Quanto è sostenibile il welfare italiano nel medio periodo? È la domanda che si pone Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera partendo dal dato del debito pensionistico implicito dell’Italia, ovvero la somma degli impegni previdenziali futuri non coperti da accantonamenti reali: 434% del PIL, 8.000 miliardi di euro circa. Sullo sfondo di un debito pubblico vicino ai 3.200 miliardi e di redditi che non crescono, l’articolo rilancia l’allarme del presidente dell’INPS Gabriele Fava che, in un’intervista a Il Sole 24 Ore, chiede una risposta europea, una sorta di “G7 del welfare”, visto che il problema è trasversale a molti Paesi UE.
Ancor prima di questo, De Bortoli propone un “Lodo Welfare”: mettere al centro dell’agenda italiana la tenuta dello Stato sociale per evitare la disuguaglianza più insidiosa, quella di un crescente esercito di pensionati poveri. Con il pieno passaggio al sistema contributivo e l’abbassarsi del tasso di sostituzione, la previdenza complementare diventa una necessità più che un’opzione — anche alla luce dell’adesione di fatto obbligatoria ai fondi integrativi per i nuovi assunti, in vigore dal 1° luglio.
Il quadro è però frenato da una scarsa consapevolezza: secondo il sondaggio annuale Mefop, il 47% degli italiani conosce poco o nulla del sistema pensionistico e solo il 19% ricorre alla previdenza integrativa, mentre per la prima volta le preoccupazioni per la non autosufficienza salgono al primo posto. E proprio la long term care è uno degli altri ambiti su cui intervenire prioritariamente, separando l’assistenza agli anziani dal Servizio sanitario e incentivando fondi e coperture integrative. Per farlo serve però un sistema finanziario e assicurativo più affidabile e trasparente, con commissioni più basse e una reale cultura di accompagnamento del cliente.