TERZO SETTORE / Fondazioni
Vittadini: educazione, libertà e valutazione. Ecco le parole chiave del welfare sussidiario
12 novembre 2012

Nelle scorse settimane ci siamo occupati del volume La sfida del cambiamento, superare la crisi senza sacrificare nessuno (L. Violini, G. Vittadini, Ed. Rizzoli, 2012) attraverso cui la Fondazioni per la Sussidiarietà ha definito le caratteristiche, le applicazioni e le prospettive del welfare sussidiario. Mossi dal desiderio di comprendere meglio alcuni aspetti di tale modello abbiamo chiesto a Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la sussidiarietà, di concederci un'intervista in cui approfondire le questioni emerse. Proponiamo di seguito il testo del dialogo, durante il quale sono state affrontate tematiche direttamente legate al volume e argomenti di stretta attualità, come le posizioni recentemente assunte dal governo Monti in materia sociale e le prospettive della Big Society di David Cameron.

Professor Vittadini, nel volume "La sfida del cambiamento" si fa spesso riferimento alla teoria dei quasi mercati. Può spiegarci perché avete scelto di prendere spunto da questo modello per impostare il lavoro di concettualizzazione del welfare sussidiario?

La teoria dei quasi mercati, rispetto ad un’impostazione statalista, prende in considerazione una serie di attori – sia privati che appartenenti al settore non profit – in grado di offrire servizi alternativi a quelli normalmente garantiti dello Stato. Essa, dunque, ha compiuto un passo importante, proponendo una configurazione delle relazioni fra domanda e offerta innovativa rispetto a quelli su cui si fondano molti modelli centralisti, valorizzando in particolare i principi di libertà e responsabilità. Questa teoria ha tuttavia dato per scontato un fattore importante, ovvero che all’interno dei vari settori in cui si articola il welfare esistano già iniziative di soggetti che possano rispondere ai bisogni di welfare in modo efficace, efficiente e garantendo un’alta soddisfazione dell’utente finale. Da questo punto di vista, mentre quello dei quasi mercati è uno schema che rischia di non tenere adeguatamente in conto com’è la realtà, il welfare sussidiario suggerisce di conoscere più approfonditamente quali siano i servizi in atto che funzionano e di sostenerli maggiormente. Sia il welfare sussidiario che i quasi mercati suggeriscono di valutare la bontà del servizio indipendentemente dalla forma giuridica del soggetto che lo eroga, e di fissare le regole generali non aprioristicamente in base alla natura pubblica o privata di un ente. Detto questo, non si può dare per scontato, come fa appunto la teoria dei quasi mercati, che per forza esistano soggetti virtuosi diversi da quelli statali. Ciò dipende dal fatto che venga educato il desiderio, presente in ogni uomo, di costruire e contribuire al bene comune, che rappresenta il vero motore dello sviluppo e della costruzione sociale in alternativa all’egoismo delle teorie tradizionali.

Se prendiamo ad esempio l’esperienza degli ospedali del Regno Unito, Paese dove il tentativo di applicare i principi dei quasi mercati è stata molto consistente, si vede come, proprio a causa della mancanza di importanti soggetti privati e del privato sociale in grado di operare nel settore sanitario, circa il 90% delle strutture ospedaliere presenti nel Paese siano ancora oggi gestite dallo Stato. La partecipazione dei privati al mercato dei servizi sanitari ha tuttavia garantito un incentivo all’efficienza prima assente. Progressivamente all’interno del National Health Service è stato introdotto un sistema di valutazione ad hoc, prima con l’adozione del cosiddetto sistema Star Ratings, e negli ultimi anni attraverso l’utilizzo di strumenti statistici sempre più raffinati. Lo Stato britannico, applicando la teoria dei quasi mercati, ha sicuramente assunto un ruolo non invasivo e maggiormente responsabilizzante per quel che riguarda le realtà che forniscono servizi di welfare, ma l’idea di una concorrenza virtuosa tra profit, non profit e Stato non si è tuttavia realizzata come previsto. Questo perché, come detto, soggetti che possono concorrere alla fornitura di beni e servizi in settori normalmente garantiti dal pubblico non nascono semplicemente perché lo Stato prevede tale possibilità e, se nascono, non è detto che essi siano in grado di operare in maniera più efficiente dello Stato stesso.

