Una donna di cinquant’anni si rivolge a un servizio per chiedere un aiuto economico. L’operatrice, dopo averla ascoltata, le propone un corso sulla gestione del bilancio familiare, pensato per aiutarla a organizzare meglio le spese. La donna risponde: «io so già gestire il poco che ho. Il problema è che il mio reddito non basta». È una scena inventata, ma potrebbe svolgersi in molti servizi. Vi si confrontano due modi diversi di leggere la stessa situazione. Per l’operatrice la difficoltà sta, almeno in parte, nelle capacità della persona; per la donna sta nelle condizioni in cui si trova a vivere. Su questa distanza tra letture della povertà ha lavorato a lungo Michal Krumer-Nevo, docente all’Università Ben-Gurion del Negev, elaborando il Poverty-Aware Social Work Paradigm (PA-P).
Tre paradigmi per il lavoro sociale
Krumer-Nevo (2021) distingue tre paradigmi che orientano, spesso implicitamente, il lavoro sociale con le persone in povertà.
Il primo, detto conservatore, riconduce la povertà a carenze individuali di competenze, di motivazione o di comportamento, e affida all’intervento del professionista il compito di correggerle. Il corso sul bilancio familiare ne è un’espressione molto rappresentativa.
Il secondo paradigma, detto strutturale, colloca le cause della povertà nelle dinamiche economiche, nelle politiche sociali e nelle disuguaglianze che le attraversano, spostando così l’attenzione dalla persona al contesto. Secondo Krumer-Nevo, il limite del paradigma strutturale riguarda la sua traduzione in pratica. La lettura critica della povertà, pur solida, è rimasta a lungo priva di indicazioni operative per il lavoro di caso con la singola persona o famiglia. Accade così che anche operatori con uno sguardo strutturale, davanti alla donna della scena iniziale, finiscano per proporle il corso, perché è lo strumento di cui dispongono.
Il PA-P nasce per colmare questo scarto. Il paradigma consapevole della povertà assume l’analisi strutturale e prova a tradurla in pratiche per la relazione di aiuto, a partire da una definizione della povertà come violazione di diritti fondamentali, che incide sulle condizioni materiali e, insieme, sulla dignità delle persone e sulla loro possibilità di partecipare alla vita sociale. Vi convergono, in particolare, due riferimenti teorici: Ruth Lister (2004), che legge la povertà come una relazione sociale segnata da rapporti di potere, dalla negazione della voce e da una cittadinanza incompleta, e Nancy Fraser, per la quale la giustizia sociale richiede insieme redistribuzione e riconoscimento (Fraser e Honneth 2003).
Dall’analisi alla pratica
Krumer-Nevo organizza il Poverty-Aware Social Work Paradigm attorno a quattro pilastri.
Il primo è la trasformazione: l’intervento è chiamato a incidere sulle condizioni immediate in cui vive la persona e, insieme, sulle strutture che le producono.
Il secondo è il riconoscimento delle persone in povertà come soggetti competenti sulla propria vita, portatori di un sapere che nasce dall’esperienza: ciò che dicono della propria vita e delle cause della propria condizione va considerato pienamente legittimo. La risposta della donna nella scena iniziale ne è un esempio: contiene una lettura della sua situazione più accurata di quella da cui nasceva la proposta del corso.
Il terzo pilastro sono i diritti: se la povertà ne è una violazione, il lavoro sociale ha il compito di renderli esigibili, accompagnando le persone nell’accesso a ciò che spetta loro e agendo sulle barriere che lo ostacolano.
Il quarto è la solidarietà, che chiede a chi opera di schierarsi dalla parte delle persone e di rinunciare a una presunta neutralità dell’aiuto. Krumer-Nevo utilizza l’espressione standing-by (Krumer-Nevo 2016, p. 1803): la disponibilità a restare accanto alla persona anche quando non si hanno risposte da offrire, o quando questo richiede di mettere in discussione le proprie abitudini professionali e le procedure del servizio.
Da questi pilastri Krumer-Nevo (2021) ricava alcuni principi operativi, tre dei quali hanno implicazioni dirette per le politiche sociali.
Il primo è che la povertà riduce le risorse (materiali, relazionali e simboliche) e, con esse, le alternative realmente praticabili, fino a porre le persone davanti a scelte impossibili, in cui ogni strada comporta una perdita. Si immagini che la donna della scena iniziale riceva un’offerta di lavoro notturno. Accettare significherebbe lasciare sola di notte la madre anziana di cui si prende cura; rifiutare significherebbe rinunciare a un’entrata sicura ed essere vista come qualcuno che non vuole lavorare. Per Krumer-Nevo situazioni come questa sono la forma ordinaria delle decisioni per chi vive in povertà. Comprendere questa dinamica permette di valutare le scelte delle persone dentro i vincoli in cui vengono prese.
