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Alla vigilia del World Economic Forum di Davos, Oxfam International ha pubblicato un rapporto sulla distribuzione della ricchezza mondiale. Secondo l’organizzazione,  nonostante la ricchezza sia cresciuta in tutte le aree del mondo, la mancata redistribuzione sta allargando i divari sociali, riversandone gli effetti tanto nei paesi in via di sviluppo, il cui progresso viene fortemente limitato, che in quelli sviluppati, dove si riduce ad esempio la sostenibilità dei servizi pubblici e peggiora la qualità del lavoro. Paradisi fiscali e calo del valore del lavoro tra le principali cause.

 

Un’economia a beneficio di pochi

L’economia mondiale è più che raddoppiata negli ultimi 30 anni, raggiungendo i 79 trilioni di dollari nel 2014. Il Pil di tutte le regioni è cresciuto. Questa crescita ha interessato in particolare le regioni con redditi medio-bassi, il cui reddito medio si sta avvicinando quello dei paesi più ricchi (ad esempio, il Pil dell’Asia meridionale è il quintuplo che nel 1985). Anche la percentuale di persone in estrema povertà è scesa, dal 36% del 1990 al 16% nel 2010, raggiungendo l’obiettivo dei Millennium Development Goal. A guardare questi dati, sembrerebbe che siamo sulla strada giusta per sconfiggere la povertà, ma non è così. Essi infatti si riferiscono al livello globale e nazionale, ma se andiamo a vedere la distribuzione della ricchezza a livello individuale, emerge che le disparità sono ancora molto forti, anzi crescono, poiché solo coloro che si trovano all’apice della piramide beneficiano (in maniera sproporzionata) di tale crescita. Il risultato è che, in base a quanto riportato dall’organizzazione, i 62 supermilionari più ricchi del pianeta possiedono, da soli, un patrimonio che equivale a quello della metà più povera della popolazione globale, cioè 3,6 miliardi di persone. Lo scorso anno, un anno prima delle previsioni, il patrimonio accumulato dall’1% dei più ricchi ha superato quello del rimanente 99% della popolazione mondiale. Quindi, se anche la ricchezza mondiale cresce ma non è equamente redistribuita poco cambia, anzi. Le disuguaglianze economiche tendono a perpetuare le disuguaglianze esistenti. Ad esempio, i paesi con i divari di reddito maggiore sono anche quelli in cui il gap delle condizioni di vita tra uomini e donne è più profondo in termini di salute, istruzione, partecipazione al mercato del lavoro, salario e rappresentanza nelle istituzioni. Non a caso, 53 dei 62 miliardari sono uomini. 

Figura 1 – Andamento della ricchezza dei 62 individui più ricchi e della metà di quelli più poveri Fonte: Oxfam 2016.

Crescono i paradisi fiscali, cala il valore del lavoro

Tra i fattori cruciali che hanno determinato tale situazione, secondo Oxfam vi sarebbe il crescente divario tra il rendimento del capitale e quello del lavoro. In quasi tutti i paesi sviluppati e nella maggior parte di quelli in via di sviluppo, infatti, la quota del reddito nazionale attribuita ai lavoratori è calata. Ciò significa che i lavoratori beneficiano sempre meno dei proventi della crescita. Al contrario, i possessori del capitale hanno visto il loro capitale crescere più velocemente di quanto abbia fatto l’economia, sostenuti anche dall’evasione fiscale e dalla riduzione delle imposte applicate dai governi. Inoltre si è allargata la forbice tra lavoratori e dirigenti: mentre si registra una sostanziale stagnazione del salario dei lavoratori medi, i salari dei top manager sono aumentati enormemente. E anche qui si replicano le disuguaglianze: tra i lavoratori sottopagati e precari, le donne costituiscono la maggioranza.

A livello mondiale, continua Oxfam, in diversi settori imprese e individui riescono spesso a sfruttare il proprio potere e la loro influenza per accrescere ulteriormente la propria ricchezza a discapito del resto della popolazione. Un esempio lampante è quello dell’evasione fiscale: a causa anche dei mancati introiti dovuti all’evasione, i governi si ritrovano con l’acqua alla gola e sono costretti a tagliare i servizi pubblici, anche quelli fondamentali, il cui effetto di riversa, ancora una volta, principalmente sui cittadini più poveri. E in seguito anche su quelli meno poveri, logorando la classe media, minacciando la coesione sociale, la sicurezza e le stesse istituzioni democratiche conosciute e consolidatesi a partire dal dopoguerra. Questo sistema di evasione globale sta infatti succhiando linfa ai welfare state dei paesi sviluppati mentre nega a quelli più poveri le risorse che sarebbero necessarie ad aggredire la povertà, dare un’istruzione ai bambini, curare malattie e, probabilmente ad arginare gli esodi di migranti. Quasi un terzo della ricchezza dell’Africa si trova in qualche paradiso fiscale estero. Una cifra che sarebbe sufficiente ad esempio per salvare 4 milioni di bambini. A livello globale, infatti, gli investimenti offshore dal 2000 al 2014 sono quadruplicati, e si calcola che 7.600 miliardi di dollari siano depositati nei paradisi fiscali. Oxfam ha analizzato 200 imprese (tra cui le più grandi del mondo e i partner strategici del Forum Economico Mondiale) e sostiene che 9 su 10 siano presenti in almeno un paese considerato un “paradiso fiscale”.

Quali soluzioni?

Oxfam suggerisce alcune proposte per invertire la rotta: colmare il gap tra lavoratori e dirigenti assicurando a tutti un salario minimo; promuovere la parità economica delle donne e i loro diritti ricompensando il lavoro di cura non retribuito, ponendo fine al divario retributivo di genere, migliorando la raccolta di dati per valutare l’impatto di genere delle politiche economiche; rendere i farmaci accessibili a tutti; ricalibrare il sistema fiscale alleggerendo le imposte su lavoro e consumi; potenziare il settore pubblico per quanto riguarda la fornitura di servizi essenziali, soprattutto garantendo quanto più possibile assistenza sanitaria e istruzione gratuita. Ma, prima di tutto, invita i leader mondiali a trovare un accordo per chiudere l’era dei paradisi fiscali. Il mondo non è a corto di ricchezza, conclude Oxfam, ma questa è semplicemente nelle mani di pochi, troppo pochi. Abbiamo ancora la chance di costruire un’economia mondiale più umana, in cui siano gli interessi della maggioranza a prevalere, dove vi sia un lavoro dignitoso per tutti e dove i più abbienti sostengano uno sforzo proporzionato alla propria ricchezza per supportare una società che sia a beneficio di tutti gli individui che la compongono, non solo di una parte.

 

Riferimenti

An economy for the 1%, Oxfam Briefing Paper, 18 gennaio 2016