“La proprietà si riserva di decidere eventualmente a chi affittare l’immobile e SOLO per precedenti problematiche NON vuole affittare l’immobile a persone di nazionalità bengalese” si legge in un annuncio immobiliare sul portale online.
Nonostante la discriminazione su base etnica o nazionale sia un reato penale, la crescita del discorso xenofobo, anche da parte istituzionale, oggi legittima queste forme di razzismo. Il mercato immobiliare è discriminatorio: le agenzie immobiliari spesso ricevono indicazioni di “non affittare ai neri” (Davoli e Portelli 2025) e il risultato è che alcune minoranze sono ghettizzate in quartieri o aree specifiche. A pagarne un prezzo molto alto sono spesso i giovani, più precari e ricattabili.
Abbiamo incrociato diversi casi di discriminazione abitativa di giovani del Bangladesh a Roma nel corso dei nostri lavori sull’intersezione tra questione abitativa e migratoria (Carbone et al. 2025), nonché nel nostro impegno in diverse organizzazioni per il diritto alla casa (Spin Time, Assemblea di Autodifesa Abitativa. La discriminazione abitativa non è naturalmente un problema solo italiano. Negli USA le agenzie immobiliari bianche affittano solo ai bianchi, traslando sul piano abitativo la “linea del colore” (Kwate et al. 2013; Korver-Glenn 2017). In Francia, l’ossessione per la mixité non impedisce l’etnicizzazione delle periferie, e una ricerca di SOS Racisme mostra che la metà delle agenzie immobiliari adotta criteri razziali (Poupeau 2026). I ghetti etnici sono la norma in città “globali” come Londra o Berlino, e la gentrificazione esacerba le discriminazioni (Huse 2018). Anche in Italia, l’accesso all’edilizia pubblica può essere discriminatorio, come mostrato da diverse sentenze della Corte Costituzionale (145/2023, 77/2023, 44/2020, 147/2024).