Esiste ad oggi un’avanguardia di imprenditorialità profit che pratica l’inclusione lavorativa e persegue altri fini a impatto sociale, anche se sono ancora numerose le potenzialità da valorizzare e le resistenze da superare per la creazione di relazioni sinergiche tra imprese a impatto sociale e imprese for profit finalizzate all’inclusione lavorativa. Siamo di fronte, su scala nazionale, a un basso numero di inserimenti, a un sovraffollamento nelle liste di collocamento mirato e a un elevato numero di scoperture aziendali, con imprese che all’assunzione di persone con disabilità preferiscono pagare gli esoneri, rimettendo in capo ad altri soggetti la presa in carico e la gestione della disabilità.
È convincimento della scrivente, a partire dall’esperienza maturata nell’osservare e accompagnare i processi, che un primo passo per avanzare nella riflessione richieda di assumere i panni dell’impresa profit, per capirne il punto di vista e l’orientamento. Anzitutto va preso atto della reticenza aziendale che porta a considerare l’inclusione lavorativa della disabilità un ostacolo verso il raggiungimento del profitto, poiché complessa da gestire nonché con costi in termini di tempo e investimenti dedicati ritenuti troppo onerosi.
A tal proposito, studi e ricerche sul tema rivelano una scarsa conoscenza sulla natura dell’impresa sociale e un immaginario collettivo, molto diffuso tra le figure dirigenziali, per cui tale fattispecie imprenditoriale risulti inadeguata a rispondere alle specifiche di fornitura (ovvero agli standard richiesti dal Mercato) e pertanto poco competitiva. Anche laddove vi sia una maggiore conoscenza, l’impresa sociale tende a essere ricondotta quasi esclusivamente alla sua dimensione sociale, fino ad essere assimilata a una realtà volontaristica o associativa, più che a un soggetto economico capace di operare stabilmente nel mercato.