Che cosa significa essere in povertà alimentare a quindici anni in un paese ad alto reddito? È la domanda da cui muove Povertà e benessere alimentare in adolescenza. Analisi, strumenti e interventi per il diritto al cibo (Editoriale Scientifica, 2026), di Ilaria Madama, Roberto Sensi, Franca Maino, Elisa Bordin, Carlo Cafiero, Stefano Cantalini e Monica Palladino.
Il volume presenta i risultati di DisPARI (Disentangling inequality and food Poverty amongst Adolescents: concepts, measures and local action strategies), progetto di ricerca realizzato dal Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano e da ActionAid Italia, con il supporto di Percorsi di Secondo Welfare e con il sostegno di Fondazione Cariplo (bando Inequalities Research 2023).
Il presupposto da cui è partito DisPARI è che la povertà alimentare è insieme causa e conseguenza delle disuguaglianze e che gli adolescenti sono un gruppo finora poco considerato. Da qui sono stati individuati i quattro obiettivi del progetto che sono approfonditi del libro: definire il fenomeno, comprese le sue dimensioni emotive; misurarlo; analizzare le risposte in Europa e in Lombardia; offrire indicazioni per le politiche. Ma andiamo con ordine.
Non poter scegliere: che cos’è la povertà alimentare in adolescenza
In Italia la grave insicurezza alimentare è contenuta, ma le forme moderate e lievi sono diffuse. Nel 2024 quasi il 10% della popolazione non poteva permettersi un pasto proteico ogni due giorni e circa 432.000 under 16 presentavano almeno un segnale di insicurezza alimentare. Questi indicatori, però, colgono solo una parte del problema.
Il capitolo di Palladino, Cafiero e Sensi mette in dialogo una rassegna esplorativa della letteratura internazionale con 24 interviste ad adolescenti di Milano, Roma e Napoli. Ne emerge che, per ragazze e ragazzi, a pesare di più non è tanto il rischio di malnutrizione quanto il sentirsi esclusi da ciò che tra i pari è considerato normale: rinunciare alla pizza con gli amici, ordinare la cosa meno cara, inventare una scusa per non uscire, accorgersi che i genitori mangiano meno. Esperienze che, nei racconti raccolti, si accompagnano a stress, ansia e vergogna, con ricadute su scuola e relazioni.
Da qui la definizione proposta: in adolescenza la povertà alimentare è anzitutto una limitazione della libertà di scegliere cosa, come, quando e con chi mangiare. Una libertà che, in questa fase della vita, è parte integrante della costruzione di autonomia, identità e appartenenza.
Misurare anche ciò che non si vede: il FoPED-A
Diversamente da Stati Uniti e Canada, l’Unione europea non dispone di strumenti standardizzati e ricorre per lo più a indicatori di deprivazione materiale.
Il capitolo di Cafiero, Palladino e Cantalini presenta il FoPED-A (Food Poverty-related Emotional Distress for Adolescents), un’estensione della scala FIES (Food Insecurity Experience Scale) della FAO pensata per gli adolescenti in un paese ad alto reddito. Le domande sono state costruite a partire dalle parole delle ragazze e dei ragazzi, discusse in focus group e poi somministrate a oltre mille studentesse e studenti di scuole secondarie e formazione professionale di Milano e Reggio Calabria.
Il risultato è una scala di 14 item, validata con il modello di Rasch (un modello statistico che ordina le domande per gravità), che misura la gravità dell’esperienza lungo un continuum: dalle rinunce più comuni (come rinunciare ai prodotti di marca) fino alle situazioni più severe, come dover dipendere dagli amici per poter mangiare fuori. Sul piano emotivo, un primo risultato: il disagio non cresce in proporzione alla gravità. Accorgersi che i genitori mangiano meno del necessario pesa più di esperienze che si collocano più in alto sulla scala. La misura del disagio psicologico resta, per ora, preliminare e richiede indagini su campioni più ampi e rappresentativi.
