Costituitasi a Torino il 15 luglio 2026, la Fondazione Insieme per la Casa è una fondazione di partecipazione promossa da 22 soggetti dell’economia sociale torinese: fondazioni filantropiche e di comunità, centrali cooperative, sindacati, banche, Fondazioni di origine bancaria, associazioni di impresa e Comuni. Operativa da gennaio 2027, si rivolgerà alla “fascia grigia” composta da coloro che non hanno i requisiti per accedere all’edilizia residenziale pubblica, ma neppure le garanzie per accedere al mercato privato. Ne abbiamo parlato con Antonio Sansone, Segretario Generale della Fondazione Don Mario Operti, che ha coordinato il percorso, e presidente della neonata Fondazione.
La Fondazione è la più recente di una serie di iniziative, classificabili come agenzie sociali per la locazione, che da vent’anni sono state sperimentate in tutto il territorio italiano (qui il nostro recente approfondimento sull’esperienza di Parma) per dare risposta ai bisogni abitativi considerati ormai una delle principali emergenze in Italia e Europa.
Come è nata la fondazione?
La fondazione è il frutto di un percorso di coprogettazione tra enti e istituzioni della società civile, avviato poco più di due anni fa su impulso dell’Arcidiocesi di Torino. Un nucleo di enti impegnati nell’accompagnamento abitativo vedeva aggravarsi l’accesso alla casa, soprattutto per la fascia grigia, e ha iniziato a ragionare sulle possibili soluzioni. La chiave è la sussidiarietà: temi complessi come la casa non possono essere affrontati da nessun ente da solo. A tal proposito, mi permetto di fare un invito: chi vuole entrare in contatto con la Fondazione può farlo scrivendoci a [email protected].
Perché una fondazione di partecipazione?
Era il veicolo più adatto a contenere la pratica di partecipazione sviluppata in 24 mesi con i tanti attori territoriali. Poi ognuno si è ritagliato un ruolo: chi fondatore, chi sostenitore, chi partner senza entrare nella governance. La partecipazione non è un bancomat: è fatica, attenzione a tenere tutti insieme. Stiamo insieme perché ognuno può portare un pezzo di soluzione e ognuno deve trovare un pezzo di interesse. Banche e Fondazioni di origine bancaria hanno sostenuto il progetto con un ammontare di 700.000 euro a copertura del Fondo di garanzia, dell’avvio della Fondazione e del fondo per rendere agibili gli alloggi. In futuro si sosterrà con le quote corrisposte da inquilini e proprietari.
Che cosa ha spinto imprese e banche a partecipare?
C’è un documento di Confindustria del dicembre 2024 sull’abitare sostenibile per i lavoratori che dice una cosa importante: casa e lavoro sono sempre più inscindibili, per l’inclusione come per lo sviluppo dei territori. E non esistono politiche di sviluppo o di attrattività locale che non considerino la casa anche come veicolo di sviluppo. Per questo le associazioni di impresa hanno aderito e partecipato al percorso con un contributo di idee. Per la stessa ragione ci sono gli istituti di credito: un territorio più coeso e più attrattivo, che si muove in una logica di sviluppo, è interessante anche per loro e per il contributo che possono dare al territorio.
Le Fondazioni di origine bancaria, inoltre, non stanno in questo progetto perché conferiscono soldi. Prima hanno conferito idee, esperienze, orientamenti. Poi hanno anche scelto di sostenere finanziariamente il programma.
E con gli enti pubblici come si integra?
Proprio perché la Fondazione è un soggetto sussidiario, occorre declinare con attenzione il rapporto con i Comuni. Serve uno schema generale di rapporto con la pubblica amministrazione, consapevole delle leve che un Comune può mettere in campo: la regolazione, la leva fiscale, quella tariffaria. Occorre costruire programmi complementari, perché lo stesso intervento fatto da due soggetti è un intervento che non serve. Stiamo completando un giro di confronto con i Comuni dell’area metropolitana di Torino, che insieme sommano circa 500.000 abitanti. Partiamo dai Comuni capofila, quelli abbastanza grandi da coinvolgere anche i Comuni vicini. La casa è fisicamente collocata dentro un confine amministrativo, ma va guardata sempre più con gli occhiali dell’area vasta: non il singolo Comune, ma il territorio nel suo insieme, con le sue caratteristiche, risorse e bisogni, su cui costruire piani di collaborazione.
