I temi delle solitudini e della povertà relazionale iniziano a essere sempre più presenti nel dibattito pubblico. Essi i infatti sono ormai riconosciuti come criticità sistemiche che riguardano una fascia ampia e variegata del tessuto sociale e non, come accaduto per lungo tempo, un mero disagio di natura individuale, limitato a persone in condizioni di gravi fragilità economica o sociale. A confermarlo è il rapporto di ricerca “Solitudini e povertà nelle relazioni. Un’indagine qualitativa nella provincia di Trento” della Fondazione Trentina per il Volontariato. Di seguito si approfondiscono alcuni elementi centrali del documento, che sarà presentato il prossimo 10 giugno a Trento.
Solitudini e povertà relazionale al centro del dibattito pubblico
Il tema delle solitudini occupa, oggi, un posto sempre più centrale nel dibattito pubblico locale, nazionale e internazionale. Nel Regno Unito, già nel 2018, il Governo ha adottato una strategia nazionale dedicata e individuato una responsabilità ministeriale specifica per il contrasto alla solitudine. Negli anni successivi, anche altri Paesi – tra cui Giappone e Corea del Sud – hanno riconosciuto il fenomeno come una crescente criticità sociale e sanitaria su cui intervenire a livello politico.
Nello stesso periodo, a livello europeo il fenomeno ha iniziato a ricevere una crescente attenzione: nel 2022 la Commissione Europea ha pubblicato la European Loneliness Survey, la prima indagine sul tema realizzata grazie al lavoro del Joint Research Centre (JRC), che rivela picchi significativi di solitudine tra giovani adulti, persone in difficoltà economica o che vivono in contesti socio-residenziali fragili.
In Italia, il tema non è ancora riuscito a tradursi in un impianto politico strutturato, ma studi e letteratura evidenziano l’emergenza sociale derivante dalle solitudini. A fine 2025, Percorsi di Secondo Welfare ha dedicato il primo numero della rivista Nessi all’analisi della povertà relazionale, strettamente collegata alle solitudini. Come spiega Franca Maino, Direttrice Scientifica di Percorsi di Secondo Welfare, le misure più efficaci per contrastarla devono andare nella direzione di rafforzare i legami di prossimità, il capitale sociale e le risorse delle comunità.
La letteratura, evidenzia inoltre come l’efficacia delle politiche sociali a contrasto di questo fenomeno dipenda, in larga misura, dalla qualità delle connessioni tra attori e dalla capacità di superare la logica alla base di interventi frammentati1.
Il caso trentino: ascolto e studio empirico dei bisogni sociali
In questo contesto si inserisce la Fondazione Trentina per il Volontariato Sociale, ente filantropico che pone tra i propri obiettivi strategici l’Ascolto dei bisogni sociali nella provincia di Trento, al fine di programmare interventi efficaci capaci di coinvolgere le organizzazioni di volontariato locali e influenzare le istituzioni della programmazione degli interventi sociali.
Per raggiungere questo scopo, a partire dallo scorso anno è stato avviato un processo di ricerca sul territorio provinciale, in collaborazione con le istituzioni pubbliche, che si è concretizzato a fine 2025 con la realizzazione di un primo rapporto di ricerca basato su dati pubblici secondari: “Le cinque solitudini. Bisogni sociali e risposte del volontariato: una lettura attraverso i Piani Sociali di Comunità della provincia di Trento”. Esso ha evidenziato la trasversalità del fenomeno nel territorio provinciale, distinguendo forme diverse di solitudine, legate a povertà relazionali, ma anche a difficoltà economico-lavorative, nella mobilità come nel fare comunità, come perdita di capitale sociale e, talvolta, nel riuscire a dare un senso al proprio vissuto. Si tratta di tipologie di solitudini che si intersecano con variabili multifattoriali tipiche di specifici territori (aree urbane ed extraurbane) o condizioni sociali (giovani, adulti vulnerabili,
Proprio a partire dalle risultanze del primo rapporto, e grazie alla collaborazione con la Consulta delle Politiche Sociali della Provincia Autonoma di Trento, nel 2026 si è scelto di approfondire ulteriormente il fenomeno attraverso un’indagine qualitativa ad hoc.
La ricerca sulle povertà relazionali nella provincia di Trento
L’esito di questo lavoro è il documento Solitudini e povertà nelle relazioni. Un’indagine qualitativa nella provincia di Trento. Attraverso 4 focus group e 14 interviste semi-strutturate, la ricerca ha coinvolto enti del Terzo Settore (associazioni e cooperative sociali) e del settore pubblico (Aziende pubbliche di servizi alla persona – APSP) che offrono servizi socioassistenziali, dando voce diretta a professioniste e professionisti che ogni giorno lavorano a contatto con situazioni di solitudine. Il quadro che emerge è articolato e le proposte d’azione interessanti.
