In una riunione di équipe, un’assistente sociale presenta la situazione di una famiglia: “Non è colpa loro se sono in difficoltà, il lavoro non c’è e gli affitti sono altissimi”. Poco dopo aggiunge: “però potrebbero impegnarsi di più, quella proposta di lavoro l’hanno rifiutata”. La stessa scena potrebbe svolgersi in qualsiasi altro contesto sociale che si occupa di contrasto alla povertà. Sono due frasi pronunciate in buona fede e senza coglierne la contraddizione: si può infatti essere convinti che la povertà abbia cause sociali e, nello stesso tempo, continuare a interpretare le scelte della singola persona come una sua mancanza.
Questa distanza ha però delle conseguenze concrete, perché dalla lettura della situazione dipende la risposta che mettiamo in atto. Se il rifiuto di quel lavoro viene letto come scarsa motivazione, si proporrà un percorso per “riattivare” la persona; se viene letto come una scelta presa dentro vincoli molto stretti, magari perché l’orario era incompatibile con la cura dei figli, si cercherà insieme a lei un’alternativa praticabile.
Su questo scarto ha lavorato a lungo Michal Krumer-Nevo, che ha elaborato il Poverty-Aware social work Paradigm (PA-P) (Krumer-Nevo 2021), di cui abbiamo già avuto modo di raccontare qui. In breve, il paradigma definisce la povertà come una violazione dei diritti umani, che colpisce insieme le condizioni materiali, le opportunità sociali e il modo in cui le persone vengono viste e trattate, e traduce questa lettura in indicazioni operative per il lavoro con le persone e le famiglie. In oltre venticinque anni di formazione, Krumer-Nevo ha incontrato spesso professionisti e professioniste che, pur riconoscendo le cause strutturali della povertà in generale, faticavano a tenerne conto davanti a una singola persona concreta o un singolo nucleo familiare.
Una scala per misurare lo sguardo, non solo le opinioni
Per rendere visibile questa distanza, Shlomit Weiss-Dagan e Michal Krumer-Nevo hanno costruito la Poverty Awareness Scale (PAS) (Weiss-Dagan e Krumer-Nevo 2022), un questionario di 30 affermazioni su cui si esprime un grado di accordo. Gli strumenti di misura precedenti si concentravano quasi solo sulle cause della povertà: dipende dalle persone o dalla società? La PAS mantiene questa domanda, ma ne aggiunge un’altra, che riguarda il modo in cui guardiamo le persone in povertà, le loro conoscenze e la loro capacità di resistenza alla povertà.
Sul primo versante, la scala chiede se si attribuiscono a queste persone caratteristiche negative, come la disonestà o la pigrizia, e se ci si rende conto che vengono spesso trattate come cittadini e cittadine di serie B, o che “si parla di loro e non con loro”. È ciò che la letteratura chiama othering: il processo con cui qualcuno viene costruito come “diverso da noi” e, per questo, guardato con distanza. Sugli altri due versanti, la scala chiede se si riconosce che chi vive in povertà ha qualcosa da insegnare, a partire dall’esperienza che ha della propria condizione, e se si vedono gli sforzi con cui ogni giorno vi resiste, con strategie piccole e talvolta poco comprensibili dall’esterno.
Nella sua formulazione originale la scala è stata utilizzata con assistenti sociali e studenti e studentesse di servizio sociale, prima e dopo percorsi di formazione sul PA-P. Al termine dei percorsi, chi vi aveva partecipato mostrava una lettura più strutturale della povertà e una maggiore attenzione alle sue dimensioni relazionali: segno che è possibile modificare il nostro sguardo sulla povertà.
Uno specchio per chi lavora con la povertà
Riflettere sul proprio modo di leggere la povertà è una necessità per chiunque lavori con le persone che la vivono. In Italia il contrasto alla povertà coinvolge i servizi sociali dei Comuni, le organizzazioni del Terzo Settore e il volontariato, e ciascuno di questi contesti espone a rischi propri, che dipendono più da come è organizzato il lavoro che dalle intenzioni di chi lo svolge.
