RIGENERAZIONE URBANA /
Il tempo del #Dove
Da luoghi rigenerati possono nascere infrastrutture sociali capaci di coagulare spazio, territorio, relazioni e scambi, in grado di cambiare l'economia, modificare l'approccio del Pubblico e rivitalizzare la società civile
09 maggio 2019

È stato un percorso bello e impegnativo quello che ci ha portato a pubblicare Dove, il nostro nuovo libro. Un percorso che, come avviene per viaggiatori veri, si è snodato nel mentre lo si faceva. All’inizio vedevamo immobili abbandonati o sottoutilizzati in cerca di nuove funzioni d’uso. Poi, con una progressione sempre più evidente, il loro numero è aumentato (e il dato quantitativo è tutt’altro che secondario), ma soprattutto è cresciuta, ai nostro occhi, la qualità e la rilevanza dei processi di trasformazione sociale centrati sulla dimensione di luogo.

Ad animare questa fenomenomologia ricca e variegata sono comunità di nuova natura. Sempre meno esito di sedimenti di lungo periodo alimentati da prossimità spaziale e matrici culturali predefinite e sempre più coalizioni di aspirazioni, interessi e risorse “molteplici” che definiscono il loro intento comune – anche in questo caso – cammin facendo. Con due ingredienti cruciali a fare da amalgama: l’imprenditorialità (che è quasi un atto sovversivo in quanto orientato alla mobilità sociale in contesti immobilizzati) e il mutualismo (come modalità per re-intermediare nuove forme di scambio autenticamente generative).

Dove non è però una narrazione. Un po’ perché non siamo storyteller, ma soprattutto perché la dimensione di luogo rischia in questa fase di rimanere intrappolata nella mitologia della buona pratica, mentre a nostro avviso, oggi è tempo di politiche e di strategie che ne alimentino la crescita attraverso modelli coerenti con la natura dei processi che la generano e delle iniziative che nel suo ambito vengono incubate.

L’aver scelto un approccio analitico e di policy ha portato a confrontarsi con una molteplicità di studi e di schemi interpretativi che, nel corso del tempo, hanno cercato di definire caratteristiche e peculiarità di tutto ciò che è place-based. Un quadro ampio e variegato, dunque complesso, perché tocca non solo ambiti disciplinari diversi – dagli studi urbani alla produzione culturale, dal welfare allo sviluppo locale, dal terzo settore all’economia civile – ma soprattutto perché chiama in causa le ragioni profonde del nostro stare insieme. I luoghi risultano in tal senso fondanti e fondamentali nel senso più stretto del termine: sia rispetto alle condizioni materiali e relazionali, sia come produttori di significato. Prova ne è (ma è l’ennesima) la definizione di Europa scovata nell’introduzione a una lectio di Karl Jaspers del 1946 e caratterizzata “non da frontiere ma da centri d’irraggiamento disposti in costellazioni dai margini incerti; una struttura a rete all’origine di un’idea mobile dell’Europa, ove la dimensione dei progetto prevale su quella della memoria”.

Troppo forse… ma d’altro canto la numerosità e lo spessore delle iniziative che nel qui ed ora di questa difficile fase storica provano ad agire la dimensione di luogo per fare innovazione sociale ci ha convinti a proporre un’analisi svincolata da eccessi di descrittivismo e che non sfugge quindi questioni di natura organizzativa, gestionale, valutativa e di governance. Del resto la partita in atto è decisiva perché è da luoghi rigenerati che possono nascere nuove “infrastrutture sociali” ossia dispositivi capaci di coagulare spazio, territorio, relazioni e scambi per un’economia di mercato che diventa coesiva, un governo pubblico che vuole farsi partecipativo e plurale, una società civile che si organizza non solo per tamponare i problemi altrui ma per proporsi come nuovo paradigma.

Tutto questo alleggerendo però i toni definitori per non rischiare di stringere troppo il perimetro di chi abita la dimensione di luogo come dimostra la citazione in apertura del libro tratta da una canzone pop (leggera ma non troppo) con un titolo che parla chiaro.

 


Per chi vorrà buona lettura quindi.
Naturalmente saremo felici di raccogliere le vostre impressioni e critiche incontrandoci in uno dei luoghi che abbiamo esplorato o su questo blog. Da parte nostra, a proposito di incontri e di conversazioni, non possiamo che ringraziare coloro che più da vicino hanno accompagnato questo nostro percorso di ricerca. Grazie quindi a Stefano Arduini (Vita), Francesca Battistoni (social seed), Claudio Bocci (Federculture), Massimo Calvi (Avvenire), Franco Floris (Animazione Sociale), Francesca Gennai (La Coccinella), Valentina Ghetti (LombardiaSociale), Giacomo Giossi (che-fare), Franca Iannaccio (Europe Consulting), Marta Mainieri (Sharitaly), Gianfranco Marocchi (Welfare Oggi), Erika Mattarella (Rete delle case del quartiere di Torino), Bertram Niessen (che-fare), Ivana Pais (Università Cattolica), Angela Pavesi (Politecnico di Milano), Letizia Piangerelli, Anna Puccio (Cà Foscari, Science Gallery Venice), Stefano Radaelli (consorzio SIS), Alessandro Radicchi (Europe Consulting), Sara Rago (Aiccon), Silvia Rensi (Iris Network), Catterina Seia (Giornale delle Fondazioni), Luca Tricarico (Nesta Italia), Rossana Zaccaria (Legacoop abitanti). Un ringraziamento infine a Stefano Micelli ed Elena Ostanel che hanno accettato di introdurre e chiosare le riflessioni contenute nel libro con riflessioni e proposte tutt’altro che di rito.


Questo articolo è stato pubblicato su Tempi Ibridi, blog curato da Paolo Venturi e Flaviano Zandonai, con cui Percorsi di secondo welfare ha deciso di “contaminarsi”.

 


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