Primo Welfare

Con il termine “primo welfare” ci riferiamo al sistema tradizionale di protezione sociale organizzato e gestito dallo Stato tra fine Ottocento e inizio Novecento per rispondere a rischi e bisogni sociali dei cittadini. Per questo esso è spesso indicato anche come “Welfare State” o “Stato Sociale”

Il primo welfare include una serie di politiche pubbliche e programmi “essenziali” – come pensioni, assistenza sanitaria, tutele contro la disoccupazione, istruzione, politiche per la famiglia, politiche abitative, etc. – che intendono garantire il benessere dei cittadini attraverso la redistribuzione delle risorse e la fornitura di servizi.

Il primo welfare rappresenta quindi la base del sistema di protezione sociale. Su di esso si innestano le evoluzioni e le integrazioni del secondo welfare, che coinvolge attori non-pubblici (Terzo Settore, aziende, corpi intermedi…) per rispondere ai rischi e bisogni in una logica sussidiaria e integrativa rispetto alle politiche pubbliche tradizionali.

Di seguito i nostri articoli in cui approfondiamo dinamiche e esperienze realizzate nel perimetro del primo welfare.

Che fine ha fatto quella «revisione della spesa» di cui tanto si è parlato nell’ultimo anno, che doveva fungere da leva per risanare il settore pubblico sul versante delle uscite, in base a criteri di efficienza ed equità? Purtroppo ha fatto una brutta fine. Con le dimissioni del Commissario Carlo Cottarelli, lo scorso ottobre, il processo si è bloccato. Cosa farà il Governo Renzi?
Negli ultimi vent'anni, a seguito delle diverse riforme sociali e del mercato del lavoro susseguitesi nel tempo, nel nostro Paese si è creata una società sempre più duale. Da una parte c'è chi gode di tutti i diritti, dall’altra chi al contrario non può godere di forme significative di protezione sociale. E' questo il presupposto del libro "La maggioranza invisibile" di Emanuele Ferragina.
Ammontano a più di 4 miliardi di euro le risorse dei Fondi Strutturali Europei 2014-2010 destinate all'Italia per "promuovere l’inclusione sociale, combattere la povertà e ogni forma di discriminazione”. Come saranno utilizzati questi fondi? Quali sono le prospettive per la lotta alla povertà nel nostro Paese alla luce di queste risorse?
Con il nuovo anno inizieremo ad impiegare il nuovo Isee. Giro di vite su elusione ed evasione, più attenzione ai beni mobili e Isee differenziato per tipo di richiesta sono alcune delle novità che dovrebbero migliorare l’efficacia dello strumento. Resta qualche questione aperta.
La Commissione Europea ha di recente pubblicato il rapporto di sintesi della conferenza “The Europe 2020 poverty target: lessons learned and the way forward” tenutasi a Bruxelles lo scorso 9 ottobre. La conferenza - che ha visto protagonisti ministri e altri responsabili politici a livello nazionale, parti sociali, società civile, accademici, imprenditori sociali e rappresentanti delle istituzioni europee - ha risposto all’obiettivo di sviluppare una riflessione sul target europeo di lotta alla povertà, fissato nel quadro della strategia Europa 2020, e sulle prospettive di policy in questo settore.
Molto è stato scritto sugli scontri che stanno coinvolgendo le periferie di Roma e Milano. Quello che emerge è che sono il frutto della crisi ma anche sintomo di un forte bisogno di investimenti in politiche di welfare che siano adeguate ai nuovi bisogni sociali, a dimostrazione di come esse restino fondamentali per prevenire il conflitto e la deriva populista, soprattutto in fasi di crisi come quella attuale.
I critici del Jobs Act chiedono che il governo stanzi più risorse con la legge di stabilità per sostenere il lavoro. La richiesta è sensata, ma nessuno sembra preoccuparsi delle questioni progettuali e organizzative, che sono forse più importanti. Nella tradizione italiana, riformare ha spesso significato solo cambiare le norme e, quasi sempre, spendere più soldi. Ma senza un disegno coerente, incentivi efficienti, capacità organizzative e di attuazione difficilmente si andrà da qualche parte.
A riaccendere i riflettori sui cosiddetti "turisti del welfare" ci ha pensato una sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea che, pur ricordando che nella legislazione europea già esistono strumenti adeguati a contrastare il fenomeno, ha offerto una pericolosa sponda politica ai Paesi "protezionisti" che vogliono limitare il welfare per gli immigrati. Anche comunitari.
Carlo Borgomeo, Presidente della Fondazione CON IL SUD, commenta la scelta di Matera come Capitale Europea della Cultura per il 2019. Che la decisione sia caduta sulla città lucana non è un caso, ma il frutto di una pratica ormai diffusa in molte realtà meridionali che punta al “progressivo ribaltamento” del paradigma dello sviluppo.
La Fondazione tedesca Bertelsmann Stiftung ha di recente pubblicato un rapporto sulla giustizia sociale in Europa misurandola attraverso la costruzione di un apposito indice denominato Social Justice Index. Il lavoro si inserisce nel quadro del progetto Social Inclusion Monitor Europe, che si pone l’obiettivo di fornire dati utili al cambiamento della politica sociale degli stati membri dell'UE.
Perché bisogna limitarsi a assistenza e sanità;? Anche la cultura può generare benessere sociale, dando significato a una cittadinanza più matura