Nei servizi pubblici, dove l’accesso alle misure è sempre più legato a obblighi e condizioni, il colloquio può scivolare dalla comprensione del bisogno alla verifica degli adempimenti, e un appuntamento mancato diventa una mancanza da sanzionare prima che una situazione da capire. Nel Terzo Settore, progetti costruiti su obiettivi e indicatori possono spingere a privilegiare chi risponde meglio ai percorsi proposti, lasciando ai margini chi ha una vita troppo complicata per seguirli. Nel volontariato, la vicinanza e la gratuità sono una risorsa preziosa, ma possono trasformarsi in un aiuto che decide al posto delle persone o che si aspetta, più o meno consapevolmente, gratitudine e buona condotta in cambio.
Ogni contesto, dunque, traduce una certa lettura della povertà in pratiche concrete: un colloquio, un criterio di accesso, una regola del servizio. Per questo riflettere sul proprio sguardo non è solo un esercizio individuale, ma riguarda anche le organizzazioni.
È per questo che uno strumento come la PAS risulta utile in questo momento. Non serve a dare voti né a distinguere operatori buoni e cattivi, ma a rendere osservabile qualcosa che di solito resta implicito. Somministrata a campioni diversi, permette di capire dove la consapevolezza della povertà è più solida e dove è più fragile, e se cambia tra professioni, contesti di lavoro e livelli di esperienza. Usata prima e dopo un percorso formativo, come abbiamo visto, permette di verificare se e in che cosa la formazione modifica lo sguardo. Ripetuta nel tempo, potrebbe accompagnare l’evoluzione delle politiche e dei servizi. Accanto a questo uso scientifico ne è possibile anche uno riflessivo: compilarla e discuterne le risposte in équipe aiuta a far emergere, accanto alle convinzioni dichiarate, le zone d’ombra di cui spesso non ci si accorge.
Prime riflessioni dalla sperimentazione italiana
Negli ultimi anni una versione italiana della PAS è stata tradotta e utilizzata in via esplorativa con professionisti e professioniste, operatori e operatrici, volontari e volontarie in diversi contesti italiani, grazie al lavoro del centro di ricerca sul Relational Social Work dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Un primo studio, che ricostruisce questo percorso e ne presenta i risultati, è in fase di pubblicazione.
Già da questa prima fase emergono alcune indicazioni. La scala viene compilata con facilità e suscita interesse, soprattutto quando le risposte diventano occasione di confronto. Il passaggio da una lingua all’altra si è rivelato meno scontato del previsto: alcune affermazioni cambiano sfumatura nella traduzione, e in alcuni casi le risposte si addensano sulla posizione neutra, segno che la formulazione va affinata. Per questo è in corso la validazione della versione italiana, che coinvolgerà assistenti sociali, operatori e operatrici del Terzo Settore, volontari e volontarie di tutto il Paese: verificare che lo strumento misuri davvero ciò che dichiara di misurare è la condizione perché possa essere usato con fiducia nei servizi e nella formazione.
L’obiettivo è mettere a disposizione di chi lavora con la povertà uno strumento per una domanda semplice e scomoda: non solo che cosa pensiamo della povertà, ma come guardiamo le persone che la vivono.
Per approfondire
- Gollini A. (2026a), Interpretare la povertà come una violazione dei diritti umani. E agire di conseguenza, secondowelfare.it, 1 ottobre 2026.
- Gollini A. (2026b), Lavoro sociale e povertà. Analisi di caso e strumenti per un approccio relazionale e antioppressivo, Trento, Erickson.
- Krumer-Nevo M. (2021), Speranza radicale. Lavoro sociale e povertà, Trento, Erickson.
- Weiss-Dagan S. e Krumer-Nevo M. (2022), Poverty Awareness: Development and Validation of a New Scale for Examining Attitudes regarding the Aetiology and Relational-Symbolic Aspects of Poverty, in “The British Journal of Social Work”, vol. 52, n. 1, pp. 437-460.