La teoria dei quasi mercati ha invece raggiunto i risultati migliori in quei contesti in cui erano già presenti soggetti in grado di svolgere un ruolo alternativo a quello del settore pubblico. Il sistema universitario dei Paesi anglosassoni, in particolare Regno Unito e Stati Uniti, è esemplificativo di questo: le università possiedono una soggettività concreta, riconosciuta dalla comunità accademica e dagli utenti, che permette di concorrere fra loro secondo, secondo appunto i principi dei quasi mercati. In molti altri settori invece la crisi della teoria dei quasi mercati, e di molte altre teorie, a mio modo di vedere è legata innanzitutto a quella che potremmo definire come la “crisi del soggetto”, che il welfare sussidiario denuncia come principale criticità da superare in quanto chiave di una vera risposta al bisogno delle persone.

Cosa intende quando parla di “crisi del soggetto”?

Mettendo tra parentesi la specificità del soggetto erogatore di servizi si perde la capacità di affrontare concretamente le situazioni di difficoltà con cui ci si trova a fare i conti. Se non si tengono in forte considerazione tutti i soggetti che di fatto già operano con successo nel sistema di welfare – utenti, enti profit, realtà non profit, apparato pubblico, etc. – il rischio è quello di implementare misure che non rispondano alle reali esigenze della società. Che senso ha far riferimento al senso civico o al principio di cittadinanza - che sono fondamentalmente le idee che stanno alla base di tutti i sistemi di welfare esistenti - se questi sono slegati dalle motivazioni, dai valori e dalle ragioni ideali dei soggetti che compongono la società? Allo stesso modo, come si può pensare di rinnovare il sistema di welfare se non si tengono in considerazione le reali capacità dei soggetti pubblici di rispondere alle esigenze provenienti dalla società civile?

Se guardiamo all’Italia si capisce bene come determinati soggetti, al di là delle teorie e dei modelli contingenti, abbiano contribuito a rispondere alle grandi crisi che hanno contraddistinto la nostra storia. In periodi molto difficoltosi (dopo l’Unità d’Italia, nel corso della crisi del ’29, nel periodo della ricostruzione post-bellica) sono nate realtà – come cooperative, reti di solidarietà o associazioni di mutuo soccorso - che hanno risposto in maniera innovativa alle sfide del loro tempo. Non perché ne sia stata prevista la costituzione a tavolino, ma perché hanno fatto i conti con le circostanze e hanno cercato di rispondervi, generando una diversità non riconducibile semplicemente a una regola economica o a un meccanismo legislativo. Pensiamo alla formazione professionale che ha permesso, grazie all’esperienza dei salesiani, delle Acli e del mondo sindacale, lo sviluppo di tante realtà importanti. Queste sono nate anzitutto da un movimento ideale, dalla volontà di rispondere positivamente alle circostanze contingenti, e non da regole scritte dallo Stato o imposte dal sistema economico.

Nella costruzione del welfare non possiamo quindi pensare che schemi meccanicistici possano rendere indipendentemente dai soggetti che sono direttamente coinvolti nella strutturazione del sistema. E se partiamo dal presupposto che alla base debba esserci un soggetto idealmente motivato non possiamo prescindere dalla necessità di una ripresa che sia anzitutto etica e culturale. Mettere a tema il soggetto, dunque, non significa fare un discorso filosofico o utopistico, ma vuol dire guardare a un fattore concreto e fondamentale per comprendere come può cambaire un sistema che non funziona.

Ma da cosa passa la valorizzazione di questi soggetti? In particolare dal lato dell’offerta, come è possibile capire quali siano le esperienze positive che possono diventare un modello per il sistema?

