PRIVATI / Aziende
Conciliare vita e lavoro: una questione da donne?
27 settembre 2013

La conciliazione vita-lavoro fa bene alle donne? Patrizia Di Santo e Claudia Villante, ricercatrici presso la società di ricerca, formazione e consulenza Studio Come, affrontano la questione del work-life balance con spirito critico. In “Genere e responsabilità sociale di impresa”, in uscita in questi giorni con Ediesse, le due autrici passano al setaccio nove aziende italiane che si sono distinte per aver adottato importanti misure di pari opportunità a favore dei dipendenti valutandone l’impatto sul loro benessere e sulle loro prospettive di carriera.

Perché se l’adozione di politiche family-friendly da parte delle aziende è sempre più diffusa, il punto è capire non solo l’impegno della proprietà a perseguirli concretamente ma anche l’effetto che questi strumenti hanno sul lavoro delle donne. Sono utilizzati? Sono utili? In genere le ricerche o si soffermano sulle politiche o si addentrano nelle pratiche: Di Santo e Villante prendono invece in considerazione entrambi gli aspetti. Le imprese oggetto dello studio variano di dimensione e locazione geografica ma sono all’avanguardia in materia di strumenti di flessibilità oraria (part-time, flex-time, banca delle ore, ecc.), di congedi (integrazione dello stipendio da parte dell’azienda, paternità obbligatoria), di servizi per l’infanzia (nidi o voucher) e di azioni di “empowerment” e formazione al management.

Molti gli effetti benefici che le due ricercatrici riscontrano, confermando i risultati della letteratura sul tema: un luogo di lavoro women-friendly aumenta la produttività e riduce i costi per l’azienda, migliora la condizione economica delle donne e la soddisfazione di tutti i dipendenti. Non mancano però le controindicazioni. Ecco la prima – banale quanto scomoda – verità: anche nelle imprese che da anni hanno introdotto l’ottica di genere nella gestione delle risorse umane il part-time e i congedi parentali sono utilizzati solo pressoché dalle donne. Ciò significa che i ruoli di cura ricadono ancora quasi esclusivamente su di loro. Le conseguenze sono note: il part-time non ha nessun effetto o addirittura ha un impatto negativo sia sulla presenza femminile nei ruoli apicali (segregazione verticale) che sulla “settarizzazione” delle mansioni (segregazione orizzontale).

I casi presi in considerazione confermano questa dinamica, tant’è che le autrici ammettono come ci sia ancora “molto da fare per trasformare l’organizzazione del lavoro” e che pure in tali imprese “le donne fanno fatica ad arrivare a livelli di responsabilità”. Insomma, per quanto la riduzione dell’orario lavorativo consenta a un maggior numero di donne di entrare nel mercato del lavoro (vedi il caso olandese), la “qualità” di questo lavoro resta discutibile, con il tetto di cristallo che, paradossalmente, diventa sempre più duro da infrangere. A meno che il part-time venga concesso ai ruoli manageriali (come accade in un caso del libro) e, soprattutto, sia equamente distribuito tra uomini e donne (circostanza quest’ultima che, invece, non avviene). Perché il vero nocciolo della questione è proprio questo: la distribuzione delle responsabilità di cura tra i sessi. Finché ciò non accadrà, ogni teoria delle “preferenze” non potrà che scontrarsi con la realtà, e cioè con il fatto che la maggior parte delle donne, come molte ricerche empiriche dimostrano, non vorrebbe scegliere tra i figli e il lavoro. E invece è costretta a farlo.

