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Governare la policrisi nel welfare locale: il ruolo degli Osservatori territoriali

Negli ultimi anni Percorsi di Secondo Welfare ha supportato la nascita e lo sviluppo di piattaforme collaborative che, partendo dai dati, intendono orientare le politiche per prevenire e affrontare diversi rischi e bisogni sociali. Valeria De Tommaso e Alice Fanelli raccontano le esperienze di Biella, Brescia e Trento su Rivista Solidea.

Nell’era della policrisi permanente, i territori rappresentano ambienti ideali per sperimentare pratiche di welfare innovative, capaci di anticipare i bisogni emergenti e favorire la creazione di ecosistemi integrati. Nel presente articolo analizziamo come gli Osservatori territoriali possano svolgere un ruolo cruciale in questo processo, affrontando le trasformazioni del welfare di fronte alle molteplici transizioni in atto. Dopo aver inquadrato i concetto di policrisi, l’articolo dapprima esplora la necessità di un welfare più proattivo e integrato, basato sulla collaborazione tra attori diversi e sull’uso strategico dei dati. Successivamente viene illustrato il ruolo degli Osservatori come ecosistemi collaborativi, con esempi concreti provenienti dai territori di Biella, Brescia e Trento.

Il welfare state nell’era della policrisi permanente

A sei anni dalla pandemia da Covid-19, lo Stato sociale è immerso in una policrisi permanente. La crisi sanitaria ha avviato una sequenza di shock ricorrenti e interconnessi, alimentati dalla triplice transizione — demografica, digitale e ambientale — che mette sotto pressione il welfare occidentale. Si aggiunge il riacutizzarsi delle tensioni geopolitiche, con l’aumento della spesa militare che ridefinisce priorità e vincoli delle politiche pubbliche.

La policrisi designa una fase storica in cui crisi diverse coesistono, si sovrappongono e si rafforzano reciprocamente, generando effetti più che proporzionali alla loro somma, con un’incertezza strutturale che rende arduo anticipare gli sviluppi e costruire risposte efficaci.

In questo quadro sono tre le implicazioni chiave per i sistemi di welfare. La prima riguarda l’accelerazione del cambiamento sociale: i nuovi rischi emergono rapidamente mentre le istituzioni evolvono gradualmente. Questi nuovi rischi sociali (Bonoli, 2007) si distinguono per la crescente diffusione e per il fatto di riguardare quote sempre più ampie della popolazione (Saraceno, 2010).

La seconda implicazione riguarda l’interconnessione e l’interdipendenza dei sistemi economici: nessun Paese si salva da solo. Il fallimento di un sistema può innescare effetti a catena su altri contesti nazionali — come ha mostrato la crisi finanziaria del 2008, originatasi negli Stati Uniti e rapidamente propagatasi in Europa e oltre — così come le dinamiche di ripresa assumono anch’esse una dimensione inevitabilmente sistemica. Lo stesso vale per i sistemi locali di welfare, dove reti e alleanze territoriali sono condizione fondamentale per sviluppare protezione reticolare.

La terza attiene alla resilienza, che si costruisce anche attraverso la capacità di dire “no” all’arretramento del welfare, difendendo diritti soggettivi, universalismo e adeguatezza delle prestazioni. In questa prospettiva si colloca il secondo welfare. Le iniziative promosse da fondazioni, organizzazioni del Terzo Settore e comunità locali contribuiscono a colmare le lacune esistenti e, al contempo, stimolano un ripensamento dell’universalismo classico in chiave più partecipativa, aperta a nuove forme di cittadinanza sociale.

Il ruolo di dati e alleanze nei sistemi di welfare che cambia

Adattamento e resilienza rimandano alla necessità di una ricalibratura profonda dei sistemi di welfare: una transizione da un modello compensativo, che interviene ex post rispetto all’emergere di rischi e bisogni, a un welfare proattivo e preventivo, orientato all’investimento sociale e alla riduzione anticipata delle vulnerabilità.

La letteratura ha affrontato questo tema lungo tre direttrici. La prima concerne il superamento delle logiche “a silos”, a favore di approcci integrati che favoriscano processi di co-ideazione e coprogrammazione tra attori pubblici e privati, all’interno di assetti reticolari sostenuti da piattaforme connettive (Maino e Longo, 2021). La seconda si consolida attorno alla governance collaborativa, in cui attori diversi interagiscono per generare valore pubblico e costruire risposte condivise a problemi complessi: le alleanze diventano elemento chiave di un welfare sistemico (Ansell & Gash, 2008; 2025). La terza riguarda il ruolo della conoscenza e delle evidenze come leva abilitante per orientare le decisioni e costruire fiducia: produrre, condividere e interpretare dati in modo strutturato è determinante per leggere i fenomeni sociali e legittimare le scelte di policy. Queste tre dimensioni richiamano quella circolarità tra conoscere, realizzare e ideare che Maino (2023) pone al cuore del welfare collaborativo.

