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C’è un evidente senso di liberazione nel movimento dei dipendenti che più o meno in tutto il mondo chiede alle aziende di costruire un rapporto più equilibrato tra vita privata e professionale. Una rivendicazione necessaria, che trova però nello slogan “non siamo il nostro lavoro” una sintesi leggermente fuori fuoco.

Ognuno di noi è il risultato di un impasto che contiene anche quello che accade nelle ore che passiamo occupati e nessuna vita è fatta da compartimenti stagni indifferenti uno all’altro. C’è dunque da interrogarsi se molti sentono così violato il rapporto tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori il lavoro. Al punto da rifiutare di riconoscerne il potente ruolo di costruzione di senso. C’entrano, in questo, le organizzazioni? Naturalmente; ci torneremo fra qualche riga.

La dimensione relazionale del lavoro

Prima c’è dell’altro, perché la sperimentazione del telelavoro ha trascinato quanto appena accennato in un diffuso rifiuto di un’altra componente costitutiva dell’attività professionale, la sua dimensione relazionale.
Mi sono recentemente imbattuto in un post su LinkedIn che, da questo punto di vista, è piuttosto rappresentativo. È uno dei tanti dai contenuti sovrapponibili, lo riporto qui il più possibile anonimizzato.

Musica e abbigliamento comodo, sbadigliando di tanto in tanto ho portato a termine il doppio del lavoro che normalmente svolgo nelle ore della giornata. Perché? Senza l’ansia di dover uscire, senza l’ansia di dover stare attento a come muovermi, senza l’ansia di dovermi rapportare con altre persone mi sono concentrato solo sul mio lavoro. Ecco qual è il grande vantaggio dello smart working.

Ci sono, in queste poche righe, due questioni che penso meritino di essere osservate con più attenzione.

La prima è un’idea del lavoro quantitativa e cumulativaHo portato a termine il doppio del lavoro che normalmente svolgo nella ore della giornata. Il lavoro è niente più che un elenco di compiti da spuntare mentre si schivano le perdite di tempo che rallentano il raggiungimento dell’obiettivo. In ufficio faccio 10 cose, a casa ne faccio 20. 20 è maggiore di 10. La matematica comanda ed esaurisce la dimensione di senso, tutto ciò che accade mentre non sto facendo una di queste venti cose non è lavoro.

La seconda; tutto questo accade senza l’ansia di dovermi rapportare con altre personeIncontrare l’altro diventa una scocciatura imprevista da cui finalmente lo smart working ci libera, consegnandoci una giornata su misura esclusiva delle esigenze di ognuno. Poi, puntuali, gli imprevisti arrivano, al lavoro e fuori, e ci travolgono impreparati.

L’incontro dell’altro come possibilità

Eppure, per tornare allo strettamente professionale, è nell’incontro con l’altro che il lavoro trova la possibilità di deviare dalla logica granitica della checklist e di arricchirsi di spunti inattesi, di apprendimenti e suggestioni che transitano fuori dalla comunicazione verbale e passano per l’osservazione, per l’ascolto di battute estemporanee, per il fatto di trovarsi nello stesso luogo ad osservare lo stesso evento e condividere le sfumature diverse che si colgono.

È dall’incontro con l’altro che passa anche il rinnovamento di ogni azienda, attraverso un trasferimento di competenze che aiuta i nuovi arrivati non solo a imparare “come si fanno le cose” ma anche ad inserirsi nel clima, nei ritmi, nel tono, nelle pratiche collaborative e cooperative di quello specifico gruppo di persone. Un bagaglio ricco, da spendere nei vari contesti che attraversiamo nel corso della giornata, in un rapporto dinamico che si muove in entrambe le direzioni, da dentro a fuori il lavoro e viceversa.

Personalmente, mi è sufficiente pensare a quanto ho allenato la mia capacità di osservare e di relazionarmi alle persone più diverse, di mettermi nei loro panni e di comprenderle, nel corso degli “inutili” viaggi in treno o in auto e a quanto di queste capacità mi sia preziosa ogni giorno sul lavoro.

Smart working non significa telelavoro

Per tutto questo non serve, ovviamente, tornare in ufficio 5 giorni su 5 e, giova ricordarlo, lo stesso smart working non prevede l’esclusività del lavoro da casa ma promuove situazioni virtuose di equilibro. D’altra parte il modo in cui scegliamo di usare le parole dice del modo in cui scegliamo di pensare. E il fatto che in molti casi smart working sia inteso come sinonimo esatto di telelavoro è eloquente. Il post riportato poco sopra compie esattamente questo tipo di equivalenza.

Per tornare alla domanda iniziale e chiudere il ragionamento, le organizzazioni hanno delle responsabilità nel rifiuto delle tradizionali modalità lavorative? Direi più d’una. E a ciascuno verrà facile richiamare una situazione più o meno vicina in cui le pratiche aziendali si sono distinte per la mortificazione del talento e dell’iniziativa individuale. Per la spoliazione di qualunque tipo di considerazione di chi lavora che non riguardi semplicemente il suo “fare cose”. Possibilmente in maniera rapida, efficiente e silenziosa.

Se le aziende vogliono riportare chi lavora almeno per qualche giorno alla settimana in ufficio, e ne avrebbero buone e numerose ragioni, devono urgentemente guardare al loro interno e trovare il modo per ricordare concretamente alle persone che quella presenza ha un senso, per il singolo e per l’organizzazione.

La ricerca dell’equilibro necessario fra le legittime richieste di abbracciare modalità di lavoro più agili e di recuperare il valore della presenza fisica è una sfida complessa. Ma che merita la nostra attenzione. Proprio perché le nostre vite sono vasi continuamente comunicanti è anche dal mondo del lavoro che costruiremo oggi che dipenderà ciò che saremo, come specie, domani.

 


Questo articolo è stato pubblicato sul blog “Correre pensando” ed è qui riprodotto previo consenso dell’autore.