L’estate è ormai nel vivo e questo per molte persone significa l’inizio delle meritate ferie: preparate con più o meno anticipo, finalmente permetteranno di staccare dallo studio o dal lavoro, o comunque spezzare per qualche giorno dalla routine quotidiana. Organizzare una vacanza con amici o familiari però non è sempre semplice: bisogna scegliere i giorni liberi, concordare il budget, definire le destinazioni e far coincidere modi diversi di vivere il viaggio. A volte, però, c’è un tema ancora più basilare: trovare qualcuno con cui partire.
Anche per rispondere a questa esigenza, negli ultimi anni si sono diffuse piattaforme digitali specializzate nell’organizzazione di viaggi di gruppo, spesso legate a vere e proprie community di viaggiatori solitari. Il meccanismo è semplice: si sceglie una destinazione e si parte insieme ad altre persone che, nella maggior parte dei casi, non si sono mai incontrate prima. Le ragioni che spingono sempre più persone a scegliere questa formula sono diverse. C’è la comodità di non doversi occupare di ogni dettaglio organizzativo e la libertà di partire senza dover far combaciare il proprio calendario con quello di amici e conoscenti. Ma la praticità non basta a spiegare l’interesse crescente per queste esperienze. Non si acquista solo un itinerario, ma anche la possibilità di incontrare persone nuove e condividere con loro parte del proprio tempo: la dimensione relazionale è parte integrante dell’offerta.
Una dinamica interessante che ci ha spinte a porci alcune domande: quale legame esiste tra viaggi di gruppo organizzati e il crescente fenomeno della solitudine? Questo incide sul lavoro delle piattaforme che organizzano i viaggi? In che misura è importante il tema della relazione nella loro offerta? Quali dinamiche si generano prima, durante e dopo il viaggio? E, più in generale, che nessi esistono tra i viaggi di gruppo organizzati col più ampio tema della povertà relazionale? Andiamo con ordine.
Non solo solitudine: che cos’è la povertà relazionale
Come abbiamo raccontato nel primo numero della nostra rivista Nessi, la povertà relazionale non coincide semplicemente con il sentirsi soli, ma riguarda la scarsità, la fragilità o l’assenza delle reti sociali sulle quali una persona può fare affidamento. Le relazioni sono infatti vere e proprie risorse: permettono di ricevere informazioni, accedere a opportunità, chiedere aiuto e trovare sostegno nei momenti di difficoltà. Quando queste reti si indeboliscono, la povertà relazionale può contribuire ad aggravare altre vulnerabilità di natura economica, sanitaria o psicologica. Il fenomeno può interessare persone di età e condizioni sociali molto diverse e non implica necessariamente una situazione di completo isolamento: può manifestarsi anche attraverso reti frammentate, intermittenti o difficili da attivare nel momento del bisogno. Una persona può frequentare molti ambienti, partecipare a numerose attività e avere una vita apparentemente ricca di occasioni sociali, senza tuttavia disporre di relazioni sufficientemente solide o accessibili quando necessita di sostegno.
È alla luce di questa distinzione che va letto il legame tra viaggi di gruppo organizzati e bisogno di relazione. La dimensione relazionale costituisce infatti un elemento esplicito dell’offerta di queste esperienze: non si acquista soltanto gli elementi che creano l’itinerario (spostamenti, sistemazioni, escursioni, visite, etc.), ma anche la possibilità di incontrare altre persone e condividere con loro tempo ed esperienze. Secondo Raffaele Di Staso, PR & Communication Manager di We Road, questa trasformazione riguarda il significato stesso attribuito alla partenza: “il viaggio ha smesso di essere solo una lista di mete da spuntare ed è diventato un modo per rispondere a un bisogno di relazione”. Dopo anni segnati dalla crescita delle interazioni digitali, sostiene Di Staso, molte persone sarebbero tornate a cercare occasioni di incontro nella vita reale, all’interno di quella che WeRoad definisce IRL economy1. I dati dell’Osservatorio WeRoad 2026 sembrano sostenere, almeno in parte, questa interpretazione: il 45% delle persone coinvolte nella ricerca indica il viaggio come il contesto nel quale più spesso si conoscono persone nuove, rispetto al 30% rilevato nel 2025, mentre app e social network si fermerebbero al 9%.

È a questo punto, però, che occorre chiedersi: la possibilità di incontrare nuove persone come incide sulla povertà relazionale vera e propria? Le esperienze di viaggi di gruppo possono creare occasioni di incontro, far sentire le persone meno sole e ampliare le loro reti sociali. Ma la questione decisiva è un’altra: riescono anche a generare relazioni capaci di durare nel tempo e di trasformarsi in risorse per la vita quotidiana?
