PRIMO WELFARE / Lavoro
Aumentare la capacità d’intermediazione dei servizi pubblici per l’impiego
Appena il 2.6% dei disoccupati ha trovato lavoro grazie ai Centri per l'Impiego. Alcune proposte per superare le attuali incapacità del sistema.
13 ottobre 2014

In Italia la capacità dei centri per l’impiego pubblici di trovare lavoro ai disoccupati è insignificante: gli occupati dipendenti che hanno trovato lavoro attraverso i Cpi (33 mila nel 2013) rappresentano il 2,6% della platea dei disoccupati registrati, quota che sale al 19% nel Regno Unito e in Germania e al 56% in Svezia.

Ma oggi questa situazione non è più tollerabile, rispetto al passato, non solo perché tante risorse non riescono ad aiutare le persone in cerca d’occupazione a trovare un lavoro (ognuno dei 33 mila fortunati che sono riusciti a trovare un’occupazione con i Cpi è costato 93 mila euro di politiche attive, in Germania (417 mila) è costato un terzo, 37 mila euro), ma soprattutto perché con gli ampliamenti dei beneficiari e della durata degli ammortizzatori sociali determinato dalla riforma Fornero e con gli ulteriori ampliamenti della platea previsti nel Jobs Act, la spesa per le integrazioni al reddito dei disoccupati è diventata e sarà ancor più insostenibile nel futuro.

La maggioranza dei paesi europei riesce a contenere la spesa per ammortizzatori sociali perché riduce al massimo il tempo di transizione dallo stato di disoccupato sussidiato a quello di occupato. Nel Regno Unito la percentuale di disoccupati che cessa di percepire il sussidio dopo 3 mesi perché è stato aiutato a trovare un lavoro è pari al 55% che sale al 75% dopo 6 mesi. In Italia non partiamo da una situazione disastrosa perché il 31% dei percettori dell’indennità di disoccupazione (adesso ASPI) trova lavoro con i propri canali entro 3 mesi e il 48% dopo 6 mesi. Non impossibile pensare di poter raggiungere gli standard europei rafforzando la capacità d’intermediazione dei servizi pubblici e privati per il lavoro.


Le principali cause
 

Le principali cause dell’inefficacia dei Cpi nell’intermediazione dei disoccupati sono quattro:

  1. La prima e la più importante riguarda gli operatori che sono, in rapporto con gli utenti, in numero inferiore alla soglia minima che in Europa è considerata necessaria per offrire un servizio efficace ed efficiente alle persone in cerca di lavoro e alle imprese. Gli addetti ai Cpi in Italia sono poco meno di 9 mila e ognuno dovrebbe assistere 254 disoccupati registrati. In Germania questo rapporto è di 26:1 grazie ai 110 mila addetti ai servizi per il lavoro, nel Regno Unito ognuno dei 78 mila operatori dei jobcentre plus ha in carico solo 20 jobseekers. Per capire meglio questo aspetto è sufficiente tenere presente che, per esempio nel Regno Unito, tra la telefonata per la richiesta del sussidio e il primo colloquio passano mediamente 10-14 giorni e successivamente bisogna recarsi sempre dallo stesso operatore ogni due settimane: gli italiani che si sono registrati per ricevere le prestazioni del progetto garanzia ai giovani che è iniziato il primo maggio sono 203 mila, 63 mila sono stati convocati e 43 mila hanno ricevuto il primo colloquio: solo il 20,2% dopo 5 mesi;
  2. la seconda causa riguarda l’assenza di servizi per le imprese: la maggioranza dei centri pubblici italiani non offre alle imprese un servizio per la copertura dei posti vacanti e quindi non è in grado di proporre ai disoccupati registrati offerte di lavoro, limitandosi a erogare misure di orientamento e di formazione;
  3. la terza causa riguarda la questione dell’erogazione congiunta delle politiche attive e passive che consente in tutti i paesi europei di esercitare la necessaria condizionalità tra l’erogazione del sussidio e il comportamento attivo del beneficiario, tipica delle politiche di welfare to work, e di ridurre i comportamenti opportunistici e il lavoro nero. In Italia, invece, le politiche passive sono di competenza esclusiva statale (INPS), mentre quelle attive rientrano nelle competenze concorrenti di Stato e Regioni e sono erogate dalle Provincie;
  4. l’Italia spende male le risorse per le politiche del lavoro. Nel nostro Paese la spesa complessiva per tutte le politiche del lavoro nel 2011 (1,7% del PIL) è allineata a quella della media europea (1,9% del PIL) e nel 2012 sale al 2% del PIL (31,1 miliardi di euro), superando il valore percentuale della Germania (1,7% del PIL, pari a 44,1 miliardi). Ma l’Italia spende male queste ingenti risorse: la quota della spesa complessiva per le politiche del lavoro in Italia destinata ai servizi è inferiore al 2%, quella per le politiche attive supera di poco il 18% e quasi l’80% è destinato alle politiche passive (ammortizzatori e prepensionamenti). Negli altri paesi europei la composizione della spesa tra servizi, politiche attive e sostegni al reddito è più equilibrata e in particolare nel Regno Unito il 46% è dedicato ai jobcentre plus, l’11% alle politiche attive e solo il 43% ai sussidi di disoccupazione
     