La lettura dei dati — quantitativi e qualitativi — svolge dunque tre funzioni: disvelare (in ottica predittiva) l’urgenza di intervento in chiave emergenziale e preventiva; rafforzare la fiducia reciproca tra gli attori; ricalibrare gli interventi in un contesto di austerità “relativa”, caratterizzato non da carenza assoluta di risorse ma dalla difficoltà di riallocarle di fronte a trasformazioni rapide.

La costruzione di risposte più adeguate ai crescenti rischi sociali rappresenta una missione condivisa dagli attori pubblici e privati operanti sul territorio. In questo quadro, la creazione di alleanze costituisce un presupposto fondamentale per sviluppare sistemi di intervento tempestivi e coordinati, attraverso meccanismi di partecipazione win-win capaci di generare incentivi reciproci e di favorire il passaggio da azioni isolate e frammentate a forme di cooperazione più integrate.

Pertanto, alleanze efficaci richiedono lettura condivisa dei bisogni, fiducia e coordinamento tra attori: l’integrazione tra dati territoriali e processi collaborativi legittima la co-costruzione degli interventi, trasformando le evidenze in beni pubblici. In contesti di policrisi, il dato diviene un’infrastruttura abilitante per un welfare capace di apprendere ed evolvere: gli Osservatori territoriali ne sono l’esempio emblematico.

Gli Osservatori territoriali come strumenti per affrontare la crisi del welfare

Di fronte a un welfare spesso incapace di intercettare i bisogni in modo tempestivo ed efficace, emerge la necessità di nuovi strumenti di lettura e intervento. Gli Osservatori territoriali assumono in questo quadro un ruolo strategico: non semplici archivi di dati, ma piattaforme collaborative capaci di orientare politiche più mirate e di prevenire il consolidarsi di situazioni di disagio. Una lettura attenta dei bisogni consente di identificare quelli insoddisfatti e valutare l’efficacia degli interventi. È il cuore del welfare di iniziativa (Longo e Maino, 2021): un modello basato su conoscenza strutturata, capace di anticipare le vulnerabilità prima che diventino problemi conclamati, in contrasto con approcci tradizionali standardizzati e poco aderenti alle necessità dei cittadini.

Esperienze concrete in questa direzione si sono sviluppate nella Provincia di Biella (2021), a Brescia (2025) e a Trento (2026), nell’ambito di progetti promossi e accompagnati dal Laboratorio Percorsi di Secondo Welfare. Nel Biellese e in Trentino, le rispettive Fondazioni di origine bancaria — Fondazione Cassa di Risparmio di Biella e Fondazione Caritro — hanno svolto un ruolo abilitante: hanno promosso e sostenuto l’iniziativa e hanno assunto funzioni di regia, facilitando la connessione tra attori e creando condizioni per valorizzare la condivisione di conoscenze e orientare le politiche verso obiettivi condivisi1. OsservaBiella punta a rafforzare la lettura dei bisogni locali integrando dati eterogenei e promuovendo il dialogo tra istituzioni e Terzo Settore, configurandosi come un’infrastruttura a supporto della programmazione sociale. OsservaTrento si inserisce in una strategia più ampia di rafforzamento della governance locale, con al centro l’uso sistematico delle evidenze per sostenere decisioni informate e favorire la collaborazione tra soggetti diversi. OsservaBrescia, analogamente agli altri casi analizzati, adotta un approccio data-driven, basato sulla raccolta e sull’elaborazione di dati provenienti da fonti nazionali, regionali e locali, inclusi quelli messi a disposizione direttamente dagli attori territoriali.

In tutti e tre i contesti, a partire da questa base conoscitiva, sono stati istituiti Tavoli di lavoro permanenti che coinvolgono istituzioni, enti gestori dei servizi socio-assistenziali, università, organizzazioni del Terzo Settore, associazioni datoriali, sindacati ed enti ecclesiastici. Tali Tavoli traducono la mappatura dei bisogni in strategie condivise e interventi operativi, attraverso la co-produzione di conoscenza e percorsi di coprogrammazione e coprogettazione.

