La rappresentazione culturale e sociale della disabilità ha effetti in grado di plasmare in modo significativo l’esperienza e la traiettoria di vita delle persone disabili. Storicamente, la scuola e i servizi hanno affrontato la disabilità attraverso una lente biomedica o individuale, interpretando la condizione biologica o la menomazione (impairment) come il nucleo eziologico della “tragedia personale” e della dipendenza. I Disability Studies propongono da tempo un radicale ribaltamento epistemologico, promuovendo una riflessione sulle influenze che le rappresentazioni istituzionali, mediatiche e pedagogiche esercitano sul senso di identità delle persone con disabilità e sulla percezione pubblica. Il loro contributo consente di spostare il punto di osservazione e di modificare la mappa della disabilità nella cultura generale.
In Italia, questa tradizione critica ha costruito un corpo teorico originale. Il lavoro fondativo di Medeghini (2006; 2013) e del Gruppo di Ricerca Inclusione e Disability Studies (GRIDS), le analisi genealogiche di Valtellina (2006; 2024) sul discorso clinico e istituzionale, le ricerche di Vadalà (2013; 2015) sulle rappresentazioni culturali e sociali (anche nel contesto scolastico), i contributi di D’Alessio (2007; 2011) e Bocci (2018) sul piano pedagogico e didattico, hanno delineato una chiara traiettoria: per comprendere la disabilità è necessario muovere dall’analisi dei processi di oppressione sociale e di esclusione strutturale.
Da questo corpus si intende costruire un contributo che ponga al centro tre nodi: la disabilitazione come processo socialmente prodotto, le rappresentazioni come dispositivi di esclusione, il discorso pedagogico come spazio di riproduzione – ma anche di possibile trasformazione – delle logiche normative.