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Il welfare occupazionale – prestazioni e servizi che datori di lavoro e sindacati offrono ai lavoratori in aggiunta ai programmi pubblici – è ormai una componente strutturale del secondo welfare. Parallelamente, l’economia sociale ha assunto un ruolo sempre più centrale nell’erogazione dei servizi di welfare. I due processi sono però stati studiati quasi sempre separatamente: del Terzo settore e, in particolare, delle cooperative, si conosce bene il ruolo di fornitore di welfare, molto meno quello di destinatario.

È un vuoto rilevante, perché, se da un lato la vocazione mutualistica delle cooperative offre un potenziale terreno fertile per il welfare aziendale, la letteratura documenta da tempo salari contenuti e condizioni di lavoro precarie in questo settore. Di qui la domanda alla base della ricerca: il welfare occupazionale migliora le condizioni di impiego in un settore che, nonostante la sua missione sociale, riproduce forme di lavoro povero?

Una ricerca mixed-methods in Lombardia

Grazie alla collaborazione con l’ente bilaterale CoopForm Lombardia e con le tre centrali cooperative (Legacoop, Confcooperative e AGCI) Franca Maino, Stefano Ronchi e Riccardo Grazioli hanno raccolto e analizzato dati da due survey originali: la prima sull’offerta di welfare, rivolta ai manager di 111 cooperative lombarde (più di un terzo sono cooperative sociali); la seconda sulla domanda, somministrata a 120 lavoratori di 12 cooperative. Alle survey hanno affiancato 25 interviste qualitative: 20 a presidenti e responsabili HR, 5 a sindacalisti di CGIL e CISL.

I risultati delle analisi condotte sono confluiti dapprima nel report Il welfare aziendale nelle cooperative della Lombardia, scritto da Stefano Ronchi e Valentino Santoni, e successivamente nel libro Il welfare aziendale nelle cooperative lombarde: dinamiche sociali e di mercato scritto da Franca Maino, Rita Florio, Riccardo Grazioli e Stefano Ronchi

Un welfare diffuso, ma soprattutto nelle cooperative piccole

Il 69% delle cooperative del campione (77 su 111) offre almeno una misura di welfare ai propri lavoratori. Il dato più interessante riguarda la dimensione d’impresa: diversamente da quanto accade nel resto dell’economia, dove il welfare aziendale è appannaggio delle grandi imprese, qui la diffusione è maggiore tra le cooperative piccole (81%) e medie (72%) che tra le grandi (54%). Un possibile segnale dell’allontanamento delle organizzazioni più strutturate dalla missione solidaristica originaria, verso logiche di mercato e contenimento dei costi. Tra chi non offre welfare, la barriera principale è di gran lunga quella finanziaria (5,8 su una scala da 0 a 10), seguita dalla complessità organizzativa (4,9).

Cooperative sociali e welfare aziendale: una duplice opportunità di crescita

I voucher come integrazione (indiretta) del salario

Tra le misure offerte prevalgono quelle meno costose e più semplici da gestire – come gli orari flessibili (61%) e i voucher spesa o carburante (43%) – e i due pilastri meglio consolidati del welfare occupazionale, per lo più previsti dai contratti collettivi nazionali: sanità integrativa (58%) e previdenza complementare (47%). Restano marginali gli interventi di conciliazione più impegnativi: mobilità e trasporti (27%), servizi per l’infanzia e l’istruzione (23%), sostegno alla non autosufficienza (9%).

Sono proprio i voucher a raccogliere il maggiore apprezzamento di lavoratori e lavoratrici, che assegnano loro il punteggio di utilità più alto (8,8 su 10) e li indicano come misura prioritaria nel 35% dei casi – quota che sale al 48% nelle cooperative sociali. Come sintetizza un sindacalista intervistato, quando i salari sono insufficienti, i lavoratori privilegiano i benefit immediatamente monetizzabili. Il welfare occupazionale finisce così per configurarsi più come supplemento non monetario alla retribuzione che come sistema strutturato di protezione o di investimento sociale. L’unico disallineamento netto tra domanda e offerta riguarda la previdenza complementare: benché sia giudicata utile dai lavoratori (7 su 10), solo il 5% delle cooperative incluse nel campione prevede di investire di più in tale direzione nei prossimi tre anni.

Un evidente effetto Matteo

Il risultato più problematico riguarda l’uso effettivo. Il 68% dei lavoratori dichiara di aver usato almeno una misura di welfare nell’ultimo anno, ma con differenze molto ampie: 86% tra gli uomini contro 63% tra le donne, nonostante la forte presenza femminile nei servizi educativi e di cura; 80% tra i laureati contro 61% tra i non laureati; 100% tra i dirigenti, 80% tra gli impiegati, 49% tra gli operai. Il divario più marcato è quello reddituale: usa il welfare il 18% di chi guadagna meno di 1.000 euro al mese (spesso operatrici e operatori con contratti precari e orari frammentati), contro il 93% di chi supera i 2.000.

Il welfare aziendale nell’impresa sociale: un andamento anticiclico?

Un classico “effetto Matteo”: i benefici si concentrano su chi è già in posizione di vantaggio. A pesare non è l’accesso formale – le misure sono di norma offerte a tutti – quanto i divari digitali, la complessità burocratica delle procedure e le difficoltà di comunicazione, che penalizzano chi lavora su più sedi o lontano dalla sede centrale.

Non solo risorse: conta la cultura organizzativa

Dimensione e solidità finanziaria contano, ma non bastano. Dalle interviste emerge con forza il ruolo dell’orientamento valoriale della dirigenza: dove i principi cooperativi sono centrali, il welfare è letto come un investimento nelle persone e nelle comunità, e viene mantenuto anche sotto pressione economica; altrove è percepito come un costo aggiuntivo insostenibile. A faticare di più sono le cooperative attive nei settori a bassa marginalità, in particolare nei servizi sociali ed educativi affidati tramite appalti pubblici che in molti casi tendono a comprimere ulteriormente margini economici già ridotti.

Lo studio parte da un contesto regionale specifico e da un campione non rappresentativo, ma lancia ipotesi e offre risultati che future ricerche potrebbero testare su più ampia scala, ad esempio confrontando regioni diverse, così come cooperative e imprese for profit. Restano poi da approfondire la prospettiva di genere e intersezionale, gli effetti di lungo periodo su benessere e retention e il potenziale di consorzi, alleanze pubblico-privato e reti di provider per superare i vincoli finanziari e organizzativi.

 

L’articolo Poor Work, Poor Welfare? Occupational Welfare in Cooperative Enterprises: A Case Study From Italy di Stefano Ronchi, Riccardo Grazioli e Franca Maino è disponibile qui. La ricerca rientra nel progetto MUSA, finanziato dall’Unione Europea – NextGenerationEU nel quadro del PNRR.

Foto di copertina: Mike van Schoonderwalt, Pexels.com