Il dibattito avviato da Percorsi di Secondo Welfare intorno alla trust-based philanthropy consente di riaprire una questione cruciale per la filantropia istituzionale contemporanea: il rapporto tra fiducia, potere, controllo e trasformazione. La fiducia, in questa prospettiva, non costituisce soltanto un principio relazionale o una tecnica di semplificazione amministrativa, ma diviene una categoria attraverso cui interrogare gli assetti di autorità, i dispositivi di selezione e valutazione, le forme di dipendenza economica e simbolica che attraversano il rapporto tra soggetti finanziatori, enti del Terzo Settore, istituzioni pubbliche e comunità locali. Entro questa cornice, vorrei portare un contributo che parte da una prospettiva peculiare, quella delle Fondazioni di origine bancaria (FOB), istituzioni che introducono un elemento di specificità difficilmente riconducibile alle categorie standard della filantropia privata.
Questo articolo è parte del Focus Filantropia e Fiducia, spazio online curato da Secondo Welfare che raccoglie riflessioni, interviste e ricerche sulla filantropia trust-based e sull’impatto che potrebbe avere nel nostro Paese. |
Le Fondazioni di origine bancaria nel dibattito sulla fiducia
La loro genealogia, la natura giuridica, il vincolo statutario e il radicamento territoriale configurano infatti soggetti la cui azione non deriva da una liberalità discrezionale, bensì da una responsabilità storicamente e normativamente determinata. Nate dalla separazione tra attività bancaria e finalità di interesse generale avviata negli anni Novanta, le FOB amministrano patrimoni destinati, per legge e per statuto, al perseguimento di scopi di utilità sociale e alla promozione dello sviluppo economico dei territori di riferimento. L’attività erogativa delle FOB assume così il carattere di una restituzione ordinaria: il patrimonio viene rimesso in circolo nella comunità che ne ha storicamente reso possibile l’accumulazione, entro un territorio definito dalla genealogia dei Monti di Pietà, delle Casse di Risparmio e dagli statuti disciplinati dai decreti legislativi 356/1990 e 153/1999.
In questa prospettiva, la categoria di filantropia appare insufficiente a descrivere la specificità delle FOB. Più adeguata potrebbe essere la nozione di “deontropia”: un’azione orientata non dall’amore indistinto per l’umanità, ma da un dovere di cura, restituzione e promozione verso una comunità storicamente determinata. E per questo la dimensione patrimoniale delle Fondazioni assume il carattere di un’eccedenza vincolata, da rimettere periodicamente in circolo sotto forma di opportunità, infrastrutture sociali, cultura, welfare, educazione e sviluppo locale.
Da questa specificità discende la categoria di quello che chiamerei “dispendio consapevole”: non elogio dello spreco né rinuncia alla responsabilità gestionale, ma impiego deliberato di un’eccedenza patrimoniale che, proprio perché vincolata a una funzione pubblica e territoriale, eccede la sola logica dell’efficienza allocativa. Il riferimento a Georges Bataille (1949) consente di intendere il dispendio come eccedenza generativa, capace di produrre valore anche quando apre possibilità, istituisce relazioni e rende praticabili trasformazioni non previste; il richiamo a Marcel Mauss (2021) permette invece di leggere l’erogazione come gesto inscritto in una trama di obbligazioni, riconoscimenti e restituzioni.
Le FOB, dunque, non si limitano a finanziare progetti: immettono nel territorio risorse che producono legami, responsabilità reciproche, fiducia pubblica e capacità istituzionale. Il tema della fiducia viene così ricondotto a una dimensione più ampia: esito di una responsabilità esercitata nel tempo, dentro un territorio e attraverso istituzioni capaci di abitare la propria funzione pubblica senza rinunciare alla propria autonomia privata.
Dal paradigma dell’impatto alla responsabilità territoriale
Negli ultimi decenni, anche le FOB hanno progressivamente assunto strumenti di programmazione, selezione, monitoraggio e valutazione riconducibili alla cultura dell’impatto. Si è trattato di un passaggio necessario. La professionalizzazione dei processi erogativi, la maggiore trasparenza delle procedure, l’adozione di criteri comparabili e la costruzione di sistemi di rendicontazione hanno consentito alle FOB di rafforzare la propria legittimazione pubblica e di rendere più riconoscibile la qualità del proprio intervento. La letteratura sulla filantropia strategica ha mostrato con chiarezza come la capacità di definire obiettivi, allocare risorse e valutare risultati costituisca una dimensione rilevante dell’efficacia istituzionale (Frumkin 2006; Bishop e Green 2008).
