problemi prima delle soluzioni, che ha negoziato le priorità è già cambiata nel processo stesso di ingaggio. Il cambiamento è avvenuto nel percorso, non nell’output finale. Non coincide con un risparmio di costi sanitari o giorni di lavoro recuperati: risiede nella capacità collettiva di agire, nella densità delle reti di fiducia, nella possibilità, nuova e concreta, di immaginare insieme un futuro diverso. Ridurre tutto questo a un modello controfattuale astratto non è un errore tecnico: è un errore di categoria.
C’è un caso che rende visibile questa trappola con chiarezza quasi brutale: la valorizzazione monetaria del lavoro volontario. Tradurre le ore di volontariato nel costo di un lavoratore equivalente produce numeri grandi e comunicabili. Produce però anche un effetto perverso: trasforma la gratuità, ossia l’essenza del dono, in lavoro non pagato. Un intangibile sociale non vale la sua monetizzazione. Vale di più, e in modo incompatibile. La monetizzazione non lo misura: lo sostituisce con qualcosa di più maneggiabile.
Le istituzioni più avanzate e intenzionalmente orientate alla trasformazione sociale si stanno allontando da metriche sintetiche da inserire in un progetto e stanno rischiando su approcci legati al capacity e allo sviluppo di ecosistemi. L’hanno capito: la domanda era mal posta. La legacy di un processo di cambiamento non si misura con un numero, dall’esterno e dopo. Si costruisce con le persone nel corso del processo, si ridefinisce attraverso la loro voce, si valuta insieme a loro con strumenti che loro stessi hanno contribuito a definire. Il numero è e può restare utile come segnale, come indicatore parziale per orientare l’attenzione e aprire conversazioni, ma non per chiuderle. Per sostituire il giudizio politico su chi beneficia del cambiamento, con quale distribuzione di potere, con quale durata nel tempo, no.
Benanti e Maffettone citano Hannah Arendt: il collasso della facoltà di giudizio non richiede la coercizione, basta la sostituzione silenziosa della deliberazione con la pura elaborazione di dati. Nel campo dell’impatto sociale, quella sostituzione è già in corso. Chiamarla con il suo nome è il primo atto di resistenza.