Riequilibrare le responsabilità domestiche tra i sessi diventa allora la chiave di volta di ogni politica. Non sempre però i legislatori ne sono consapevoli, complice la (molto italiana) tendenza a considerare la cura una prerogativa femminile. Così, le due autrici denunciano le corte vedute della politica: il programma Italia 2020, per esempio, siglato dagli allora ministri Maurizio Sacconi (Lavoro) e Mara Carfagna (Pari Opportunità), “fa molto più riferimento alla questione della conciliazione lavoro-famiglia delle donne, piuttosto che alla condivisione delle responsabilità familiari tra i sessi”. Esattamente all’opposto della direzione intrapresa dall’Unione Europea. E’ tempo insomma di soffermarsi sui contenuti e sull’impatto delle politiche: il rischio altrimenti è perdersi in proclami o, ancor peggio, rafforzare i ruoli tradizionali di genere, con buona pace delle nuove esigenze (lavorative e di cura) di uomini e donne.

 

Camilla Gaiaschi ha recentemente pubblicato, sullo stesso tema, l'articolo "La conciliazione vita-lavoro fa bene alle donne?" sul blog La Ventisettesima Ora del Corriere della Sera.

 

Torna all'inizio

 
NON compilare questo campo
 

Monica Boni | 05.10.2013
Grazie Camilla. Purtroppo quando si affrontano questi temi in eventi, blog, ricerche il pubblico è quasi solo femminile. E poi, ad onor del vero, le donne che raggiungono posizioni apicali non se ne occupano più di tanto se non per operazioni di facciata e non di sostanza. Come se non ci credessero nemmeno loro.
  796

Marco Colombo | 30.09.2013
Gentile Camilla, grazie per le sue interessanti risposte. Terrò conto di quanto da lei segnalato per approfondire ulteriormente il tema! Spero di avere occasione di leggere altri suoi contributi del genere (e sul genere) quanto prima.
  1129

