EDITORIALE /
Welfare oltre lo Stato
Il secondo welfare si configura come uno strumento non alternativo ma, piuttosto, complementare e integrativo a quello pubblico
28 novembre 2017

La crisi dell'ultimo decennio ha creato enormi difficoltà ai sistemi pubblici di protezione sociale, stringendoli nella morsa delle risorse calanti e dei bisogni crescenti. Il «martello» dei bisogni ha forse colpito più dell'«incudine» delle risorse. La spesa sociale a prezzi costanti pro-capite non è diminuita. Ma non è stata in grado di fornire risposte adeguate al moltiplicarsi delle difficoltà materiali e delle nuove vulnerabilità generate dalla Grande Recessione. Diseguaglianza e povertà sono così aumentate. Molte famiglie hanno sofferto pesanti arretramenti nel proprio tenore di vita.


Aree scoperte

Dati i persistenti squilibri del nostro welfare pubblico, le aree di bisogno rimaste maggiormente scoperte sono (state) quelle dell'assistenza e dei servizi sociali, soprattutto per le famiglie numerose e senza saldi ancoramenti al mercato del lavoro. In risposta alla forte pressione dei bisogni, si sono attivati canali aggiuntivi di aiuto rispetto a quelli pubblici. La sfera del welfare è un «diamante» a quattro punte. Oltre allo Stato, contribuiscono al benessere delle persone il sistema-famiglia, il mercato, le associazioni intermedie.

Gli studiosi avevano documentato un «risveglio» di queste componenti/attori del diamante già prima della crisi. Quest'ultima ha però accelerato il trend, che da vari anni è osservato da Percorsi di secondo welfare, un laboratorio di analisi e documentazione lanciato sei anni fa dal Corriere e realizzato dal Centro Einaudi di Torino. Nel suo Terzo Rapporto, appena uscito e disponibile sul sito (www.secondowelfare.it), Percorsi di secondo welfare ha fatto il punto sulle realizzazioni più significative dell'ultimo biennio. Particolare attenzione è stata dedicata al mondo delle associazioni intermedie, a partire dalla filantropia.

Le fondazioni (bancarie, di comunità, di partecipazione, d'impresa e così via) sono diventate negli ultimi anni protagoniste sempre più importanti nel sistema di welfare italiano. Hanno messo in campo interventi volti a rispondere a molte delle aree di bisogno largamente scoperte nel nostro Paese: ad esempio povertà infantile, disabilità, non autosufficienza, integrazione dei migranti. Allo stesso tempo, hanno affinato gli strumenti per aggredire problemi specifici senza perdere di vista l'inclusione di tutti. Il loro ruolo è diventato strategico nell'offerta di progettualità e iniziative che puntano a diventare sistema (andando oltre le sperimentazioni) e che insieme mirano a portare allo scoperto le potenzialità dei territori e delle comunità.


Catalizzare le risorse

Le fondazioni sono anche catalizzatrici di risorse per incrementare la portata dei finanziamenti pubblici e facilitatrici di processi di programmazione degli interventi. La riforma del Terzo settore è destinata a creare nuove opportunità di crescita e riconoscibilità del ruolo degli enti filantropici. Dalle analisi del Terzo Rapporto sul Secondo Welfare si evince il netto passaggio dalla filantropia come charity ad una neo-filantropia come volano di sviluppo locale e delle comunità.

In un profetico saggio apparso nel 1981, il politologo e studioso di welfare americano Hugh Heclo aveva previsto l'avvio di una nuova fase di «sperimentazione» nello sviluppo a lungo termine del welfare state. Aggiungendo che questa nuova fase non si sarebbe presentata come un'ondata, ma come un successione di increspature. Questa metafora ben si presta a rappresentare il cambiamento del welfare che stiamo oggi vivendo: la graduale formazione, senza strappi, di un secondo welfare non alternativo ma complementare al primo, in quanto capace di oltrepassarne i limiti finanziari e organizzativi.


Questo articolo è stato pubblicato su "Buone Notizie", inserto gratuito del Corriere della Sera, del 28 novembre e qui riprodotto previo consenso dell'autore.

 


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