TERZO SETTORE /
Verso una comunità che cura: l'esperienza de ''La Bottega del Possibile'' sul territorio di Orbassano
Rilanciare il sistema di welfare locale incentrandolo su domiciliarità, pratiche di prossimità e nuove forme di mutualità. Su Rivista Solidea si racconta l'esperienza pluriennale dell'associazione
21 agosto 2019

Quali pratiche per un modello innovativo di supporto alla domiciliarità e di cure integrate di comunità? Quale contributo può essere portato per rilanciare un nuovo sistema di welfare dei servizi centrato sulla cultura della domiciliarità, su pratiche di prossimità e nuove forme di mutualità? Quali spazi hanno, oggi, processi di de-sanitarizzazione della salute, di sviluppo di comunità, facendo della salute la ragione stessa dell’essere Comunità? L’Associazione “La Bottega del Possibile” sta sperimentando da alcuni anni sul territorio del distretto socio-sanitario di Orbassano, insieme ai partner del territorio, nuovi percorsi e luoghi di cura, interventi e servizi di sostegno alla domiciliarità per la popolazione anziana, attraverso l’integrazione tra i Servizi Sociali e Sanitari, tra soggetti pubblici e del privato sociale e tra differenti professioni. Se ne parla sul numero 2/2019 di Rivista Solidea.


Tramite l’attivazione di processi partecipativi, si sperimentano nuove modalità per dare impulso a una comunità, in quanto soggetto attivo del prendersi cura. Tutto questo per sperimentare, insieme, un agire e un promuovere la comunità operosa, solidale, partecipe e capace di prendersi cura delle persone che l’abitano, investendo sulle capacità e risorse dei singoli e della comunità stessa.

A distanza di tre anni dall’avvio della sperimentazione, iniziano ad intravedersi importanti e significativi risultati, consapevoli della fragilità che ha una sperimentazione quale è la nostra, nel momento in cui non sono pienamente inserite nella programmazione locale degli Enti, se non vengono a sua volta sostenute anche dai singoli cittadini e dal tessuto associativo. Consapevoli anche, che l’impegno per un nuovo modello di welfare partecipato di prossimità, basato sulla centralità della persona, sul sostegno alla domiciliarità e sull’abitare sociale, deve essere accompagnato da operatori formati, imprenditivi, curiosi, itineranti, esploratori, non stanchi e sfiduciati, poiché sappiamo che gli operatori stanchi sono coloro che mettono fine al possibile.


Per una cultura della domiciliarità

In questo agire e sperimentare, leghiamo l’assunzione della cultura della domiciliarità come asse portante di un nuovo sistema di welfare di prossimità.

Perché è questo il sistema che può mettere in movimento le persone, con le loro risorse e desideri: un modello che promuove la partecipazione di tutti gli attori sociali e dei singoli nella ricerca di soluzioni comuni; sviluppa alleanze e collaborazioni virtuose tra cittadini e Istituzioni, tra Enti pubblici e privati; valorizza competenze e professionalità di ciascuno; diffonde l’Inclusione come accettazione dell’arricchimento che ogni soggettività porta; amplia il concetto di diversità inteso non solo come valore, ma come condizione della stessa normalità; potenzia un modello che assicura gli aiuti in relazione ai reali bisogni della persona; promuove maggiore responsabilità degliuni verso gli altri.

In questa cornice, la cultura della domiciliarità può rappresentare un grimaldello per ripensare in termini diversi i rapporti tra persone e servizi, tra territorio e governance locale. E può essere la chiave per riportare la persona al centro di ogni politica, soprattutto per mettere al centro il ben-essere delle persone, con il loro vivere e abitare.


Un progetto diventato “pratica locale"

A distanza di poco più di due anni dall’avvio, il progetto ha oggi preso forma, radicandosi come pratica locale, estendendosi in altri Comuni (Rivalta e Bruino) e diventando, così, un progetto di molti.

La sperimentazione è stata riconosciuta, anche a livello nazionale, come una delle buone pratiche, in quanto è riuscita a dimostrare che è possibile, anche a costi molto contenuti, mettere in atto un modo “altro” di prendersi cura delle persone fragili, attraverso il ruolo attivo della comunità.

Una comunità che investe sulla promozione della salute sa che questo è il pilastro di un progetto sociale per ricostruire e rafforzare la comunità stessa, per rinnovare alcune pratiche operative, un nuovo agire professionale: ad esempio, attivando forme di integrazione tra comparto sociale e sanitario, creando sistemi di partenariato fra soggetti pubblici e privati.

In questo modo, si sperimenta anche la bellezza dello stare insieme, del fare comunità: i luoghi pubblici vengono re-interpretati come luoghi delle opportunità e si sperimentano gli operatori come agenti di cambiamento.