Camilla Gaiaschi | 30.09.2013
Gentile Marco Colombo, dividerei le sue osservazioni in due punti: 1. la questione della cura come prerogativa "femminile" e 2. il ruolo delle politiche sui comportamenti. 1. Quando dice che bisognerebbe chiedersi se i padri italiani siano a misura di conciliazione tocca, forse inconsapevolmente, un argomento molto delicato e dibattuto anche all'interno del pensiero femminista che è quello della "cura". Una parte dello stesso femminismo ha ritenuto che la cura fosse una "qualità", una "propensione" tipicamente femminile, che le donne cioè fossero più in grado (e in misura migliore) degli uomini di "prendersi cura di". Inutile dire che un argomento "essenzialista" di questo genere, oltre a ridurre (spesso pur non nelle intenzioni) gli esseri umani alla loro dimensione prettamente biologica (bypassando così l'intricato rapporto tra natura e cultura che ci caratterizza), assegna dei ruoli prestabiliti - paradossalmente replicando il vero principio fondante della dominazione (secolare) maschile: la divisione sessuata del lavoro. Ciò a mio avviso è sbagliato per almeno due motivi: 1. Non risponde alle esigenze lavorative delle donne, alle loro aspirazioni frustrate (non sto parlando di sentito dire ma di ricerche empiriche), alle loro potenzialità sprecate, lasciando inattivo un potenziale femminile che come lei ben sa potrebbe essere volano di crescita economica. 2. "Ingabbia" le persone in ruoli prestabiliti: lei dice bisognerebbe chiedersi quanti uomini sono a misura di conciliazione: nessuno si è mai chiesto quanto però lo siano le donne le quali - "adatte o meno" - spesso portano da sole la responsabilità e il peso della cura. Io conosco molte donne assolutamente INADATTE alla cura (dei loro figli e dei loro cari) ma che per ragioni culturali non mettono in discussione il loro ruolo (spesso a danno degli stessi figli). E conosco molti uomini invece portati e capaci che, sempre per ragioni culturali, non possono dedicare il tempo che vorrebbero ai propri figli. Io credo che una società giusta sia quella che lascia libere le persone, uomini o donne che siano, di trovare la propria dimensione sia nel privato che nel pubblico, scoprendo parti di sé che il contesto normativo e culturale ha da sempre impedito loro di scoprire. 2. Riguardo al ruolo delle politiche e delle politiche aziendali in particolare. Esiste tutta una letteratura che forse le potrà interessare (Ann Orloff, Jane Lewis, Gornick, Meyers, Saraceno) che ha tentato di esplorare - appunto - l'IMPATTO delle politiche di welfare sui modelli famigliari. Ciò è SEMPRE avvenuto, non è un'ingerenza dell'OGGI ma fin dalla sua nascita il welfare ha promosso determinati modelli famigliari, così come diverse analiste di welfare "femministe" hanno portato alla luce. Fin dalla sua nascita e durante tutta l'epoca fordista gli strumenti di protezione sociale (così come gli strumenti di politica del lavoro!) erano indirizzati all'uomo capofamiglia e produttore di reddito e alla donna casalinga e responsabile della cura: lo stipendio dell'operaio fordista era pensato per coprire le esigenze non solo del dipendente ma anche della moglie e dei figli, altrettanto paradigmatici gli esempi della pensione intestata al marito, dell'assenza di servizi per l'infanzia, ecc. Con la crisi del fordismo e grazie al movimento delle donne è aumentata la pressione nei confronti delle istituzioni per superare questo modello. Con risultati più o meno soddisfacenti. In sintesi i due estremi: un sistema di welfare basato sul part-time (femminile), sui sussidi generosi e di lungo termine per il partner responsabile per la cura (spesso la donna), in cui mancano i servizi per l'infanzia e in cui mancano politiche che incentivano la paternità sarà inevitabilmente foriero di un modello tradizionale dei compiti tra i due generi. Al contrario, servizi efficienti e di qualità per l'infanzia, la riduzione dell'orario di lavoro per entrambi i genitori (35 ore), il coinvolgimento del padre (congedi e paternità), comportano un modello famigliare dove cura e lavoro tendono a distribuirsi equamente. Questo vale anche per le politiche aziendali: l'azienda per esempio può decide di retribuire i congedi parentali (legge Prodi) al 100% (andando cioè ad aggiungere di tasca sua il 70% che manca), di non ostacolare l'utilizzo dei congedi parentali o - addirittura - di istituire alcuni giorni di paternità obbligatoria (in più rispetto alla legge Fornero): in questo caso perseguirà un modello incentivante la responsabilità paterna! E ancora: può avere un micro nido aziendale, può disporre di orari flessibili che si adattano alle esigenze di cura dei genitori ecc.... Come vede le istituzioni e gli strumenti di welfare (pubblici e privati) possono sì "modellare" i ruoli di genere ma il punto è che LO HANNO SEMPRE FATTO: il punto è capire in che misura si intende perseguire, o meno, l'occupazione femminile e l'uguaglianza di genere nel rispetto delle esigenze di cura di minori e anziani.
  1145

Marco Colombo | 29.09.2013
Interessante articolo, ma mi sfugge chi dovrebbe attuare questo riequilibrio delle responsabilità... Le aziende con le proprie politiche di welfare? I membri del nucleo famigliare accordandosi fra loro? Lo Stato imponendo una specifica legislazione in materia? Non mi sembra una questione da poco. Nelle ultime righe l'autrice mi pare indichi che tale responsabilità dovrebbe ricadere sul legislatore, ma personalmente penso che tale soluzione sarebbe un'ingerenza dall'alto (un'altra) che, come spesso accade, non cambierebbe la situazione. Ritengo che il vero cambiamento non debba infatti essere quello normativo, quanto piuttosto quello culturale. Chi ci dice che gli uomini sono disposti (oltre che preparati) a occuparsi dei propri figli al pari delle proprie mogli o compagne? Prima di chiedersi se la conciliazione sia a misura di uomini bisognerebbe domandarsi se gli uomini italiani sono a misura di conciliazione! Forse è questo il punto da cui partire per poter continuare la discussione senza rischiare di fare, come sottolinea l'autrice, sterili proclami.
  486

Laura Visentin | 27.09.2013
Segnalo che il progetto BES volto alla costruzione di un nuovo indicatore di sviluppo a superamento del PIL, pur lodevole per l'impianto, al fattore "conciliazione" definisce la questione come un problema "femminile".
  509