Nel corso del 2026 il Comune di Torino ha adottato tre distinte delibere sui temi della casa, raccolte poi nel percorso di costruzione del Piano dell’abitare. Accanto alla revisione di politiche, servizi e interventi del Comune, si è aperto un confronto con la Fondazione Insieme per la Casa, che riguarda anche Lo.C.A.Re.1 Pensiamo che ci siano elementi di possibile collaborazione, evitando però le sovrapposizioni. Non è diverso da quello che succede con i Comuni dell’area metropolitana, alcuni dei quali hanno anch’essi agenzie per la locazione sociale. L’obiettivo è evitare le sovrapposizioni ed evitare i buchi che lascino bisogni non soddisfatti, definendo con attenzione piani di intervento specifici e collaborazioni reciproche.
Collaborazioni si svilupperanno anche con i consorzi socioassistenziali del territorio. Ci hanno detto che è utile avere un soggetto che, nel percorso di uscita dall’emergenza abitativa, consenta alle famiglie di fare l’ultimo miglio verso l’autonomia abitativa. Il rapporto è reciproco, perché i percorsi non sono mai solo progressivi: si può essere in autonomia abitativa e ricadere in emergenza, sia nel mercato della locazione sia nell’edilizia residenziale pubblica. Per questo anche alla Fondazione serve dialogare con consorzi e Comuni.
Qual è, secondo lei, il nodo del problema casa a Torino?
Secondo il censimento 2021, a Torino è sfitto circa il 15% del patrimonio abitativo, circa 70.000 abitazioni. Invece di litigare con studenti e turisti per una fetta di torta, possiamo fare una torta più grossa, rimettendo in circolo gli alloggi dormienti: immobili rimasti alle banche per mutui non pagati, invenduti dei costruttori, eredità indivise, case che le famiglie non hanno le risorse per rendere agibili. Molti proprietari temono esperienze negative: morosità, spese per rientrare in possesso della casa, tasse su affitti mai incassati. Pesano anche stigma e pregiudizi, compreso il colore della pelle. E pesano gli affitti brevi: a Torino, negli ultimi sette anni, sono cresciuti del 28,8%, mentre quelli lunghi sono calati del 29%.
Che cosa offrirà la Fondazione?
Il primo servizio è l’accompagnamento abitativo. Secondo uno studio dell’Agenzia delle Entrate, le locazioni a rischio morosità sono il 30%, ma con l’accompagnamento scendono al 5%. I proprietari la semplificano così: “Vorrei mettere in affitto la casa e non preoccuparmi più di niente”. Dietro quel “non preoccuparmi più di niente”, secondo noi, c’è la domanda di un soggetto terzo che accompagni inquilino e proprietario per tutta la durata del contratto, svolgendo nei fatti un ruolo di mediazione e di costruzione di fiducia reciproca. Una delle lamentele più frequenti è: “Affitto la casa e poi resto solo nel rapporto con l’inquilino, non riesco più a entrare a casa mia né a vedere in che condizioni è tenuta”. Specifico che l’accompagnamento non è mediazione immobiliare: il lavoro del mediatore finisce con la firma del contratto, l’accompagnamento comincia lì e dura quanto il contratto, anche nei rapporti con il condominio e con i vicini. È un lavoro che svolgeranno alcuni enti del territorio, che riconosceremo con un compenso, seguendo un codice condiviso.
