Da anni ci raccontano e ci raccontiamo di essere vittime della tecnologia: prigionieri degli algoritmi, manipolati dai social, sopraffatti da un’intelligenza artificiale che decide al posto nostro. È una narrazione diffusa, seducente e profondamente comoda, che diventa una scorciatoia che ci assolve e ci indebolisce, che produce solo scoraggiamento e rassegnazione, sfiducia e moralismo: la colpa è sempre di qualcun altro, anzi, di qualcos’altro: l’algoritmo!
Dal determinismo tecnologico alla libertà consapevole
Questo determinismo tecnologico lo trovo inutile e dannoso. Per questo ho deciso di approfondire il tema nel libro “Non è colpa dell’algoritmo! Idee per usare bene la nostra libertà nell’era digitale”, in cui propongo un cambio di prospettiva: piattaforme e intelligenza artificiale non sono soggetti autonomi, ma strumenti progettati da esseri umani e alimentati quotidianamente dalle nostre scelte.
Se funzionano, è perché li usiamo. Se ci condizionano, è anche perché rinunciamo a governarli.
I rischi reali dell’ecosistema digitale – dalla sorveglianza alla polarizzazione, dalla dipendenza alla manipolazione – sono concreti, dannosi e noti, ma credo sia preferibile puntare l’attenzione su ciò che spesso viene rimosso dal dibattito pubblico: la responsabilità personale, il buon uso della nostra libertà, fondato sulla consapevolezza.
Mettere la persona al centro
Anche per questo motivo, non metto l’umano (categoria indistinta) al centro della tecnologia, ma la persona: tu, io, con la nostra libertà concreta. Una libertà imperfetta, ma decisiva se fondata sulla consapevolezza di come funzionano social, intelligenza artificiale generativa e relazionale e, soprattutto, su come siamo stati fatti e dunque siamo davvero noi esseri umani.
Attraverso esempi, riflessioni e provocazioni che toccano l’uso dei social e dell’intelligenza artificiale generativa e relazionale, la scuola (P2W he ha recentemente scritto qui, ndr), il lavoro, la famiglia, la vita quotidiana, l’accessibilità, la comunicazione politica e molto altro ancora. Nel libro propongo di abitare il digitale senza subirlo, di usare la tecnologia senza farci usare, di allenare la libertà con le nostre micro scelte quotidiane.
La tecnologia non è un destino ineluttabile: è una partita che, nel bene e nel male, giochiamo noi. Ciascuno di noi. Il “potere di noi senza potere” nell’era digitale è molto più grande di quello che ci viene raccontato e lo possiamo esercitare proprio usando a nostro favore i meccanismi dei social e dell’intelligenza artificiale.
La sfida della tecnologia: ridefinire noi stessi
La questione è relativamente semplice: la sfida della tecnologia ci obbliga a ridefinire la nostra umanità, chi siamo, cone siamo stati fatti, come funzioniamo. Questo presuppone sapere innanzitutto che siamo esseri relazionali e non solamente esseri razionali. Non è un gioco di parole: è l’inizio del cammino per essere consapevoli di come le tecnologie “assecondino” (sfruttino?) queste nostre caratteristiche e quindi essere capaci di utilizzarle al meglio, esercitando in modo consapevole la nostra libertà. La verità (su noi stessi) ci fa liberi. Anche in questa straordinaria, in ogni senso, era digitale.