Non ci si limita a riempire dei vuoti, a fornire solo prestazioni e a mettere in azione un nuovo servizio, ma si investe sulle risorse e competenze delle persone e della comunità, per rafforzare la resilienza di ogni singolo e della comunità stessa.

 


Una sperimentazione per imparare a mettersi in ascolto

La sperimentazione si sviluppa, nella sua prima fase, nel periodo ottobre 2016–marzo 2018, mentre la seconda fase avrà termine nel marzo 2020. Abbiamo messo in campo una micro-equipe multiprofessionale sul territorio, il cui compito e intervento non è solo quello a carattere prestazionale, ma soprattutto quello di sviluppare un lavoro in rete e di agire sulle risorse e sui desideri delle persone, per non restare confinati solo sui bisogni.

Sconfinare, riposizionare il proprio ruolo e profilo per andare verso le persone, è quanto viene loro richiesto, utilizzando e rilanciando come pratica la visita domiciliare strutturata e programmata. Un’azione, questa, che ha lo scopo di “mettersi in ascolto”, di superare la logica dell’intervento prestazionale, che si attiva a fronte di una domanda e specifico bisogno conclamato. Posizionarsi su questo orientamento, consente ai servizi e agli operatori di «uscire dal proprio fortino» per incontrare le persone nel loro contesto di vita.

“Andare verso” le persone e non solo attendere che siano loro a rivolgersi a un servizio, consente di “raggiungere gli irraggiungibili”, di prevenire i rischi legati alla fragilità e offrire opportunità di azioni volte alla promozione della salute a una gamma molto più grande di popolazione. Consente di progettare interventi condivisi sulla base di specifici bisogni e desideri grazie all’Ascolto della persona nel suo contesto di vita quotidiana. Agendo fuori dall’ambito dei setting dei servizi e degli ambulatori, spostando il focus dell’agire sul territorio, coinvolgendo le persone in una pluralità di iniziative e luoghi. L’intera partnership è impegnata a sperimentare nuovi percorsi e luoghi di cura, un nuovo modello di sostegno alla domiciliarità, trasformare l’RSA in un Centro Servizi e luogo di socializzazione e di incontro, valorizzare e utilizzare gli spazi pubblici, dalla bocciofila alla biblioteca, per promuovere salute e ben-essere, attivare processi partecipativi, per dare impulso a una comunità più coesa, solidale e responsabile.



Riflettendo sugli aspetti più innovativi della sperimentazione

A partire dall’obiettivo generale relativo alla promozione di percorsi innovativi di sostegno alla domiciliarità, sono stati sperimentati un sistema di governance e delle azioni che hanno visto l’integrazione tra diversi enti e figure professionali e la disponibilità di una struttura residenziale a trasformarsi in una realtà aperta al territorio.

In questo modo è stato possibile sostenere anche la domiciliarità delle persone anziane che vivono ancora a casa, divenendo capitale sociale per la comunità.

Per chiarire l’essenza di quest’esperienza, sono molto esplicative le parole dei protagonisti del progetto, quando hanno dovuto raccontarla da diversi angoli prospettici: beneficiari, operatori, professionisti, responsabili dei Servizi, amministratori del Comune e volontari.

Le metafore descritte nelle interviste e nei focus group condotti dopo un anno dall’avvio delle visite domiciliari rappresentano il progetto come un’opportunità importante, un cantiere aperto, per promuovere una comunità accogliente, in cui i diversi soggetti sono partecipanti attivi nei processi di inclusione, di empowerment, di costruzione e cura delle reti sociali.

La metafora “un fiore che sboccia di cui si sente il profumo” evoca le potenzialità di quest’iniziativa e le possibilità future; “un’ambizione che vuole toccare le stelle”, ne indica la rilevanza percepita.

Per tutti i partecipanti, essa rappresenta, infatti, un’occasione importante per avviare processi innovativi nel prendersi cura delle persone e della comunità: un’occasione che va coltivata affinché si possa radicare per divenire pratica consolidata e possibile modello di riferimento.

In linea con la mission dell’associazione “Rincorrere l’impossibile per renderlo possibile”, la sfida è di promuovere anche nuove prospettive e pratiche per un nuovo welfare di prossimità, verso processi sociali e culturali che mirino a creare opportunità inclusive di partecipazione alla vita sociale attiva.

Un modello innovativo del prendersi cura

Il modello che si è cercato di perseguire è quello delle “Cure Integrate di Comunità”: approccio che punta a favorire l’empowerment e il coinvolgimento delle persone nella co-produzione di azioni basate sul curare e prendersi cura, nel quadro di partenariati intersettoriali e interprofessionali. Obiettivo di tali collaborazioni è migliorare la qualità delle azioni di cura, capaci di innalzare e mantenere livelli di qualità della vita delle persone fragili e di ben-essere più generale della comunità.
 