C’è poi un altro servizio, che è la “rete di protezione”, un servizio di garanzia su tre aspetti: morosità, spese accessorie e, con una polizza collettiva, danni all’immobile. La garanzia generale copre la morosità e le spese accessorie, cioè spese di condominio, riscaldamento, acqua: una tutela indiretta nel rapporto con il condominio e con chi lo amministra. Attraverso una polizza assicurativa collettiva si potranno inoltre coprire i danni all’immobile ed eventualmente le spese legali.
Nel mercato esistono già prodotti di garanzia, assicurativi, bancari o fideiussori, ma hanno tutti la stessa caratteristica: intervengono a danno fatto. La nostra serve a far mantenere il contratto. Interviene in tempo reale quando l’inquilino, per eventi imprevedibili, non riesce a pagare il canone. Assomiglia un po’ alla cassa integrazione: come questa mantiene in essere il rapporto di lavoro, la garanzia mantiene in essere il contratto di locazione.
Chi potrà accedere?
Chi ha un reddito pari almeno alla soglia di povertà assoluta Istat maggiorata del 15%, che varia per territorio e composizione familiare: così canone e spese restano entro il 40%. Abbiamo scelto questo indicatore, e non l’Isee, proprio perché non è un valore fisso. Lo verifica un Comitato Tecnico di Valutazione. Inquilini e proprietari aderiscono con una quota paritetica: non vendiamo un servizio, proponiamo un’architettura mutualistica.
Quali prospettive vede, anche in un’ottica di secondo welfare?
L’esperienza di questi mesi mi dice che una cosa è quello che abbiamo pensato per la Fondazione, un’altra è quello che i diversi soggetti in campo ritengono che la Fondazione possa fare. Per esempio, è emerso che la Fondazione può essere un soggetto terzo nel rapporto tra i Comuni e gli enti che gestiscono l’edilizia residenziale pubblica, poiché l’accompagnamento abitativo sarebbe uno strumento importante per evitare il maturare di morosità nelle case popolari. Un altro ruolo possibile è quello di soggetto terzo nei piani di recupero dell’ingente patrimonio pubblico non agibile di edilizia residenziale pubblica. Non escludiamo che possa essere un soggetto che intercetta patrimoni rilevanti. Lo dico con una battuta: l’Arcidiocesi di Torino non ha dato solo una benedizione. Stiamo facendo un censimento degli immobili diocesani e degli ordini religiosi che, purtroppo, non sono più utilizzati, per capire come convertirli a un uso sociale.
A Torino esistono i villaggi Fiat e i villaggi Snia, poi ci sono i villaggi Olivetti. Senza dare valutazioni, nemmeno sul paternalismo: è esistito un secondo welfare di fatto che, negli anni della grande migrazione interna, ha portato le aziende a porsi il tema dell’abitazione per i lavoratori. In che modo questa consapevolezza può essere messa in campo nel XXI secolo? Noi pensiamo che il welfare aziendale e il welfare bilaterale possano essere una strada. Negli anni Sessanta e Settanta la sensibilità verso la casa serviva a sostenere lo sviluppo impetuoso del boom economico. In questa fase può servire a dare il tempo di riformare il welfare pubblico: nell’inverno demografico il welfare pubblico va riformato e va guardato nel campo della sussidiarietà. Del resto il secondo welfare è nei fatti una pratica di sussidiarietà. È uno stimolo che mi piacerebbe lanciare al vostro Laboratorio e alla platea che raggiunge: come modelliamo un secondo welfare che risponda anche ai temi abitativi?
Note
- Lo.C.A.Re. è l’Agenzia sociale per la locazione del Comune di Torino. Dal 2000 promuove l’incontro tra domanda e offerta sul mercato privato degli affitti, per far fronte a un fabbisogno abitativo crescente e alla scarsità di edilizia pubblica. Fa capo alla Divisione edilizia residenziale pubblica. Il servizio funziona come mediatore tra inquilini e proprietari e li accompagna verso la stipula di contratti a canone concordato, con affitti più bassi di quelli di mercato.