Il viaggio come dispositivo relazionale
Per rispondere a questa domanda bisogna partire da un assunto ben definito: costruire nuove relazioni non è sempre semplice. Per conoscere qualcuno bisogna condividere uno spazio, possedere almeno un interesse, un ideale o uno scopo in comune, avere occasioni per interagire e frequentarsi abbastanza a lungo perché una conoscenza possa trasformarsi in un rapporto più solido. I viaggi di gruppo concentrano molte di queste condizioni in pochi giorni: le persone condividono spostamenti, pasti, attività e imprevisti. Trascorrono molto tempo insieme e affrontano l’esperienza sapendo che anche gli altri partecipanti hanno accettato di partire con persone sconosciute.
È proprio quest’ultimo elemento ad aver assunto un significato nuovo. “Partire con quindici sconosciuti un tempo era una barriera. Oggi è diventato un valore perché ci si presenta senza etichette e ruoli predefiniti” spiega Di Staso. La sospensione temporanea dei ruoli ricoperti nella vita quotidiana – professionali, familiari e sociali – può rendere più semplice esporsi, raccontarsi e sperimentare modi diversi di entrare in relazione.
Anche la community di SiVola individua in questo uno dei punti di forza di questo tipo di esperienze. Nella vita di tutti i giorni, spiegano sulla piattaforma, tendiamo a mostrare solo la versione più performante e sicura di noi stessi; in viaggio, invece, il meccanismo si inverte: entrare in un nuovo gruppo di viaggiatori diventa l’occasione per lasciar cadere quella maschera, mettersi in gioco e mostrarsi per come si è davvero.
Le due prospettive, pur partendo da angolazioni diverse, convergono su un punto centrale: è proprio l’uscita temporanea dai ruoli e dalle immagini di sé costruite nella quotidianità a rendere possibile un tipo di incontro – e potenzialmente di legame – diverso da quello che si sperimenta nella vita di tutti i giorni.
Il viaggio organizzato può quindi essere considerato una sorta di dispositivo relazionale: un contesto progettato che riduce alcune delle barriere che normalmente rendono difficile incontrare nuove persone. Non è necessario trovare un gruppo, proporre un’attività o cercare un pretesto per iniziare una conversazione. È la struttura stessa dell’esperienza a facilitare le interazioni. Di Staso sintetizza questa impostazione affermando che “il nostro vero prodotto non è il viaggio, ma la connessione: offriamo un contesto, più che una meta”. In questo modo si rende esplicito come il gruppo non rappresenti soltanto il mezzo attraverso il quale viene erogato un servizio turistico, ma una componente centrale del valore economico e simbolico dell’esperienza.
Tutto questo, però, non significa che durante ogni viaggio nascano necessariamente amicizie profonde. Aumentano semmai le occasioni perché possano formarsi nuove conoscenze e diversi tipi di legame. Alcuni rapporti restano circoscritti alla vacanza, altri si trasformano in legami deboli – capaci comunque di ampliare la rete sociale e mettere in contatto persone, esperienze e ambienti differenti – altri ancora si consolidano in relazioni più profonde. I viaggi di gruppo creano insomma condizioni favorevoli alla nascita di nuovi legami, ma non per forza li determinano. Inoltre, il loro reale contributo al contrasto della povertà relazionale dipende soprattutto da ciò che accade dopo la fine dell’esperienza.
Dal gruppo alla rete: cosa resta al ritorno?
Per parlare davvero di contrasto alla povertà relazionale, infatti, non basta condividere un viaggio insieme a persone nuove: bisogna capire che cosa accade una volta tornati a casa. Una relazione diventa una risorsa quando entra, almeno in parte, nella vita quotidiana: quando le persone continuano a sentirsi e a incontrarsi oppure, più semplicemente, sanno di poter contare l’una sull’altra. Se il gruppo si scioglie alla fine del viaggio, l’esperienza può avere ridotto per qualche giorno la sensazione di solitudine, ma più difficilmente avrà modificato in maniera significativa la rete relazionale dei partecipanti. È qui che emerge la distinzione tra socialità temporanea e risorsa relazionale: un’esperienza intensamente sociale può farci sentire meno soli senza necessariamente incidere sulla povertà relazionale. Perché questo avvenga, gli incontri devono avere la possibilità di trasformarsi in legami e di essere alimentati nel tempo.