Innanzitutto attraverso la valutazione. Come faccio infatti a dire se una cosa è efficace e efficiente oppure non lo è? Utilizzando dei misuratori sociali il più possibile condivisi, che mi permettano di uscire da una contrapposizione ideologica molto “hobbesiana”, che porta a pensare che tutto quello che non è controllato dallo Stato sia di per sé negativo o pericoloso. Valutando io posso capire chi cura meglio, chi educa meglio, chi assiste meglio, e in ultima analisi posso comprendere se e quanto queste azioni facciano il bene della società. Dobbiamo superare il semplice dibattito “giuridico”, che contrappone scuola pubblica e scuola privata, università pubblica e università privata, ospedale pubblico e ospedale privato e utilizzare la valutazione per capire, ex-post, chi fa meglio, a chi si può fare riferimento.

Se uno esce da quest’ottica ideologica si rende conto di come le cose siano molto diverse da come normalmente crediamo. Prendiamo il caso della Lombardia: la sanità lombarda viene normalmente considerata come il modello in cui prevale il privato, ma se andiamo a vedere i dati scopriamo che la Lombardia, tra le regioni italiane, è la settima per presenza di privati nel sistema sanitario. Eppure, insieme a Toscana ed Emilia (che tuttavia hanno scelto approcci diversi rispetto alla Lombardia), essa ha il livello qualitativo più alto del Paese, come dimostra anche il fatto che oltre il 10% dei pazienti curati in Lombardia non sono lombardi ma vengono da altre regioni. Questa qualità evidente esiste dunque non perché il sistema è stato dato in mano ai privati ma perché, grazie all’ingresso dei privati, la Regione è stata in grado di responsabilizzare anche il pubblico attraverso l’introduzione di criteri di valutazione uguali per tutti. Cambiare l’approccio del pubblico, sviluppando l’efficienza e l’efficacia delle sue prestazioni, rappresenta una sfida molto complessa, che appare superabile solo attraverso una valutazione continua.

Fino a dieci/quindici anni fa la valutazione era considerata qualcosa di utopistico, ma questa impostazione per fortuna è cambiata. Negli ultimi anni sono diversi i programmi avviati per iniziare quanto meno a capire come valutare alcuni settori critici. Ad esempio, attraverso una serie di indicatori che possono essere consultati sul sito della Age.Na.S., si è iniziato a valutare più nello specifico i risultati del SSN, in modo da individuare quali siano i sistemi regionali che funzionano meglio e quelli che funzionano peggio e, conseguentemente, agire per intervenire su quelli inefficienti. E’ una scelta interessante, perché mira a comprendere il grado di efficienza delle varie regioni in base alle prestazioni erogate, che può permettere di superare la classica antinomia regione ricca-regione povera. Se una regione, per esempio, ha un numero di parti cesarei particolarmente alto rispetto alle altre i casi sono due: o le donne portano avanti le gravidanze in maniera differente a seconda della regione in cui vivono, oppure c’è qualcuno che pratica in maniera eccessiva i parti cesarei (che permettono di ottenere maggiori rimborsi da parte del SSN rispetto a un parto naturale). Similmente a quelle attivate nel settore della sanità, sono state avviate esperienze di valutazione sia a livello scolastico (INVALSI) sia a livello universitario (ANVUR) che, nonostante alcuni limiti, credo abbiano imboccato la strada giusta per migliorare il sistema.

Nel volume viene spesso affermato che, oltre a una maggiore efficienza del settore pubblico, occorre che si sviluppi una maggiore consapevolezza da parte dei soggetti coinvolti nel sistema del welfare, in particolare una maggiore responsabilità e libertà degli utenti. Può spiegarci meglio cosa significa?

Innanzitutto bisogna capire che l’educazione dell’utente è il fattore non meccanico attraverso cui può nascere un sistema sussidiario. Dal punto di vista dell’operatore sociale, come detto, è necessario un sistema di valutazione condiviso che permetta di non partire da postulati ma dalla realtà, ma nello stesso tempo c’è bisogno di un lavoro che coinvolga anche gli utenti. 