Gli Osservatori territoriali possono essere concepiti come infrastrutture strategiche articolate in tre pilastri:

  • Il primo è la raccolta, la lettura dei dati e il monitoraggio, intesi non come mera produzione di informazioni, ma come costruzione di una base condivisa di evidenze attraverso sistemi di rilevazione e analisi accessibili all’intera comunità. OsservaBrescia e OsservaBiella, ispirandosi ai Goal dell’Agenda 2030, hanno sviluppato un panel di oltre cento indicatori per leggere sistematicamente le trasformazioni del territorio, fruibile tanto dagli addetti ai lavori quanto dai cittadini.
  • Il secondo pilastro è quello delle alleanze e delle reti. Gli Osservatori favoriscono la connessione tra soggetti pubblici, privati e del Terzo Settore, promuovendo coordinamento e co-progettazione attraverso spazi strutturati di confronto che alimentano fiducia, apprendimento collettivo e condivisione di dati. L’esperienza di OsservaTrento è emblematica: prima di avviare l’Osservatorio, incontri territoriali con i principali stakeholder hanno permesso di interpretare congiuntamente alcuni fenomeni locali, rivelando che i dati, pur spesso disponibili, risultano frammentati e difficili da confrontare. Il coinvolgimento attivo degli attori nell’interpretazione delle informazioni trasforma il lavoro sui dati in un’occasione per rafforzare relazioni e promuovere azioni coordinate.
  • Il terzo pilastro riguarda le azioni, ovvero la capacità di tradurre la conoscenza in interventi concreti attraverso apprendimento continuo e programmazione adattiva. L’integrazione tra dati e relazioni consente di superare la logica dell’intervento a breve termine, a favore di una programmazione orientata al medio-lungo periodo. OsservaBiella, il più longevo dei tre, ne offre il modello più compiuto: a una prima fase di analisi quantitativa segue un approfondimento qualitativo su un tema prioritario, che sfocia in percorsi di coprogettazione mirati. È quanto accaduto con WantoBI, iniziativa dedicata ai giovani e alle giovani dai 17 ai 25 anni in situazione o a rischio di disagio, di dispersione e/o di esclusione sociale, nata proprio da un approfondimento su quel fenomeno specifico.

Conclusioni

Le esperienze analizzate offrono spunti che vanno ben oltre i casi specifici, illuminando alcune direzioni possibili per il futuro dei sistemi di welfare in contesti di policrisi.

La prima riguarda le fondamenta. Costruire sistemi territoriali capaci di rispondere tempestivamente e in modo coordinato ai bisogni emergenti non è un problema tecnico, ma, prima di tutto, relazionale e cognitivo. Tre elementi si rivelano imprescindibili:

  • la conoscenza, che fornisce l’infrastruttura cognitiva per orientare decisioni e azioni;
  • la fiducia, che crea le condizioni relazionali affinché attori diversi — e spesso portatori di interessi divergenti — possano cooperare;
  • le alleanze, che traducono fiducia e conoscenza in ecosistemi territoriali capaci di coordinare risorse, competenze e responsabilità in modo integrato.

In questo triangolo, i dati svolgono una funzione trasversale e abilitante: non sono solo uno strumento di misurazione, ma il terreno su cui si costruisce una missione comune e si consolida la fiducia attraverso lo scambio strutturato di informazioni.

La seconda direzione riguarda il significato stesso di resilienza. Questo è un processo dinamico, che si nutre della qualità delle relazioni e della disponibilità di conoscenza condivisa. L’adattamento, a sua volta, non è un aggiustamento episodico, ma una trasformazione continua dei sistemi di welfare resa possibile da una conoscenza approfondita dei territori. Conoscere significa anticipare, e anticipare significa intervenire prima che i rischi si sedimentino in bisogni conclamati.

Le esperienze di Biella, Brescia e Trento mostrano come questi processi possano essere concretamente attivati attraverso dispositivi come gli Osservatori territoriali, capaci di integrare produzione di dati, costruzione di alleanze e capacità di azione in un unico ecosistema. In tutti e tre i casi emerge con chiarezza il ruolo abilitante degli attori privati nel promuovere e sostenere tali iniziative, mettendo a disposizione risorse, competenze e capacità di coordinamento che spesso le istituzioni pubbliche faticano a esprimere da sole. Ma questo protagonismo non sostituisce il pubblico: lo affianca, lo stimola e lo rafforza, in una dinamica in cui la legittimità istituzionale rimane una condizione irrinunciabile per garantire continuità e integrazione con le politiche ordinarie.

Quello che si delinea è un modello di welfare sempre più sistemico, in cui pubblico e privato cooperano all’interno di ecosistemi territoriali sorretti da infrastrutture abilitanti. In un contesto di policrisi — in cui le sfide si moltiplicano, si intrecciano e si accelerano — la capacità di costruire e alimentare tali ecosistemi è una delle condizioni fondamentali per garantire la tenuta e l’adattamento dei sistemi di welfare nel lungo periodo.

Riferimenti

Questo articolo è uscito sul numero 1/2026 di Rivista Solidea, pubblicazione promossa dall’omonima Società di mutuo soccorso e parte del network del nostro Laboratorio.

Note

  1. Nel bresciano l’Osservatorio territoriale OsservaBrescia è promosso da Intesa Sanpaolo per il Sociale.
Foto di copertina: Anika Huizinga, Unsplash.com