Sempre secondo l’Osservatorio WeRoad, il 66% delle persone intervistate avrebbe costruito un legame autentico con qualcuno conosciuto durante un viaggio, e il 52% considererebbe questo rapporto più vero rispetto ad alcune relazioni della vita quotidiana.

Al di là delle percentuali, commentando questi dati Di Staso sottolinea soprattutto la continuità informale che spesso segue il ritorno: “le amicizie si tengono vive nelle chat di gruppo attive per anni e nelle nuove partenze fatte insieme. È così che una socialità nata come temporanea diventa una rete stabile”. Anche in questo caso, però, è necessario distinguere tra la permanenza di un contatto e la costruzione di una relazione concretamente attivabile: una chat sempre aperta o una nuova vacanza insieme non dicono ancora quanto quel legame sia solido o capace di offrire sostegno nei momenti di difficoltà.
Il contributo più interessante di realtà che organizzano viaggi di gruppo potrebbe risiedere proprio qui, non tanto nel viaggio in sé quanto nelle community che lo accompagnano – eventi e incontri tra partecipanti – capaci di dare continuità alle relazioni nate in vacanza.
Un meccanismo simile si ritrova in altre piattaforme che lavorano esplicitamente sulla costruzione di legami attraverso viaggi ed interessi condivisi. È il caso di Meeters, la piattaforma di viaggi organizzati per over 40, il cui algoritmo incrocia le informazioni fornite dagli utenti in fase di registrazione – interessi, luogo di residenza, età, genere – con i dati ricavati dalle loro attività e interazioni sulla piattaforma, per suggerire eventi e connessioni con persone che condividono interessi e affinità simili. In questo modo si costruisce un matchmaking mirato che permette di costruire comunità di persone con interessi comuni, favorendo legami che nascono grazie alla tecnologia ma che si consolidano poi nella vita reale ad attenuare il senso di inadeguatezza sociale.
Valutare l’impatto dei viaggi di gruppo sulla povertà relazionale significa dunque guardare oltre la soddisfazione dei partecipanti. Quanti di quei legami sopravvivono al ritorno? E in quali condizioni diventano risorse concretamente attivabili?
Oltre il viaggio: costruire relazioni nella quotidianità
I viaggi di gruppo possono rappresentare occasioni preziose per incontrarsi e ampliare le proprie reti sociali, ma restano esperienze circoscritte ed eccezionali. Difficilmente, quindi, possono incidere da soli su un fenomeno complesso come la povertà relazionale, contribuendo a prevenirla o affrontarla. Lo riconosce anche Di Staso: “non pretendiamo di risolvere la povertà relazionale, ma crediamo che il viaggio possa insegnarci qualcosa su come ricostruire legami anche a casa”.
L’aspetto più interessante riguarda proprio le condizioni che favoriscono l’incontro: tempo condiviso, attività comuni, contatti ripetuti e presenza di figure capaci di facilitare la partecipazione. WeMeet, il programma di eventi locali promosso da WeRoad, prova a trasferire questi elementi nella quotidianità: “la voglia di conoscere gente nuova è quotidiana”, osserva Di Staso. “WeMeet trasporta nella vita di tutti i giorni le emozioni di un viaggio, con eventi in 40 città d’Europa e una barriera d’ingresso bassissima”. Si tratta però ancora di un’iniziativa privata, legata a uno specifico modello organizzativo e a determinati pubblici di riferimento.
Perché esperienze di questo tipo possano contribuire in modo più strutturale al contrasto della povertà relazionale, è necessario inserirle in reti territoriali più ampie, accessibili e continuative. È qui che il secondo welfare può svolgere un ruolo rilevante, mettendo in relazione esperienze come queste a quelle di imprese, enti locali, Terzo Settore, fondazioni e comunità. Biblioteche, case di quartiere, associazioni, oratori e spazi culturali sono solo alcuni esempi di luoghi che possono così diventare vere infrastrutture relazionali, dove l’incontro non sia un evento occasionale, ma una possibilità concreta e duratura.
I viaggi di gruppo segnalano dunque una domanda reale di relazioni. Non sono da soli una risposta sufficiente, ma possono offrire indicazioni utili su come agire. La sfida è trasformare ciò che funziona in un’esperienza straordinaria in pratiche ordinarie, radicate nei territori e capaci di durare nel tempo.
Note
- Acronimo di “In Real Life Economy “ (economia della vita reale) con cui si intende un mercato incentrato su relazioni offline, aggregazione fisica ed esperienze in presenza, nate come antidoto all’affaticamento da schermo (screen fatigue) e alla solitudine digitale.