L’abbandono scolastico, ad esempio, può essere preso come indicatore dell’inefficienza del sistema dell’istruzione. Se scopro che nelle scuole c’è l’incapacità di garantire il completamento del ciclo di studi mi devo domandare se questa dipende da una mancanza di risorse – cosa che io non credo, perché non è nella scuola secondaria che mancano i fondi ma nel sistema universitario – oppure se ci sono altri fattori che determinano questo esito, e se ci sono delle soluzioni nuove che si possono applicare per risolvere il problema. In questo senso è interessante il caso delle charter schools americane. Negli Stati Uniti il dibattito tra pubblico e privato, sotto certi aspetti, è quasi più duro di quello italiano – esistono infatti tanti casi di istituti privati che a fronte di rette consistenti promuovo chiunque e comunque - ma lì hanno avuto il coraggio di rischiare per superare i problemi dell’efficienza. Come? Dando la possibilità ai genitori di gestire le scuole pubbliche. La scuola resta bene pubblico, ma viene presa in considerazione la possibilità di coinvolgere altri attori nella sua gestione, per migliorare l’efficacia e l’efficienza dei servizi offerti. Perché negli Stati Uniti si è scelto di agire in questa maniera? Prima di tutto per il rispetto della libertà d’iniziativa, e poi perché si sono resi conto che coinvolgendo determinati attori nella gestione di un bene pubblico si sono ottenuti risultati migliori. Chi più di un genitore desidera che la scuola sia il più possibile adeguata alle esigenze dei propri figli? E’ una scelta interessante, perché la strutturazione del sistema non viene impostata sulla base di un sistema teorico ma sulla base dei risultati ottenuti laddove tale sistema è stato applicato. E sono tanti gli Stati americani che, al di là dell’orientamento politico dell’amministrazione che li governa, si stanno organizzando per replicare questo tipo di esperimento.

Insieme alla valutazione bisognerebbe dunque sviluppare la possibilità dell’utente, dove fattibile, di partecipare alla creazione del servizio, e in ogni caso garantire una maggiore libertà di scelta. Innanzitutto si dovrebbe avere la consapevolezza che il servizio che l’utente è chiamato a scegliere ha la particolarità di essere un experience good. Quando vai a comprare un’automobile ti trovi di fronte un bene (search good) che, ex-ante, puoi valutare in base al rapporto qualità-prezzo: conosci il bene prima di goderne e hai la possibilità di capire se questo fa o no al caso tuo. Tutti i servizi alla persona, e quindi anche la maggior parte dei servizi di pubblica utilità, sono invece servizi di cui tu non puoi conoscere la qualità prima dell’erogazione. Gli esiti di un’operazione chirurgica, di una lezione universitaria, di un’esibizione teatrale non sono certi se non dopo che queste hanno avuto luogo. L’operazione può essere eseguita dal miglior chirurgo, la lezione dal professore più competente, la recita dall’attore più bravo, ma la certezza che l’esito sia positivo non esiste, perché i fattori in gioco nel corso della loro esecuzione sono molteplici, e soprattutto sono frutto di diverse interazioni non facilmente identificabili. Gli experience goods portano con sé la questione dell’asimmetria informativa, che risulta fondamentale limitare per garantire al massimo la libertà di scelta. L’utente può essere veramente libero di scegliere solo nel momento in cui acquisisce conoscenza dei diversi fattori che caratterizzano il mercato in cui è inserito e gli attori che vi operano.

