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Hanno ragione i ministri a dire che non c’ è una bacchetta magica per la crescita. Ma il governo può e deve battere almeno qualche «colpo», soprattutto in quei settori che danno pochi segnali di innovazione e dinamismo rispetto alle tendenze degli altri Paesi e che potrebbero invece offrire opportunità di lavoro ai giovani. Un esempio emblematico è quello dei servizi alle persone. A seguito dell’ aumento della popolazione anziana e dell’ occupazione femminile, si sta sviluppando in Europa un nuovo «terziario sociale» per soddisfare bisogni e domande non coperte dal welfare statale nel campo della salute, dell’ assistenza, dell’ istruzione, delle attività culturali, ricreative, e, più in generale, della «facilitazione della vita quotidiana». I soggetti che operano in questi settori variano dalle micro-imprese giovanili alle emergenti multinazionali dei servizi, pronte a investire capitali (due terzi degli asili olandesi sono gestiti da una grande società inglese).

In Francia e Gran Bretagna gli addetti del terziario sociale sono stimabili in quasi cinque milioni, in Italia sono meno di tre (dati Eurostat, accessibili in rete: sommerso in buona misura incluso). Il nostro deficit è soprattutto dovuto al mancato sviluppo di un «secondo welfare» a finanziamento non pubblico, capace di liberare anche in Italia il potenziale di crescita dei nuovi servizi, che vengono ancora prevalentemente prodotti e consumati all’ interno della famiglia (per approfondire: www.secondowelfare.it). L’ esperienza degli altri Paesi dimostra che è possibile mobilitare capitali privati (profit e non profit, nazionali e persino stranieri) per far decollare il settore. L’ Italia dispone di una ricchezza reale e finanziaria molto consistente. Il nostro tasso di risparmio resta a tutt’ oggi più elevato della media dell’ Unione europea. Nel 2011 quasi la metà delle famiglie ha continuato a «mettere da parte» (Indagine Centro Einaudi sul risparmio, 2011). Fra gli anziani, circa l’ 80% possiede la casa d’ abitazione (65% in Francia, 55% in Germania).Perché non orientare almeno una parte di queste risorse proprio verso il nuovo terziario sociale? I vantaggi sarebbero molteplici: si stimolerebbe la crescita, si favorirebbe l’ occupazione, le famiglie verrebbero alleggerite da un carico di prestazioni «fai da te» che le fa funzionar male e che penalizza gravemente le donne, soprattutto quando ci sono figli o anziani fragili. È vero che in questo modo si intaccherebbe, almeno inizialmente, il risparmio. Ma nel medio periodo aumenterebbero i percettori di reddito, soprattutto fra i giovani, con effetti benefici in termini di benessere per tutti.

Per attivare il circolo virtuoso è opportuno agire su due versanti. Occorre innanzitutto introdurre strumenti capaci di attirare e veicolare il risparmio verso impieghi «di servizio». Le inchieste d’ opinione segnalano che se ci fosse un’ offerta innovativa e vantaggiosa di prodotti assicurativi (in forma privata o mutualistica), molti risparmiatori sarebbero interessati a investire, ad esempio per fronteggiare il rischio della non auto-sufficienza. Aiuterebbe anche l’ introduzione di voucher e di incentivi fiscali. In Francia questi strumenti hanno originato una vera e propria ondata di nuovi consumi nel terziario sociale che vale almeno un punto di Pil aggiuntivo all’ anno e che ha creato dal 2006 più di mezzo milione di posti di lavoro. Il secondo versante su cui operare è quello dell’ offerta. Qui occorrono campagne di informazione pubblica e misure di sostegno (non solo finanziario) per far nascere soggetti e imprese erogatrici e per facilitare l’ incontro tra consumatori potenziali e fornitori. Il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, ha annunciato passi in questa direzione con l’ iniziativa Start-Up Italia. Varrebbe forse la pena studiare da vicino gli esempi stranieri e magari considerare la creazione di una cabina di regia, sul modello della Agence Nationale pour les Services à la personne (www.servicesalapersonne.fr). Quando si chiede alle famiglie per quale motivo risparmiano (in forme peraltro non sempre vantaggiose), molte non indicano uno scopo preciso e si limitano a menzionare «il futuro dei figli». Forse c’ è il modo di orientare le risorse di queste famiglie verso impieghi più mirati, che diano opportunità concrete di lavoro (e di risparmio proprio) alle giovani generazioni.

 

Il presente articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, 16 aprile 2012, p.9, ed è disponibile sul sito di Corriere.it. 

Maurizio Ferrera parla di cooperative sociali su Rai Radio 1.