I servizi privati

Anche la capacità d’intermediazione dei servizi privati italiani è modesta. Le agenzie per il lavoro e gli altri operatori intermediano circa il 5% degli occupati (63 mila persone), ma il 2,7% è costituito dai lavoratori interinali (34 mila) e solo il restante 2,3% è composto da disoccupati collocati in aziende con contratti di lavoro diversi dalla somministrazione. In via più generale, il modello cooperativo tra servizi pubblici e APL non ha funzionato e le agenzie preferiscono dedicarsi alle attività più remunerative di somministrazione del lavoro interinale piuttosto che a quelle di intermediazione. Anche perché dover fare riferimento a 21 normative diverse per l’accreditamento e per la remunerazione dei servizi resi dalle agenzie (19 regionali e due per le province autonome di Bolzano e Trento) non consente ai privati di programmare un investimento significativo nelle attività d’intermediazione per conto delle Regioni.


Alcune proposte di riforma

Per aumentare in modo significativo la capacità dei servizi pubblici d’intermediare la domanda e l’offerta di lavoro e di ridurre i tempi di collocamento dei beneficiari dei sussidi di disoccupazione, adottando un modello che preveda una forte esternalizzazione alle agenzie private delle attività di collocamento dei disoccupati non facilmente occupabili, sarebbe necessario realizzare contemporaneamente numerosi interventi:

a) adeguare il numero del personale dei Cpi a circa 20 mila addetti in modo che il portafoglio utenti di ogni singolo operatore non superi i 100-130 disoccupati registrati;
b) ricondurre alla competenza esclusiva dello Stato le politiche per il lavoro e a quella delle Regioni per la loro programmazione, attribuire ai Cpi la responsabilità nell’erogazione sia delle politiche attive, sia di quelle passive e creare una agenzia nazionale che promuova standard di qualità dei servizi pubblici e privati (accreditati) uniformi nel territorio;
c) diversificare le competenze degli addetti e degli operatori dei Cpi per fornire anche alle imprese i servizi di copertura dei posti vacanti;
d) ridurre le incombenze amministrative del personale dei Centri pubblici, automatizzando alcune attività e svincolando la fruizione di alcuni servizi sociali e assistenziali dal riconoscimento dello stato di disoccupazione presso un Cpi;
e) stipulare convenzioni nazionali con gli operatori privati (agenzie per il lavoro, non enti formativi che non possiedono le competenze per le attività d’intermediazione) basate su requisiti uniformi su tutto il territorio, che prevedano la remunerazione a risultato, quasi esclusivamente in caso di occupazione del disoccupato;
f) rendere strutturale il raccordo dei Cpi con il sistema pubblico e privato dell’istruzione e della formazione professionale per avviare i giovani che hanno abbandonato prematuramente gli studi e i drop-out minorenni a percorsi di apprendistato per la qualifica e il diploma professionale;
g) affidare a soggetti terzi le attività di monitoraggio e valutazione dei servizi resi dai servizi pubblici e privati per il lavoro.

Queste riforme - in particolare l’aumento del personale dei Cpi - determinerebbero un incremento significativo della spesa che potrebbe essere contenuto con tagli in altre voci di spesa, ispirandosi al modello del Regno Unito: spende meno di tutti gli altri paesi – persino dell’Italia - per le politiche del lavoro (12 miliardi), utilizza gran parte degli stanziamenti per una struttura molto efficiente di servizi per il lavoro che riesce a far rientrare nel mercato del lavoro entro sei mesi il 75% dei disoccupati registrati, destina alle politiche attive del lavoro una quota insignificante e riesce a contenere il costo per i sussidi di disoccupazione ai livelli più bassi in Europa.

Probabilmente sarebbe anche opportuno valutare se l’incentivo previsto dalla legge 407/1990 per i disoccupati da 24 mesi e oltre non promuova la permanenza dei lavoratori nell’area del lavoro sommerso fino alla maturazione di quella durata dello stato di disoccupazione che garantisce le generose agevolazioni ai datori di lavoro e che costa 1,1 miliardi di euro all’anno. Sarebbe necessario un ripensamento anche per le agevolazioni fiscali per l’assunzione con il contratto di apprendistato (1,7 miliardi di euro) che ha una modestissima componente formativa. Probabilmente sarebbe più opportuno limitarsi a promuovere l’apprendistato duale per la qualifica e il diploma professionale rivolto ai giovanissimi che si fermano alla licenza media e che abbandonano gli studi, che garantisce migliori risultati in tutta Europa e nella provincia di Bolzano.

 

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