Il sostegno alla domiciliarità

L’Associazione “La Bottega del Possibile” ha ideato e promosso nel nostro Paese il concetto culturale della domiciliarità, secondo le parole della presidente onoraria Mariena Scassellati Sforzolini «quel contesto dotato di senso per la persona stessa, lo spazio significativo che comprende la globalità della persona, la sua casa e ciò che la circonda, tale spazio è una sorta di nicchia ecologica, dove la persona sta bene, sente di essere a suo agio, dove desidera vivere e abitare, lo spazio che non vorrebbe abbandonare». La domiciliarità è “l’intero, l’interno e l’intorno della persona”; l’abitare sociale è rappresentato dal rapporto con l’insieme del contesto in cui la persona è inserita, quindi l’ambiente circostante, il paesaggio, il quartiere, il vicinato, il panettiere, il centro sociale, la cultura locale...



In questo quadro, il sostegno alla domiciliarità rappresenta un riferimento essenziale e importante per una visione della cura delle persone e del loro Intorno.


La visita domiciliare

Come già ricordato, la visita domiciliare rappresenta una delle azioni centrali del progetto; non contingentata dal minutaggio, è un’azione di ascolto, osservazione, informazione e orientamento, di vicinanza, di prossimità, di supporto e di accompagnamento. Deve essere considerato un intervento il cui fine è sostenere le persone affinché possano continuare a vivere e abitare, in relazione con il loro “Intorno”, nella loro casa, potendo, anche per questo scopo, contare su una figura di riferimento, una figura professionale “amica” a cui rivolgersi in caso di bisogno.

La visita domiciliare implica un riposizionamento degli operatori e dei servizi. L’intervento, infatti, prova a uscire da una logica prestazionale e frontale per assumere quella più laterale, di accompagnamento, allontanandosi da una cultura e approccio bio-medico per affermare una visione bio-psico-sociale, in cui si intersecano una molteplicità di azioni a più livelli: sanitario, psicologico, sociale e ambientale.

Le visite domiciliari sono state proposte a tutti i soggetti del campione selezionato, contattando 800 persone tra i 75 e gli 85 anni. Il campione è stato individuato scegliendo una fascia di età che potesse essere significativa per il tipo di intervento e approccio: una fascia che comprendesse diversi livelli di fragilità e non fosse schiacciata verso il polo della disabilità e non autosufficienza. A partire dalla popolazione di 1600 anziani di Piossasco che rientravano in questo range, si è selezionato un campione casuale, rappresentativo per gruppi, identificati in base al numero di componenti del nucleo familiare.

Delle 800 persone contattate, 345 si sono dichiarate disponibili e hanno ricevuto almeno una visita domiciliare. A tale numero si devono aggiungere altri soggetti che non rientrano nel campionamento causale: sono stati coinvolti nelle visite domiciliari 83 persone appartenenti al range 75-85, 63 persone interessate fuori range, per un totale di 491 persone anziane che hanno ricevuto almeno una visita domiciliare.
Su tali dati si sono inoltre operate delle analisi al fine di restituire una fotografia sulla condizione di salute degli anziani di Piossasco.
Un’attenzione particolare è stata posta verso i soggetti più fragili: sulla base di indici di fragilità individuati attraverso scale validate, si è costruito un registro delle fragilità che viene aggiornato periodicamente.


Attivazione delle persone e della comunità

Un risultato importante delle azioni promosse è stata l’attivazione di un processo partecipativo, coinvolgendo un numero significativo di persone in attività di socializzazione e di volontariato, favorendo così la costruzione di reti di solidarietà e di prossimità. Le attività proposte hanno consentito di realizzare diverse occasioni di incontro e di socializzazione tra le persone anziane (cene tra i camminatori, auto-aiuto nel trasporto, creazione di gruppi spontanei per i lavori manuali a casa). Alcune persone sono di fatto diventate una sorta di “sentinelle di comunità”, connettendo le persone in difficoltà agli operatori del progetto. Possiamo quindi sostenere che si è contribuito a rafforzare la coesione sociale, il tessuto di relazioni e legami sociali tra i cittadini di Piossasco.

Sono più di 350 le persone che complessivamente partecipano alle diverse attività di comunità e laboratoriali: una fascia di popolazione anziana che ha arricchito il proprio progetto di vita e le proprie relazioni. Questa attivazione ha incrementato il clima di fiducia, la ricerca di soluzioni ai problemi comuni da agire collettivamente. La sperimentazione ha saputo anche coinvolgere la comunità attraverso momenti di riflessione e di incontro, anche tra generazioni. Un’azione generativa, che ha certamente influito positivamente sullo stato di ben-essere degli anziani coinvolti e ha anche contribuito a ricostruire il senso di comunità.


Per approfondire

Pregno C., Servizio Sociale e anziani, Carocci Faber, Roma, 2016.

Scassellati Sforzolini, M. Voce Domiciliarità, in Campanini (a cura di), A.M. Nuovo Dizionario di Servizio Sociale, ed Carocci Faber, Roma, 2013.