In sanità, ad esempio, come si supera il problema dell’asimmetria informativa? Presentando al cittadino il maggior numero possibile di informazioni prima della scelta. In Lombardia con che criterio i cittadini scelgono l’ospedale dove andare a farsi curare? Nell’80% dei casi gli utenti si recano in ospedali situati entro 20 chilometri dal luogo in cui risiedono, privilegiando dunque la comodità. Nel restante 20%, invece, la scelta è determinata dalla qualità. Specialmente per problemi inquadrabili nel settore della cardiologia, dell’oncologia e dell’ortopedia i cittadini vogliono poter scegliere, perché in questi casi la volontà di essere curati al meglio vince su qualsiasi altro fattore. L’utente, per certi tipi di servizi, vuole avere la possibilità di decidere per il meglio, e quindi vuole sapere dove si trova il primario più bravo, la struttura più efficiente o le tecnologie migliori, e recarsi in quei luoghi per essere curati. La gente, se ha un interesse, si informa, sceglie ed è anche disposta ad andar lontano. Oggi come sono trasmesse principalmente queste informazioni? Attraverso il “sistema della finestra” ovvero lo scambio di informazioni tra gli utenti. Uno sceglie di farsi operare in un ospedale piuttosto che in un altro perché il vicino, l’amico o il parente gli consiglia di fare in questa maniera. Questa è sicuramente una cosa buona, ma serve un sistema che possa permettere di compiere queste scelte anche senza il passaparola. Anche in questo caso un sistema di valutazione efficiente è l’antidoto al problema dell’asimmetria informativa, a cui però deve essere affiancata la capacità dell’utente di capire perché certe risposte al bisogno possono essere migliori di altre. Il sistema della “dote formazione” lombarda, ad esempio, ha permesso di indirizzare la domanda verso l’offerta più qualificata per rispondere alle sue esigenze. Il soggetto pubblico identifica gli enti, li valuta e li accredita, e così fornisce all’utente la possibilità di scegliere in modo intelligente la strada che meglio risponde alle sue caratteristiche e capacità. La valutazione, anche in questo caso, diventa un punto di forza per l’utente, che è anche accompagnato nella scelta dell’opzione migliore.

Oggi abbiamo una quantità di dati tali da poter creare sistemi di valutazione molto precisi, che potrebbero permettere di superare molte problematiche in tanti campi in cui vengono forniti servizi alla persona. Da un lato, quindi, il settore pubblico è chiamato a creare le condizioni affinché si strutturi un sistema informativo adeguato, ma dall’altro anche gli utenti devono porsi nell’ottica di saper leggere i dati a loro disposizione, in modo da affrontare la scelta in maniera responsabile e coerente con le proprie esigenze.

Ma come è possibile realizzare una simile educazione dell’utente?

Recentemente si è parlato molto della necessità di un nuovo senso civico, il quale tuttavia non può essere ridotto a un rinnovamento meramente morale. Il senso civico si forma, come detto, attraverso un maggior grado di informazioni e notizie di esempi virtuosi di costruzione di bene comune, che possano permettere all’utente di capire l’importanza dei servizi che gli sono garantiti e le relative responsabilità che essi comportano.
Il consenso informato attualmente presente negli ospedali italiani fino a dieci anni fa non esisteva. Oggi invece la struttura ospedaliera prima di qualsiasi intervento deve spiegare al paziente cosa comporti una certa operazione, e il paziente a sua volta deve affermare il proprio consenso assumendosi quindi la responsabilità di aver compreso le possibili conseguenze. Questa è la strada da seguire, per quanto lunga possa essere. Sono misure fondamentali, che permettono di esercitare scelte coscienti e che portano alla responsabilizzazione sia dell’utente che dell’erogatore.

Il dibattito ideologico in cui siamo tuttora imprigionati, che nella maggior parte dei casi si fonda sull’assunto “il pubblico è buono, il privato è cattivo” e viceversa, impedisce alla gente di ragionare. E’ necessario andare oltre queste divisioni, questi preconcetti! In questo senso un fattore di educazione importante può venire anche da internet: sulla rete le informazioni sono a disposizione di tutti, e uno invece di andare a usufruire di un servizio senza avere alcuna idea in questo modo può iniziare a capire se quel servizio fa o meno per lui. Io, come professore, attualmente inserisco tutte le mie pubblicazioni su internet, cosa che dieci o quindici anni fa neanche si poteva immaginare. Uno studente ora può andare sulla mia pagina e capire cosa faccio, di cosa mi occupo, e decidere se vale la pena entrare in rapporto con me. E’ una cosa banale, ma quando io ero studente questa cosa era assolutamente impensabile.

A mio modo di vedere col tempo l’educazione crescerà, a patto che si decida di seguire un percorso che sia attento alle esigenze dei soggetti. Per attivare politiche che veramente facciano il bene dei cittadini non basta prendere una teoria, una regola, e applicarla. Bisogna avere coscienza della realtà su cui si va ad operare e superare quei meccanicismi che, ancora adesso, ci portano a pensare a priori che una cosa sia buona o cattiva senza neanche averla sperimentata.
Mi viene tuttavia il dubbio che in alcuni casi, ne ha fatto cenno anche Lei parlando delle scelte sanitarie dei cittadini lombardi, il cittadino non abbia né la necessità né l’interesse a scegliere tra diverse offerte. Spesso, anche se la qualità del servizio di cui gode non è particolarmente elevata, il cittadino preferisce usufruire di quanto ha a disposizione piuttosto che operare una ricerca, una valutazione e una scelta sistematica di altre possibilità. 