Pur provenendo da ambiti diversi – anziani, minori e famiglie, adulti e persone con disabilità – le operatrici e gli operatori restituiscono una lettura convergente: solitudine e povertà relazionale non riguardano solo specifiche categorie, ma sono trasversali alla società, benché colpiscano in modo più intenso chi si trova in condizioni di vulnerabilità.
Il primo elemento rilevante, a conferma delle intuizioni teoriche e dei risultati della ricerca precedente sui Piani sociali di Comunità, è che la povertà relazionale raramente si presenta da sola. Al contrario, si intreccia con difficoltà economiche, lavorative, strutturali, abitative e digitali, contribuendo a generare forme di esclusione complesse e cumulative e a una progressiva erosione del capitale sociale a disposizione di una persona.

Da notare, inoltre, come il territorio trentino presenti un paradosso: a fronte di un sistema sociosanitario d’eccellenza, persistono criticità legate a barriere culturali e sociali, difficoltà di mobilità, frammentazione degli interventi e a un approccio più emergenziale che preventivo. Questi fattori riducono l’efficacia delle azioni e finiscono per allontanare proprio le persone più fragili, favorendo situazioni di isolamento e auto-confinamento.
Stigma-vergogna, invisibilità e volontariato: tre chiavi di lettura
Dalla ricerca emerge inoltre come lo stigma e la vergogna continuino a incidere profondamente sulla vita delle persone: in contesti di valle più tradizionali, non parlare il dialetto ma anche il solo non essere autoctono, può favorire isolamento, così come la diffidenza verso i servizi; soprattutto verso le assistenti sociali ancora soggette a stereotipi.
A ciò si aggiunge il tema dell’invisibilità: alcune persone non accedono ai servizi perché non si sentono legittimate o non conoscono le opportunità disponibili. Si crea così un altro paradosso drammatico: proprio chi avrebbe più bisogno resta fuori dal radar.
In questo quadro, il volontariato rappresenta un pilastro del welfare trentino: la sua natura informale consente infatti di intercettare più facilmente situazioni di povertà relazionale, aggirando barriere burocratiche e favorendo il contatto diretto. È quindi fondamentale valorizzarlo e tutelarlo, anche alla luce della sfida del ricambio generazionale, oggi tema attualissimo nel volontariato, e senza che esso sostituisca l’intervento pubblico.
Intercettare, collegare, presidiare: tre azioni per il futuro
I risultati della ricerca evidenziano che per promuovere il benessere – inteso, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, come equilibrio tra dimensione fisica, mentale e sociale – è necessario agire lungo tre direttrici integrate.
La prima è intercettare: riconoscere precocemente le situazioni di isolamento, anche quelle più difficili da individuare, attraverso reti di prossimità. A tal proposito, interessante risulta la proposta di introdurre a sistema le “Sentinelle territoriali”, operatori che individuano le situazioni di bisogno. Importante risulta inoltre la strutturazione di strumenti efficaci di monitoraggio a livello territoriale, tra cui si propone l’adozione di un Indicatore quantitativo sulla solitudine.
La seconda è collegare: superare la frammentazione dei servizi, rafforzando il coordinamento tra attori pubblici, privati e del Terzo settore. In questa direzione si colloca la proposta di un Tavolo permanente sulle solitudini, capace di sostenere interventi integrati e sperimentazioni territoriali.
La terza è presidiare: garantire risposte continuative e accessibili attraverso servizi di prossimità. Tra questi, le Case della Comunità (punti integrati sociosanitari), i Patti educativi territoriali (accordi tra scuola, enti pubblici, famiglie e comunità) e le Prescrizioni sociali (in cui il medico di base indica, oltre alle cure, anche attività sociali e relazionali per il benessere della persona).
Dalla società dell’apparenza alla società della vicinanza
Mostrarsi con le proprie fragilità resta un atto complesso: in una società che richiede alte performance e dove l’arte dell’apparire sembra essere la chiave del successo, ben poche persone, se potessero, rivelerebbero ad altri di aver sperimentato sentimenti e sensazioni assimilabili alla solitudine.
Eppure, creare le condizioni affinché ciascuno possa trovare spazi e tempi per stare bene nel mondo è una sfida ancora possibile che richiede una responsabilità condivisa. In questo orizzonte, il volontariato può fare la differenza se riconosciuto e tutelato dentro percorsi di coprogettazione strutturati, capaci di integrare visioni, competenze e risorse e in un’azione comune e duratura tra istituzioni, privato e Terzo settore.
Note
- Per approfondire si veda: Fazzi, L., Rosignoli, A., Borzaga, C. (2023), Guida pratica alla co-programmazione e co-progettazione, Erickson.