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Lo scorso 21 ottobre, Azione Contro la Fame ha presentato il nuovo Atlante della Fame in Italia 2026, che quest’anno dedica un approfondimento particolare alla condizione di povertà alimentare delle famiglie con minori.

Il primo indicatore analizzato nell’indagine è la deprivazione alimentare materiale ovvero la condizione di chi non può accedere, per ragioni economiche, a un pasto adeguato al proprio sostentamento, rappresentato da un pasto proteico almeno ogni due giorni. Rispetto a tale indicatore, le famiglie con minori registrano una condizione di relativo vantaggio rispetto ad altri segmenti della popolazione: l’incidenza 2024 è infatti del 9,9% a fronte dell’11% sulla popolazione generale.

Da un’analisi più approfondita sul target, emerge tuttavia che tale protezione relativa si deve in grande parte ai trasferimenti economici dedicati negli ultimi anni alle famiglie con figli, primo tra tutti l’Assegno Unico Universale. Tali aiuti hanno effettivamente migliorato nell’immediato la condizione economica delle famiglie con minori, ma non hanno inciso in maniera strutturale sugli svantaggi specifici di questa parte della popolazione: al venir meno di questi sostegni, la condizione di molte famiglie con minori tornerebbe quindi ad essere immediatamente più critica.

Sul piano della deprivazione alimentare sociale, ovvero della possibilità di vivere esperienze di convivialità legate al consumo di cibo, rappresentate dalla possibilità di consumare un pasto fuori con amici o parenti almeno una volta al mese, i dati tratteggiano invece una condizione di maggiore svantaggio delle famiglie con minori rispetto al resto della popolazione. L’incidenza per queste ultime è del 6,5% a fronte del 5,8% sulla popolazione generale.

La vulnerabilità delle giovani famiglie

Nel quadro così definito, permangono inoltre delle significative sacche di vulnerabilità per alcuni sottogruppi di famiglie con minori che restano fortemente esposti al fenomeno della povertà alimentare.

Primo tra tutti, è il caso delle famiglie con minori in cui la persona rispondente all’indagine è giovane, cioè ha meno di 35 anni. Per queste famiglie l’incidenza di deprivazione alimentare materiale è del 19%, quasi 10 punti percentuali sopra la media di tutte le famiglie con minori.

Tale dato ci racconta la difficoltà delle persone giovani ad accedere a un lavoro stabile e adeguatamente retribuito e ci spiega, in parte, la frustrazione di una generazione che deve sopportare continue rinunce e alcune ragioni dell’inverno demografico che stiamo vivendo. Anche per questo, i figli si fanno sempre meno e sempre più tardi, perché avere un figlio prima di una certa età, come confermano questi dati, può essere un reale fattore di svantaggio che espone a un rischio di povertà molto maggiore.

La voce delle famiglie, da Nord a Sud

“È difficile riempire il carrello con carne o pesce”

Bari

“Bisogna eliminare il pesce fresco dalla lista della spesa perché troppo caro”

Napoli

L’Atlante riporta la dimensione della vulnerabilità direttamente attraverso la voce di 120 famiglie con minori intervistate nelle città di Milano, Napoli e Bari e selezionate perché in carico a progetti di supporto contro la povertà alimentare.

Dall’indagine è emersa una condizione di insicurezza alimentare pervasiva e strutturale: 4 genitori su 5 hanno dichiarato di aver rinunciato sistematicamente a mangiare per garantire ai figli la parte migliore; 3 famiglie su 4 hanno dichiarato che questa condizione si protrae da oltre 2 anni, lungi dall’essere una difficoltà contingente.