Come dunque capire quale sia l’approccio migliore ai rischi e bisogni degli utenti? E quali attori possono contribuire alla creazione di risposte adeguate ad essi?

Bisogna fare una premessa: io sono contro qualsiasi “a-priori” e quindi sono contro anche al “a-priori della sussidiarietà”. Evidentemente esistono sia settori in cui determinati bisogni possono essere meglio superati con un maggior grado di sussidiarietà sia settori in cui, invece, la sussidiarietà non è necessaria. Non bisogna essere ideologici, ma essere in grado di valutare le circostanze senza preconcetti. Secondo me, come ho detto anche in precedenza, prima di tutto bisogna stare attenti al soggetto senza avere la pretesa di generalizzare tutte le situazioni in base ad un unico paradigma, che può essere anche quello della sussidiarietà. E’ infatti partendo dai soggetti operanti in un determinato contesto che si può capire quale sia il miglior approccio da utilizzare.
Le faccio un esempio: l’assessore alle politiche sociali di un grande comune, per esempio Milano, potrebbe decidere di riformare da zero il sistema dei servizi socio-sanitari della città per farlo funzionare meglio. Sarebbe senza senso avviare un’azione del genere senza tenere conto dei soggetti che operano su tale territorio. Non sarebbe infatti intelligente operare una riforma del sistema senza tener conto, ad esempio, della presenza dell’Istituto Don Gnocchi, che è una delle realtà più importanti che opera sul territorio milanese nel campo dei servizi socio-sanitari e socio-assistenziali.

Un altro esempio può essere quello relativo alle Fondazioni di origine bancaria. Nel 2003 ci fu il tentativo, condiviso da partiti appartenenti a schieramenti diversi, di far tornare questi soggetti sotto il controllo del pubblico. Dopo una lunghissima trafila la Corte Costituzionale sancì che le fondazioni, pur essendo realtà private, fornivano un servizio pubblico tale per cui non vi era necessità di operare una scelta che le portasse ad essere maggiormente controllate dallo Stato. Adesso, forse, siamo arrivati all’estremo opposto, in cui le fondazioni bancarie si considerano talmente private da essere diventate le proprietarie delle banche, ma con quella sentenza la Corte sottolineò un fattore importante che i partiti volevano ignorare per far prevalere una certa impostazione ideologica. Quando si impostano le misure sociali non si può prescindere da un soggetto come le Fondazioni di origine bancaria, e il fatto che esistano realtà del genere deve essere preso in considerazione prima di impostare qualsiasi modello teorico.

In sintesi, non si possono governare i settori prescindendo dagli attori che vi operano. Si deve valutare settore per settore, senza partire o dal preconcetto che più privato per forza porti vantaggi o al contrario dall’idea che solo il pubblico risponde pienamente alle esigenze della popolazione. In quest’ottica, ovviamente, si inserisce anche il tema del secondo welfare. Finora abbiamo fondamentalmente discusso di servizi finanziati dal pubblico, che attraverso diverse modalità possono, al massimo, trovare il modo di migliorare la qualità della propria offerta. Ma esistono strade, alternative a questo tipo di intervento, che implicano la partecipazione di soggetti privati alla creazione di sistemi di protezione che si affianchino a quelli garantiti dal settore pubblico. Nella nostra tradizione sono tanti gli esempi di imprese, al di là del noto caso della Olivetti, che hanno risposto con proprie risorse ai bisogni dei propri lavoratori. L’idea di contraddizione tra Stato e Privato è stata superata nei fatti da tante esperienze che hanno guardato alla realtà. Anche se i preconcetti ideologici sono ancora forti in tanti settori, come dimostrano molti casi concreti la collaborazione tra pubblico e privato, sia profit che non profit, c’è ed è possibile.

