PRIMO WELFARE / Lavoro
Il welfare sprecato dalla burocrazia e il lavoro che non c'è
Nell'immediato si possono fare tante (piccole) cose concrete, ma per cambiare davvero serve una strategia che guardi lontano
05 gennaio 2014

Dal 2008 a oggi la crisi ha prodotto nel nostro Paese più di un milione e mezzo di disoccupati. Aggiungendo i cassintegrati e i precari «marginali» si arriva a più di due milioni e mezzo di lavoratori in forte difficoltà occupazionale. Molte di queste persone (e dunque le loro famiglie) non ricevono alcuna forma di aiuto. Le stime non sono facili, ma si situano nell’ordine di alcune centinaia di migliaia: la copertura dei nostri ammortizzatori sociali è fra le più basse in Europa. Come possiamo uscire da questa emergenza economica e sociale? I fronti prioritari di azione sono due: migliorare il sostegno a chi non ha lavoro e promuovere la creazione di nuova occupazione.

Non esistono bacchette magiche, tuttavia si possono fare alcune cose concrete, subito. La prima e più ovvia è applicare e far funzionare meglio i programmi già in vigore. Le integrazioni in deroga, ad esempio, arrivano con mesi di ritardo, i lavoratori sono condannati a un limbo senza reddito, durante il quale non possono accedere alle agevolazioni previste dallo stato di disoccupazione. I soggetti più vulnerabili (pensiamo agli immigrati con basse qualifiche) non capiscono neppure che succede. Non si riesce a coinvolgere banche e fondazioni per fornire anticipi, facilitare i prestiti, sospendere le rate dei mutui? Può darsi che qualcuno lo faccia già (come la Fondazione Welfare Ambrosiano a Milano), ma i più deboli non lo sanno.

A livello regionale e comunale esistono poi varie misure di sostegno provvisorio, comprese forme embrionali di reddito minimo garantito. Le procedure sono complesse e frammentate, le informazioni scarse: il labirinto del welfare locale risulta quasi impenetrabile. La soluzione c’è, l’Unione Europea la chiama one-stop shop e ce la raccomanda da anni. Si tratta di creare una serie di sportelli unici a cui possa rivolgersi chiunque si trovi in difficoltà, con funzionari cortesi ed efficienti che si facciano carico dei problemi dei richiedenti, interagendo direttamente con le varie amministrazioni erogatrici. Gli sportelli unici esistono già in molti paesi Ue, in Gran Bretagna il benefit adviser (consigliere per i sussidi) opera addirittura su Internet: con pochi clic si ha una idea precisa delle prestazioni a cui si ha diritto e si fa direttamente domanda. Possibile che una cosa in fondo semplice e banale da noi non si riesca ad attuare? Non possiamo certo aspettarci che la faccia la burocrazia, ma il governo, i governatori regionali, i sindaci potrebbero farsi aiutare da qualche brava società di consulenza per razionalizzare le procedure, riorganizzare gli uffici, attribuire responsabilità: così fece Schröder per attuare la sua agenda di riforme una dozzina di anni fa.

Ultimo esempio: nel settore del lavoro para-subordinato, che impiega moltissimi giovani, l’accesso al welfare è legato all’effettivo versamento degli oneri sociali da parte dei committenti. Niente contributi, niente welfare. Anche qui la soluzione ci sarebbe e si chiama "automatismo delle prestazioni". È un principio che vale da decenni per i dipendenti: lo stato riconosce subito il diritto al lavoratore e successivamente si rivale sul datore inadempiente.

Il governo Letta è un grande fautore delle "riforme-cacciavite". Compili un elenco dettagliato delle piccole cose concrete da realizzare immediatamente, a partire da gennaio. Chieda consigli e aiuti a soggetti esterni alla pubblica amministrazione. A loro volta, sindacati e partiti s’impegnino a collaborare sul serio, se le cose non funzionano la colpa è anche loro: nei negoziati sulla legge di Stabilità il ministro Giovannini non è riuscito a trovare interlocutori in Parlamento e a reperire poche decine di milioni per risolvere il problema dei para-subordinati.

Sul fronte della creazione di occupazione, le cose sono più complicate. Da subito si possono razionalizzare gli incentivi alle imprese e si deve realizzare nel modo più efficiente ed efficace (cosa tutt’altro che scontata) la garanzia-giovani, lo schema co-finanziato dalla UE. La vera sfida è però di natura strategica. Il sistema produttivo italiano sta perdendo colpi, non solo a causa della crisi. Nei prossimi dieci anni rischiamo un drastico ridimensionamento della nostra base industriale, senza un parallelo sviluppo del terziario avanzato (finanza, assicurazioni, servizi professionali di alta specializzazione, ricerca e formazione e così via) e dei servizi più tradizionali (come turismo, cultura, assistenza alle famiglie).

In Europa nei prossimi decenni la crescita dell’occupazione avverrà soprattutto in tre settori: quello digitale, legato all’uso delle tecnologie dell’informazione e comunicazione; quello “verde”, legato alla riconversione energetica; e quello “bianco”, ossia l’insieme di attività socio-sanitarie legate all’invecchiamento demografico. In tutti e tre i settori il nostro paese ha enormi colli di bottiglia che ostacolano sviluppo e innovazione. Per recuperare competitività e margini di crescita saranno necessari profondi rivolgimenti del sistema economico. In un mondo globalizzato e in un’Europa sempre più integrata, l’alternativa al cambiamento non è la decrescita felice, ma l’ulteriore aumento dell’inattività e della disoccupazione, delle diseguaglianze, della povertà, dell’esclusione. Possiamo sperare che, almeno in parte, a spingerci nella giusta direzione siano le dinamiche spontanee del mercato, le spinte di "distruzione creatrice" che nel passato hanno dato benefiche sferzate al nostro multiforme modello di capitalismo. Ma non possiamo contare solo su questo.

Occorre anche un ampio disegno strategico che individui le grandi opzioni per la crescita e su di esse modelli le nuove istituzioni e politiche del mercato del lavoro, da un lato, e del sistema scuola/formazione, dall’altro lato. Solo lavorando a un simile disegno strategico è possibile affrontare la sfida dell’occupazione partendo “dalla testa”. E qui ovviamente servono strumenti sofisticati di analisi e previsione, nonché momenti approfonditi di dialogo e condivisione fra tutti i soggetti interessati, a partire dal mondo delle imprese (a proposito: che fine a fatto il piano per la crescita elaborato nel febbraio scorso da Confindustria? Non interessa più? Sono cambiate le priorità? Sarebbe utile saperlo).

Qualche mese fa il Commisariat général à la strategie et à la prospective, una struttura al servizio del Primo ministro francese, ha pubblicato un documento così intitolato: «Quale modello produttivo per la Francia dei prossimi dieci anni? Note introduttive per un dibattito nazionale». Non propone misure concrete e immediate, ma solleva interrogativi di base e delinea i possibili scenari. Anche noi avremmo bisogno di una discussione seria sugli stessi temi. Per avviarla non bastano però i cacciaviti, ci vogliono i binocoli. Se qualche leader politico ne ha e sa usarli, è il momento di tirarli fuori.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche sul blog La Nuvola del Lavoro e sul Corriere della Sera

 
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