Il secondo principio ne è il complemento: le persone in povertà resistono costantemente alla povertà. Non passano il loro tempo sul divano: ogni giorno mettono in atto piccole strategie per ridurne gli effetti. Anche quando questi tentativi appaiono contraddittori o maldestri, e vengono letti come manipolazione o dipendenza dai servizi, il PA-P chiede di riconoscerli come forme di resistenza. Letti insieme, i due principi cambiano il significato di molti comportamenti: ciò che appare come rifiuto o passività è spesso una scelta presa dentro vincoli molto stretti, oppure un modo di difendersi dalla povertà.
Il terzo principio riguarda piano materiale e piano emotivo, che si è abituati a pensare come livelli successivi. Nell’esperienza di chi vive in povertà sono invece inseparabili. La mancanza di denaro produce vergogna e senso di fallimento come genitori o come lavoratori, e lo stigma rende a sua volta più difficile accedere alle risorse. Un contributo economico erogato senza ascolto e senza rispetto può non incidere sulla situazione, così come un accompagnamento che ignora le necessità concrete resta inefficace e anzi genera frustrazione e distanza.
Quali domande e sfide per il welfare italiano
Negli ultimi anni le politiche italiane di contrasto alla povertà hanno dato un peso crescente alla condizionalità. Il PA-P aiuta a vedere il limite di questa impostazione, che chiede alla persona di dimostrare impegno e disponibilità, come presupposti per l’aiuto, proprio quando la povertà ha ridotto le sue alternative. Se la donna della scena iniziale rifiutasse il lavoro notturno per non lasciare sola la madre, per il sistema sarebbe una persona che non vuole lavorare; per il PA-P sarebbe una persona davanti a una scelta impossibile. Lo stesso vale per il rapporto tra aiuto economico e accompagnamento: se i due piani sono inseparabili, trattarli come percorsi distinti, con tempi e interlocutori diversi, rischia di indebolirli entrambi.
Il PA-P è nato pensando all’intervento dei servizi sociali pubblici. Nel contesto italiano occorre riconoscere il ruolo che storicamente rivestono il Terzo Settore, le comunità e le famiglie nel contrasto alla povertà. Ipotizzarne un’applicazione significa coinvolgere anche loro e, quindi, rivedere le modalità di intervento in un’ottica di lavoro sociale di rete. È la strada che ha provato a percorrere la ricerca-azione condotta nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, dove il PA-P è stato sperimentato insieme alle Caritas parrocchiali, ai volontari e alle comunità locali.
Il paradigma potrebbe offrire al sistema italiano di politiche e interventi un contributo su più fronti: nella lettura del fenomeno, nell’impostazione degli interventi, nella consapevolezza degli operatori e nella riprogettazione dei servizi. Il contributo maggiore, però, riguarda forse il modo in cui vengono guardate la povertà e le persone che la vivono. Prima di chiedersi che cosa le persone in povertà debbano fare per meritare un aiuto, il paradigma invita a chiedersi che cosa sanno della propria situazione, entro quali vincoli prendono le loro decisioni e in che modo già resistono alla povertà. È un cambiamento anzitutto culturale, che riguarda chi lavora nei servizi e chi disegna le politiche, e che potrebbe estendersi dall’ambito dei professionisti a quello della cittadinanza.
Per approfondire
Fraser N. e Honneth A. (2003), Redistribution or Recognition? A Political-Philosophical Exchange, London, Verso.
Gollini A. (2026), Lavoro sociale e povertà. Analisi di caso e strumenti per un approccio relazionale e antioppressivo, Trento, Erickson (in uscita a novembre).
Krumer-Nevo M. (2016), Poverty-Aware Social Work: A Paradigm for Social Work Practice with People in Poverty, in «The British Journal of Social Work», vol. 46, n. 6, pp. 1793-1808.
Krumer-Nevo M. (2021), Speranza radicale. Lavoro sociale e povertà, Trento, Erickson.
Krumer-Nevo M. (2022), Poverty, Social Work, and Radical Incrementalism: Current Developments of the Poverty-Aware Paradigm, in «Social Policy & Administration», vol. 56, n. 7, pp. 1090-1102.
Lister R. (2004), Poverty, Cambridge, Polity Press.