PRIVATI / Aziende
Dal welfare aziendale a quello territoriale
Le reti e le aggregazioni tra imprese possono contenere le distorsioni correlate alla diffusione del welfare aziendale?
16 marzo 2018

Il 13 marzo su Buone Notizie, inserto del Corriere della Sera, è stato pubblicato un bell'articolo a firma di Davide Illarietti sulla ricerca "Impresa possibile. Welfare aziendale in provincia di Cuneo", curata dal Laboratorio Percorsi di secondo welfare. A margine del pezzo è stato pubblicato anche un approfondimento curato dal nostro Federico Razetti, che vi ripropniamo di seguito.
 

Il welfare aziendale è in crescita e cattura sempre più l’interesse di studiosi, parti sociali e decisori politici. Perché? L’aumento e la diversificazione dei bisogni sociali, da un lato, e la difficoltà del settore pubblico a ricalibrare adeguatamente e rapidamente la propria offerta di policy, dall’altro, hanno determinato negli anni della crisi squilibri particolarmente intensi in Italia, per via di uno sviluppo storicamente disarmonico del nostro welfare (sbilanciato sul fronte pensionistico), di un debito pubblico ingente e di una popolazione sempre più vecchia.

Ecco dunque che il welfare aziendale è agli occhi di molti uno degli strumenti con cui risorse e soggetti non pubblici - il mondo dell’impresa e del lavoro - possono contribuire a un rinnovamento sostenibile del sistema di protezione sociale. Ciò anche grazie a un quadro fiscale reso particolarmente favorevole dalle misure adottate dal Governo con le ultime Leggi di Stabilità. In assenza di analisi sistematiche su base nazionale, le informazioni a disposizione segnalano una crescita consistente del fenomeno. Le ricerche più attente indicano altresì che il welfare aziendale si sta diffondendo a macchia di leopardo, con il rischio di riprodurre, in piccolo, le distorsioni tipiche del welfare state all’italiana: tende infatti a concentrarsi nelle grandi imprese e nelle multinazionali, ad essere più frequente al Nord che al Sud, ad affermarsi con intensità variabile nei diversi settori produttivi. Dove presente, risponde spesso alle aree di bisogno più consolidate (salute e previdenza) senza spingersi ancora convintamente in quelle meno coperte dal pubblico: famiglia, conciliazione vita-lavoro e assistenza a non autosufficienti.

Come superare i limiti incontrati sino ad oggi? Una delle strade più promettenti è quella che fa dell’aggregazione fra imprese e fra imprese e altri soggetti (terzo settore, enti bilaterali, governi locali) il proprio tratto distintivo. Reti di natura territoriale che hanno cominciato a vedere la luce negli ultimi anni anche in Italia. Aggregando la domanda e favorendo economie di scala, le sinergie attivate consentono di coinvolgere le imprese più piccole (quelle che incontrano gli ostacoli maggiori nell’attivare iniziative di welfare), di sperimentare azioni innovative, calibrate sulle esigenze dell’ecosistema locale, di estenderle non solo ai lavoratori, ma (almeno in parte) anche agli altri membri della comunità. Da aziendale il welfare diventa così territoriale, contribuendo a scongiurare il rischio di una crescente contrapposizione fra “isole di benessere”, da un lato, e lavoratori meno tutelati e imprese meno innovative, dall’altro, e agendo da possibile volàno di sviluppo sociale ed economico. In questo senso, le capacità di governance dei governi locali, la contrattazione territoriale, gli strumenti messi a disposizione dalla bilateralità giocheranno un ruolo-chiave. Anche l’accordo sul modello di relazioni industriali sottoscritto la settimana scorsa da Confindustria e sindacati sembra un segnale in questa direzione.


Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere Buone Notizie - inserto del Corriere della Sera - del 13 marzo e qui riprodotto previo consenso dell'autore

 


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