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Collaboratrici familiari: l'armata silenziosa di cui non possiamo fare a meno
Da quando è iniziata la pandemia le persone che ci aiutano in casa e assistono i nostri anziani sembrano essere state dimenticate. Ma il sistema di welfare non può fare a meno del loro supporto. Servono tutele.
05 maggio 2020

La grande emergenza del Covid-19 ha colpito ancora più duramente i soggetti deboli, e nello stesso tempo li emargina dall’attenzione pubblica più di quanto già accade in tempi normali. Tra questi soggetti merita una speciale considerazione la silenziosa armata delle assistenti e collaboratrici familiari, anche a motivo del loro stretto legame con la tenuta dei precari equilibri delle famiglie per cui lavorano. Secondo l’INPS, a fine 2018 si trattava di 859.233 persone regolarmente registrate, in sette casi su dieci straniere, per l’83% donne. Arrivano da tutto il mondo, con cinque Paesi in evidenza come fornitori di questi aiuti spesso provvidenziali: Ucraina (21,9%), Filippine (16,7%), Moldova (10,1%), Perù (7,0%) e Sri Lanka (6,8%). Fin qui i dati ufficiali. Secondo alcune fonti (Assindatcolf) sarebbero addirittura 2 milioni, 1,15 milioni quindi lavorerebbero in nero.

La stretta dovuta al Coronavirus ha diversi effetti sulle loro già difficili condizioni di lavoro e di vita. Quante lavorano a ore, magari presso più famiglie, sono state generalmente sospese dal lavoro. Per almeno due mesi non sono state coperte dagli ammortizzatori sociali, nemmeno dalla cassa integrazione in deroga che tutela i lavoratori delle piccolissime imprese. Niente lavoro, niente stipendio, salvo la generosità di qualche datore. Si può immaginare l’effetto su famiglie già in lotta quotidiana con la povertà, oppure sui figli rimasti al Paese di origine accuditi dai nonni o da altri parenti.

Quando assistono anziani fragili, in convivenza, sono minacciate dallo stesso problema: i familiari rimasti a casa, nell’incertezza sui redditi presenti e futuri, possono decidere di risparmiare facendosi carico direttamente dell’assistenza ai congiunti.

Se invece riescono a mantenere il posto di lavoro, si trovano anzitutto esposte a un virus molto minaccioso per gli anziani. La loro formazione ad affrontare il contagio, la dotazione di dispositivi di protezione, la capacità di gestire adeguatamente lo spazio domestico, sono nelle mani delle famiglie datrici di lavoro, che a loro volta non hanno una preparazione tecnica per assicurare la prevenzione sanitaria. V’è da chiedersi se qualcuno si sia posto il problema, se siano stati attivati servizi di consulenza a distanza, se siano state comunicate le modalità di approvvigionamento di mascherine, guanti, disinfettanti e quant’altro servirebbe. Non sappiamo neanche quante assistenti familiari abbiano contratto il virus. Anche a loro spetterebbe una menzione, quando giustamente si ricordano i lavoratori che si prodigano per assicurare assistenza a chi ne ha bisogno e servizi essenziali.

Anche quando non corrono rischi immediati, il blocco delle uscite e delle interazioni sociali le priva poi di quel minimo di respiro e di contatti col mondo esterno che offrono una valvola di sfogo a chi convive con persone molto anziane e in declino. Non possono più passeggiare con i loro assistiti, non possono nemmeno incontrarsi con le amiche nelle due ore giornaliere di pausa, né concedersi qualche svago nel fine settimana. La reclusione è diventata totale. Con quali effetti sul loro benessere e su quello delle persone che assistono è facile immaginare.

Il welfare invisibile costruito dalle famiglie italiane mediante l’assunzione di aiuti esterni è una soluzione inevitabilmente precaria a un problema strutturale: alle famiglie si chiede di più di quanto sono in grado di dare. Facciamo in modo almeno che le risorse complementari (colf e assistenti familiari, dette badanti), italiane e straniere, siano tutelate al pari degli altri lavoratori, trattate con equità, riconosciute nei loro bisogni. Che la crisi attuale ci insegni qualcosa anche per il dopo. 

 


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