Oltre il pacco: l’innovazione sociale nelle risposte
Il capitolo di Maino, Madama e Bordin sposta lo sguardo sugli interventi. Propone un quadro che colloca le pratiche su una scala che va dalle risposte reattive e monosettoriali ai modelli orientati all’empowerment e alla trasformazione del sistema.
Tre casi europei lo mostrano. A Liverpool l’Holiday Activities and Food Programme contrasta la “fame durante le vacanze” affiancando ai pasti attività sportive, culturali e di cucina coprogettate con gli adolescenti e sostegno alle famiglie. A Roma, l’Emporio Solidale Nonna Roma fa scegliere i prodotti alle famiglie con un sistema a punti, per ridurre lo stigma. A Montpellier e Bruxelles la Sécurité Sociale de l’Alimentation sperimenta un sistema mutualistico che tratta il cibo come un diritto, al pari della salute.
Non esiste un percorso unico: l’innovazione è place-based, radicata nei territori, ma i casi mostrano che sollievo immediato e trasformazione di lungo periodo possono rafforzarsi a vicenda. Restano però ostacoli strutturali, dall’instabilità dei finanziamenti all’assenza di quadri normativi solidi, fino alla dipendenza dal volontariato.
Il caso lombardo: quattro territori, quattro traiettorie
Il capitolo successivo, sempre di Maino, Madama e Bordin, ricostruisce il modello italiano. In assenza di una politica unitaria, le risposte nascono dall’intreccio di politiche diverse (sociali, agricole, sanitarie, educative) e di più livelli di governo. Il livello locale diventa così il luogo principale di integrazione delle politiche, ma anche quello in cui si manifestano le maggiori disuguaglianze di capacità.
L’analisi di quattro Ambiti Territoriali, basata su 16 interviste e tre focus group, restituisce traiettorie molto diverse. Milano presenta un modello strutturato, sostenuto dalla Food Policy e da reti consolidate, ma con le ambivalenze del “modello delle eccedenze”. Sondrio investe nell’integrazione di prossimità, nella presa in carico e nella riduzione dello stigma. Brescia è un cantiere di coordinamento ancora in fase di stabilizzazione. Pavia resta un sistema prevalentemente emergenziale, frammentato e fortemente dipendente dal volontariato e dalle realtà ecclesiali.
Emerge che l’innovazione raramente coincide con nuovi strumenti: nasce piuttosto quando si investe nelle relazioni tra gli attori, in una regia pubblica attiva e nella fiducia. Ed emerge un dato trasversale: gli adolescenti restano ai margini delle strategie locali, intercettati solo indirettamente.
Dalla sicurezza al benessere alimentare
L’aiuto alimentare è diventato la risposta ordinaria alla deprivazione, ma funziona in logica compensativa: la disponibilità di ciò che viene donato prevale spesso sul bisogno, i circuiti separati possono generare stigma, la variabilità territoriale rende l’accesso al cibo dipendente dal luogo in cui si vive. Non si tratta di mettere in discussione la solidarietà, ma di ricollocare l’aiuto materiale all’interno di una strategia più ampia.
Da qui la proposta di passare dalla sicurezza al benessere alimentare, articolata in sette direttrici di policy più una trasversale: redditi adeguati e continui; strategie integrate di food policy; investimenti negli ambienti alimentari di prossimità; integrazione dell’aiuto con altri strumenti di welfare; standard di qualità e dignità; una governance multilivello con una chiara regia pubblica; sistemi informativi integrati, in cui il FoPED-A potrebbe trovare spazio. A tenerle insieme, un approccio fondato sui diritti. In sintesi, l’obiettivo non è distribuire più cibo, ma ridurre la necessità di riceverlo.
Per Percorsi di Secondo Welfare, il volume prosegue il percorso avviato dieci anni fa con Povertà alimentare in Italia. Le risposte del secondo welfare (Il Mulino, 2016). Con una consapevolezza in più: per contrastare davvero la povertà alimentare occorre ascoltare chi la vive, a partire dai più giovani.