“Quando il lavoro non è fisso ma saltuario si vive con grande difficoltà, non si vive bene, si è sempre in ansia”

Napoli

“Non ho un lavoro stabile, avendo tre figli con lo stipendio non ce la faccio. Quando uno lavora deve avere uno stipendio sufficiente e degno per non chiedere aiuti”

Bari

Il 73% degli intervistati ha dichiarato di avere in famiglia almeno un componente occupato. Ciononostante, la maggioranza delle famiglie ha dichiarato di avere molte difficoltà ad arrivare a fine mese pur in presenza di occupazione lavorativa.

Il lavoro non è dunque un sicuro fattore di protezione verso la povertà, se non è un lavoro di qualità, con contratto stabile e retribuzione adeguata. I dati confermano che in presenza di bassa intensità lavorativa – ovvero la condizione di chi in un anno ha lavorato meno del 20% del proprio potenziale – l’incidenza di almeno un segnale di deprivazione alimentare è del 42,1%, superiore a quella che si riscontra nelle famiglie con minori dove è presente almeno un disoccupato (36,4%). La disoccupazione può dunque essere una condizione di miglior vantaggio rispetto alla bassa intensità di lavoro: chi non lavora affatto sta meglio di chi lavora poco e male e proprio per questo, ad esempio, potrebbe perdere sussidi e aiuti pubblici.

“Ho perso il lavoro e sono andata in depressione”

Milano

“Non basta una busta di spesa una tantum. Serve un posto di lavoro, per dare dignità a un uomo”

Bari

La grande maggioranza degli intervistati ha dichiarato di sentirsi costantemente stressata e preoccupata per la propria condizione e di avere la sensazione di non riuscire a fare abbastanza per la propria famiglia.

Una quota non trascurabile di famiglie sceglie di non parlarne con nessuno e il sentimento dominante che spinge al silenzio è la vergogna. Ciò suggerisce che le reti di supporto formali e informali, pur presenti sui territori di riferimento, restino inutilizzate per via dello stigma correlato ai vissuti di povertà delle famiglie.

“Non è facile vivere in difficoltà economica aspettando che gli altri ti portino la spesa, è molto mortificante, si è tristi e poco spensierati”

Napoli

“Bisogna aiutare le persone in difficoltà perché per imbarazzo non chiedono, ma tengono tutto dentro”

Bari

“Ci sentiamo due genitori inutili”

Bari

Le principali barriere all’occupazione e all’autonomia sono state identificate dagli intervistati nella carenza di servizi educativi per l’infanzia (circa l’88% dei regolamenti comunali attribuisce punteggio per l’accesso agli asili nido ai figli di genitori occupati, mettendo così in una condizione di svantaggio proporzionalmente maggiore i figli di genitori disoccupati, anche quando questi siano in ricerca attiva del lavoro) e di supporto a formazione professionale e inserimento lavorativo di qualità (gli adulti più fragili restano lontani dai canali istituzionali, dichiarando di non accedere alle politiche attive del lavoro pur formalmente presenti).

Come fronteggiare la povertà alimentare tra i minori?

Azione Contro la Fame nell’Atlante 2026 avanza alcune raccomandazioni per contrastare la povertà alimentare dei minori.

La prima riguarda la scuola: rendere universale l’accesso alle mense scolastiche, così che tutti i bambini e le bambine possano contare su almeno un pasto completo ed equilibrato al giorno. Lo sguardo si allarga poi al lavoro, che deve essere dignitoso e pagato con un salario sufficiente per tutti e tutte. A questo si lega il rafforzamento dei servizi che aiutano a conciliare vita e lavoro, come i nidi e i servizi di pre e post scuola, che vanno pensati in modo da non penalizzare chi un lavoro ancora non lo ha. Infine, l’organizzazione chiede di potenziare le politiche attive del lavoro, perché riescano a raggiungere anche le persone più vulnerabili.

La versione integrale dell’Atlante della Fame in Italia di Azione Contro la Fame, realizzata in collaborazione con Ipsos Doxa e con le ricercatrici Livia Celardo e Angela Pepe, è liberamente scaricabile e consultabile qui.

 

Foto di copertina: Kampus Production, Pexels.com