Dai tessitori di Rochdale che nell’Inghilterra vittoriana fondano la prima cooperativa di consumo, ai pazienti e agli operatori dell’ospedale psichiatrico di Trieste che nel 1972 danno vita alla prima cooperativa sociale italiana. Parte da qui la riflessione di Mario Calderini, pubblicata domenica 1° novembre su Il Sole 24 Ore. La tesi è che l’economia sociale sia nata come traduzione della protesta e del conflitto in nuove forme d’impresa, e che proprio questa origine ne abbia fatto storicamente un’alternativa strutturale e riformatrice.
Oggi però, osserva Calderini, il legame si è allentato. Dai gilets jaunes ai movimenti spagnoli per la casa, fino agli autotrasportatori del Sud e ai giovani italiani di seconda generazione, chi protesta non sembra più vedere nell’innovazione sociale un approdo naturale. Eppure l’economia sociale continua a produrre risposte innovative, dalle comunità energetiche alle cooperative di comunità, dai workers buyout alle cooperative di dati, che faticano però a diventare alternative con un peso politico.
Le ragioni, secondo l’autore, stanno nel passaggio dall’advocacy alla produzione di servizi e, soprattutto dopo il 2008, in due strategie di sopravvivenza: la dipendenza dal settore pubblico e dalle Fondazioni di origine bancaria, che ha portato a un conformismo istituzionale, e la svolta verso modelli di mercato, con un nuovo conformismo di matrice neoliberale. Entrambe, scrive richiamando Chantal Mouffe, hanno allontanato l’economia sociale da “il politico”. Da qui l’invito a chi ne è protagonista a uscire dal pragmatismo quotidiano, a riequilibrare benessere individuale e collettivo e a tornare a esercitare una funzione riformista. Perché l’economia sociale possa affermarsi come infrastruttura civile e democratica.
Una riflessione che dialoga con quella di Franca Maino nell’articolo Economia sociale, dal Piano alla prova dei territori. Commentando il Piano d’azione nazionale, la nostra Direttrice Scientifica indica tra i rischi da evitare un riconoscimento solo simbolico, oppure un’economia sociale chiamata a compensare a costi inferiori le difficoltà del welfare pubblico. E sottolinea come queste organizzazioni possano contribuire a decidere quale sviluppo perseguire, per chi e con quali forme di governance: una questione, appunto, anche politica.