Tuttavia, il paradigma dell’impatto, quando assunto come unico criterio di intelligibilità dell’azione filantropica, rischia di restringere il campo del valore a ciò che può essere previsto, misurato e restituito in forma di indicatore. Tale rischio appare oggi ulteriormente accentuato dalla diffusione dell’intelligenza artificiale generativa, che rende sempre più agevole la costruzione di proposte progettuali formalmente coerenti con i criteri dei bandi, linguisticamente precise e perfettamente allineate alle metriche di valutazione. Ne deriva una possibile divaricazione tra qualità formale della candidatura e capacità trasformativa reale del progetto: quanto più il linguaggio progettuale diventa ottimizzabile, tanto meno può essere assunto come indicatore sufficiente della qualità dell’intervento.
In questa prospettiva, la fiducia può essere ridotta a dispositivo gestionale: una modalità più fluida di relazione con gli enti sostenuti, utile a semplificare procedure e alleggerire vincoli amministrativi, ma non necessariamente capace di modificare gli assetti profondi del rapporto tra risorse, potere e territorio. Le critiche rivolte alla razionalizzazione manageriale della filantropia e al cosiddetto “non profit starvation cycle” segnalano precisamente questo rischio: la subordinazione delle organizzazioni beneficiarie a logiche di breve periodo, performance e rendicontazione che possono indebolirne la capacità trasformativa (Gregory e Howard 2009; Eikenberry 2009).
Per le FOB, tuttavia, la fiducia non può essere intesa soltanto come attenuazione del controllo sul beneficiario, né come concessione di maggiore autonomia operativa agli enti finanziati, ma riguarda piuttosto la capacità di assumere la propria responsabilità territoriale: leggere i sogni, riconoscere le energie già presenti, costruire connessioni, sostenere processi di lungo periodo e accettare che alcune trasformazioni decisive maturino fuori dai tempi brevi della progettazione e della rendicontazione. In termini polanyiani, si potrebbe dire che le Fondazioni agiscono come corpi intermedi capaci di contrastare la disgregazione dei legami sociali prodotta dalla piena subordinazione della società alla logica del mercato (Polanyi 1944).
Il passaggio dal paradigma dell’impatto alla responsabilità territoriale non comporta l’abbandono della valutazione, ma il suo ampliamento. Vediamo come.
Strumenti e pratiche del dispendio consapevole
Il dispendio consapevole non coincide con una categoria puramente teorica. Per assumere rilevanza nel campo delle FOB deve tradursi in pratiche istituzionali, dispositivi organizzativi e forme di valutazione capaci di rendere visibile ciò che le metriche tradizionali tendono a lasciare ai margini: relazioni, apprendimenti, conflitti generativi, trasformazioni inattese, capacità di cooperazione e mutamenti nei linguaggi condivisi.
In questa prospettiva, la valutazione viene ricondotta a una funzione più ampia. Accanto alla verifica degli obiettivi e degli output, occorre osservare ciò che un progetto produce nel tempo: connessioni attivate, soggetti resi visibili, alleanze stabilizzate, domande nuove introdotte nel territorio. Gli osservatori di generatività, le narrazioni documentali, i momenti pubblici di restituzione e metodi come il Most Significant Change possono consentire di riconoscere cambiamenti non previsti, apprendimenti istituzionali e micro-esiti trasformativi difficilmente rilevabili attraverso gli strumenti standard della valutazione.
Anche la formazione intersettoriale assume una funzione strategica. Percorsi condivisi tra operatori della cultura, del sociale, dell’educazione, della salute, dello sport e dell’amministrazione pubblica non costituiscono soltanto attività di capacity building, ma dispositivi di contaminazione, costruzione di linguaggi comuni e riconoscimento reciproco tra soggetti che spesso operano sugli stessi bisogni senza disporre di spazi stabili di confronto.