Tuttavia per funzionare davvero il secondo welfare, a mio parere, dovrà sempre tener conto di due elementi fondamentali: intelligenza e sensibilità. Soprattutto se si parla di aziende che decidono di investire in welfare il fattore dell’intelligenza risulta fondamentale. Cosa infatti è più ragionevole? Sfruttare al massimo la forza lavoro che si ha a disposizione o considerare le risorse umane come una ulteriore possibilità di sviluppo dell’impresa? E, allo stesso tempo, è più interessante guardare al dipendente come un fattore da inserire nella formula della produttività o come un uomo con delle esigenze, dei desideri e delle aspettative? E’ solo tenendo insieme questi due aspetti, come dimostrano tanti esempi presenti nel Paese, che è possibile cambiare il sistema e andare oltre le contrapposizioni ideologiche ancora presenti.

Il governo Monti negli ultimi mesi ha varato misure che paiono andare contro alcuni degli attori che il welfare sussidiario considera fondamentali. In particolare penso alle famiglie che, se non osteggiate, mi sembrano quanto meno ignorate dall’attuale esecutivo, e penso alle organizzazioni del terzo settore, che invece di essere valorizzate vengono piuttosto penalizzate, soprattutto dal punto di vista fiscale. Cosa ne pensa?

Sicuramente il governo con queste misure sta facendo un passo indietro, soprattutto dal punto di vista culturale, poiché i soggetti che potrebbero contribuire attivamente allo sviluppo della società e del sistema di welfare non sono assolutamente considerati tali.
E’ una miopia non solo culturale, ma anche economica. In Francia, ad esempio, si è deciso di sostenere la famiglia non per soddisfare esigenze di ordine morale o sostenere una certa visione di famiglia, ma per favorire la crescita della domanda interna del Paese. Da noi questa cosa non si fa, perché si pensa ancora che sostenere la famiglia voglia dire cedere alle richieste provenienti da una certa parte della società per andare contro quelle provenienti da altre, e infatti i consumi interni sono in picchiata e il gettito fiscale è in diminuzione. C’è un’ideologia soprattutto economica che deve essere superata. Se guardassimo di più alle realtà presenti ci renderemmo conto di come certi soggetti si muovono positivamente su fronti in cui lo Stato non è in grado di agire con la stessa efficienza. Se facessimo così ci renderemmo conto dell’importanza non solo della famiglia, ma anche di tutte quelle realtà che operano per il bene comune nell’ambito del terzo settore e dell’associazionismo. Non riusciamo a far questo, a entrare nella realtà, perché sommersi dai dibattiti e non dalle evidenze.

All’inizio dell’intervista abbiamo parlato del Regno Unito. Le chiedo dunque un giudizio sull’evoluzione recente del progetto Big Society, che sicuramente ha rappresentato un laboratorio importante per lo sviluppo di politiche maggiormente sussidiarie ma che da alcuni mesi appare bloccato.

Il progetto di Cameron è sicuramente basato su principi molto interessanti ma, dopo un periodo iniziale apparentemente positivo, mi sembra che stiamo sostanzialmente assistendo al naufragio della Big Society. Hanno ragione i laburisti inglesi: il governo britannico parla di rinnovamento, ma in realtà si sta limitando a operare molti tagli che poco hanno a che fare coi principi originali del progetto. C’è da dire che i meccanismi di controllo della spesa che pian piano si stanno provando ad applicare appaiono validi, e bisognerebbe studiarne meglio l’applicazione, ma al di là di questi elementi di novità nella valutazione della destinazione delle risorse lo schema ideale mi sembra ormai assopito. In certi campi, come ad esempio quello delle comunità locali, si prova ancora a far qualcosa, ma per il resto mi sembra ci sia un grande punto di domanda che difficilmente potrà essere eliminato.

 

Riferimenti

Il sito della Fondazione per la Sussidiarietà

Il sito del quotidiano online IlSussidiario

La nostra intervista ripresa su IlSussidiario

La sfida del cambiamento: verso un welfare sussidiario 
Secondowelfare, 30 ottobre 2012 

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