Il dispendio consapevole si manifesta inoltre nella capacità di costruire cabine di regia e processi di coprogettazione non episodici. Proprio per la loro natura peculiare, le FOB dispongono di una reputazione e di un’autorevolezza che consentono loro di facilitare processi comuni tra istituzioni pubbliche, enti del Terzo Settore, soggetti culturali, scuole, servizi e comunità locali. La loro specificità — storica, statutaria e territoriale — permette loro di esercitare una funzione di mediazione che altri attori difficilmente potrebbero assumere con la stessa legittimazione.
Questa autorevolezza contiene tuttavia un rischio. Il potere simbolico e istituzionale delle Fondazioni di origine bancaria può rendere più difficile, per gli stakeholder territoriali, formulare critiche esplicite o valutazioni realmente costruttive. Gli enti del Terzo Settore, spesso dipendenti dai contributi, possono essere indotti a forme di compiacenza; la politica locale, sottoposta a cicli brevi di consenso, fatica talvolta a sostenere visioni di medio e lungo periodo; gli stessi soggetti pubblici possono oscillare tra delega e resistenza. Per questa ragione, riconoscere il proprio potere diventa una condizione essenziale dell’azione trasformativa.
Il potere del soggetto erogatore non scompare, né può essere neutralizzato attraverso il linguaggio della fiducia. Viene piuttosto assunto come responsabilità istituzionale, esercitata da un soggetto privato dotato di finalità pubbliche. È proprio questa natura privata a costituire uno degli elementi di forza delle FOB: consente autonomia, continuità di visione, capacità di rischio e libertà di sperimentazione rispetto ai tempi e ai vincoli dell’amministrazione pubblica. La Fondazione non sostituisce la politica, né surroga l’amministrazione: agisce da ente privato autonomo, capace però di contribuire alla definizione di priorità, alla legittimazione di bisogni emergenti e alla costruzione di processi collettivi di medio periodo.
Due esperienze della Fondazione De Mari: infrastrutture relazionali e responsabilità territoriale
La categoria del dispendio consapevole può essere osservata, nella sua dimensione operativa, attraverso due esperienze promosse dalla Fondazione De Mari CR Savona che, pur appartenendo ad ambiti differenti — il primo culturale, il secondo socio-sanitario — mostrano entrambi come una FOB possa esercitare una funzione di mediazione autonoma tra soggetti pubblici, enti del Terzo Settore, istituzioni culturali e comunità locali, trasformando l’erogazione in dispositivo di attivazione istituzionale, produzione di relazioni e costruzione di capacità collettiva.
Il primo caso riguarda la Rete dei Musei della provincia di Savona. A partire dal 2019, su impulso degli stessi musei del territorio, la Fondazione ha sostenuto un processo di aggregazione tra 22 realtà museali pubbliche, private e diocesane, operanti in un contesto caratterizzato da frammentazione istituzionale, debolezza rappresentativa e limitata capacità di interlocuzione sistemica. L’intervento ha consentito di trasformare una pluralità di soggetti isolati in una comunità professionaleprogressivamente riconoscibile, dotata di luoghi di confronto, strumenti comuni e percorsi condivisi di qualificazione.
La Fondazione ha promosso formazione su didattica, accessibilità e interculturalità; coinvolto partner qualificati, quali Direzione Regionale Musei e Fondazione Compagnia di San Paolo; sostenuto la formalizzazione di un protocollo d’intesa e la costruzione di strumenti condivisi di identità, comunicazione e incontri fattivi con scuole e operatori turistici. Ne è derivato un processo di istituzionalizzazione leggera: non una nuova struttura burocratica, ma un’infrastruttura cooperativa stabile, fondata su riconoscimento reciproco, qualificazione condivisa e rappresentazione comune. Il dispendio consapevole produce qui un’eccedenza relazionale: l’investimento iniziale genera capitale istituzionale, linguaggi comuni e possibilità di azione collettiva superiori alla somma delle singole attività finanziate.
Il secondo caso riguarda Spazi Nuovi di Socialità, progetto nato da una richiesta di ASL2 Savonese finalizzata al sostegno psicologico dei giovani della Valbormida. Anche in questo caso, il progetto è divenuto come iniziativa strategica, costruendo un partenariato tra ASL, Comuni, distretti sociosanitari, scuole e Terzo Settore. L’elemento più rilevante consiste nello spostamento del fuoco dell’intervento: dal finanziamento di un servizio alla costruzione di un dispositivo territoriale di presa in carico. La Fondazione ha partecipato alla cabina di regia, ha connesso il progetto ad altre iniziative sostenute sul territorio — dal bando La scuola ti ascolta ai percorsi di welfare culturale promossi anche attraverso la Fondazione Museo della Ceramica — e ha esercitato una funzione di advocacy istituzionale, sollecitando gli enti pubblici a riconoscere il potenziale sistemico dell’iniziativa.
Il progetto ha consentito di porre al centro non soltanto i servizi di salute mentale, ma le traiettorie biografiche dei giovani, i loro bisogni di ascolto, socialità, riconoscimento e cura. Il valore dell’intervento non può dunque essere esaurito dal numero di prestazioni erogate o di destinatari raggiunti: riguarda piuttosto la capacità di modificare la grammatica istituzionale del problema, passando dalla risposta settoriale alla costruzione di un ecosistema territoriale in cui scuola, servizi, enti locali e Terzo Settore riconoscano la multidimensionalità del disagio giovanile. Al tempo stesso, Spazi Nuovi di Socialità ha reso visibili difficoltà, asimmetrie e resistenze. I processi trasformativi non procedono secondo una linearità programmabile: incontrano inerzie amministrative, fragilità relazionali, differenze di linguaggio e discontinuità istituzionali. Tali elementi non rappresentano semplici limiti del progetto, ma una componente conoscitiva essenziale: rendono osservabili le fratture tra servizi, le debolezze della cooperazione interistituzionale e la necessità di costruire dispositivi più stabili di presa in carico comunitaria.
In entrambi i casi, la Fondazione ha operato entro uno spazio intermedio: non amministrazione pubblica, non semplice finanziatore, ma soggetto privato capace di attivare responsabilità condivise intorno a bisogni territoriali complessi. Il dispendio consapevole si manifesta qui come capacità di trasformare l’erogazione in processo: non soltanto sostenere attività, ma produrre condizioni di cooperazione, apprendimento istituzionale e durata.
Fiducia, eccedenza e responsabilità
Il dibattito sulla trust-based philanthropy ha il merito di richiamare l’attenzione sulla necessità di ripensare le relazioni tra soggetti finanziatori ed enti sostenuti, superando logiche eccessivamente burocratiche, asimmetriche e prestazionali. Nel caso delle FOB, tuttavia, la fiducia assume una configurazione specifica: non riguarda soltanto la semplificazione delle procedure o l’attenuazione del controllo, ma il modo in cui un soggetto privato, autonomo e territorialmente radicato esercita unaresponsabilità pubblica senza trasformarsi in amministrazione pubblica.
La categoria del dispendio consapevole intende nominare questa specificità. Le FOB amministrano un’eccedenza patrimoniale vincolata a una funzione: contribuire allo sviluppo sociale, culturale ed economico delle comunità di riferimento. Tale eccedenza, quando viene orientata da una visione di lungo periodo, può generare valore non solo attraverso il finanziamento di progetti, ma attraverso la costruzione di legami, reti, linguaggi comuni, fiducia pubblica e capacità istituzionale.
Per questo, più che parlare soltanto di filantropia, occorre forse interrogarsi su una diversa grammatica dell’azione erogativa: una grammatica deontropica, fondata sul dovere di cura verso comunità storicamente determinate. È in questo spazio che il dispendio consapevole può diventare pratica istituzionale: la capacità di trasformare risorse in possibilità, potere in responsabilità, patrimonio in futuro condiviso.
Bibliografia
- Bataille, G. (1949), La parte maledetta.
- Bishop M. e Green M (2008), Philanthrocapitalism: How the Rich Can Save the World, Bloomsbury Press.
- Eikenberry A. M. (2009), Giving Circles: Philanthropy, Voluntary Association, and Democracy, Indiana University Press.
- Frumkin P. (2006), Strategic Giving: The Art and Science of Philanthropy, University of Chicago Press.
- Goggins Gregory A. e Howard D (2009), The Nonprofit Starvation Cycle, Stanford Social Innovation Review.
- Mauss M. (2021), Saggio sul dono, Einaudi (Nuova edizione con prefazione di Alain Caillé).
- Polanyi, K. (1974). La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca. Torino, Einaudi, Ed. or. 1944.
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