GOVERNI LOCALI / Enti locali
L'arte come motore di sviluppo e coesione sociale
A Tiriolo, in Calabria, una scoperta archeologica ha permesso il rilancio dell'economia locale e non solo. Ecco in che modo.
29 gennaio 2020

Sulla carta geografica, Tiriolo è un piccolo paese in provincia di Catanzaro, con 3500 abitanti. È chiamata la “terra dei due mari”, perché dal centro storico del paese è possibile ammirare sia il Mar Ionio sia il Mar Tirreno. Si trova nel punto più stretto della penisola italiana, alle pendici meridionali dell’altopiano della Sila. Entroterra di passaggio che guarda alla costa, dove sono concentrate le attività economiche. 

Fino a una decina di anni fa, l’economia locale era legata all’artigianato e all’agricoltura, ma oggi anche Tiriolo risente dell’aumento dei fenomeni tipici di numerose aree rurali: invecchiamento della popolazione, contrazione demografica e difficoltà di accesso alla rete Internet e alle tecnologie dell’informazione. Per avere il quadro completo, si deve poi aggiungere un uso poco efficace delle risorse locali e uno sfilacciamento dei legami sociali che hanno profondamente trasformato la comunità locale e i rapporti tra i suoi membri.

Tutto questo almeno fino al 2015. Poi, grazie a uno scavo archeologico, all’intraprendenza di un archeologo veneto e alla voglia di futuro dei giovani del paese, Tiriolo cambia passo e decide di scommettere sulle proprie risorse artistiche per dare impulso all’economia del territorio. Che cosa è successo? All'interno del numero 3/2019 di Rivista Solidea ne ha parlato Jacopo Sforzi, sociologo e ricercatore presso il centro studi EURICSE di Trento, che proprio al caso di Tiriolo ha dedicato un lungo lavoro di analisi.


Nel 2014 è stato aperto a Tiriolo un nuovo cantiere di scavi. Nuovo perché fra gli anni Settanta e Novanta ci sono stati diversi scavi archeologici nella zona che non sono mai riusciti ad essere valorizzati in modo efficace. Questa volta, però, è diverso.

Attorno allo scavo si riunisce un piccolo gruppo di persone - futuro embrione della cooperativa di comunità che nascerà nel novembre del 2016, con il nome di Scherìa Comunità Cooperativa di Tiriolo - che comincia a condividere idee, progetti e aspettative per trasformare le risorse e le peculiarità locali in occasioni di sviluppo sociale ed economico.


Dal Palazzo dei Delfini alla nascita di Scherìa Comunità Cooperativa

«L’area sottoposta a indagini archeologiche è situata alle spalle dell’istituto scolastico del paese e fino a pochi anni prima ospitava il campo sportivo di Tiriolo», precisa Jacopo Sforzi. «Ciò che viene alla luce è una monumentale struttura del IV-III secolo a.c. ascrivibile alla cultura italica dei Brettii». Il sito è diventato parco urbano nell’aprile del 2016 e grazie alla vicinanza con il centro storico ora è sotto gli occhi di tutta la comunità: prova materiale di un passato importante e volano di un forte valore identitario.

Ci racconti come si è arrivati alla costituzione di una cooperativa di comunità?

Il processo è stato decisamente interessante: lo scavo archeologico, di fatto, è diventato un luogo di aggregazione e coesione sociale. Dopo i primi incontri informali del gruppo promotore, il progetto è circolato attraverso le reti di relazioni personali, attorno alle quali si sono aggregate sempre più persone (un centinaio), con esperienze e professioni diverse.

Si è discusso per mesi sui problemi e i bisogni della comunità, sviluppando idee e progetti per affrontarli. Il periodo di incubazione dell’impresa è durato circa un anno e mezzo e si è concluso, appunto, con la costituzione di una nuova forma imprenditoriale: Scherìa Comunità Cooperativa di Tiriolo. Il processo partecipativo non è stato facile e al momento di costituire formalmente la cooperativa il numero di persone coinvolte si è ridotto. I soci fondatori sono quarantadue.

Le principali difficoltà incontrate?

Ti rispondo con le parole di un socio della cooperativa: «l’ambiente sociale di Tiriolo non è certo favorevole per un progetto di questo tipo. C’è molta diffidenza verso ciò che è nuovo e spesso l’atteggiamento e “aspetto e guardo se funziona ... poi, in caso, mi fido”».


Il Palazzo dei Delfini a Tiriolo


Quanto ha pesato il ruolo dell’archeologo Ricardo Stocco nella costituzione della cooperativa?

In questo caso è stato fondamentale. Senza il suo input esterno e la sua capacità di stimolare la partecipazione di alcuni soggetti interni (i giovani del paese), incoraggiandoli ad auto-organizzarsi per avviare un nuovo processo di sviluppo locale, non ci sarebbe stato alcun avvio spontaneo del progetto.

Come funziona oggi la cooperativa?

Scherìa è costituita da una base sociale molto eterogenea e da una governance aperta e inclusiva. La governance è affidata al consiglio di amministrazione, con funzione di indirizzo delle progettualità e disbrigo delle questioni formali, e all’assemblea dei soci, con la doppia funzione di assemblea deliberativa, nella quale vengono prese le decisioni, e di luogo di confronto e aggiornamento riguardo alle proposte progettuali e ai bisogni emergenti.

Oltre a rivolgersi agli abitanti di Tiriolo, Scherìa ha fin da subito attivato una serie di reti di relazioni con enti pubblici e privati per migliorare la sua capacità di operare sul territorio.


Gli scavi del Palazzo dei Delfini


Visto che hai seguito tutto il processo, ci precisi quale obiettivo si è dato la cooperativa al momento della sua costituzione?

Il primo obiettivo che la cooperativa di comunità si è dato è stato quello di avviare una nuova strategia di sviluppo locale e ricostruire, nello stesso tempo, il tessuto sociale: due traguardi decisamente molto impegnativi, ma possibili.

L’idea dei soci è di operare contemporaneamente su cinque aree (beni culturali, turismo, artigianato, agricoltura, welfare) ciascuna delle quali gestita da un gruppo di lavoro. I gruppi sono formati da soci della cooperativa che sono impegnati sia nella progettazione e realizzazione delle rispettive attività, sia nel costruire un confronto costante all’interno della cooperativa e con il resto della comunità non coinvolto direttamente nella base sociale. Lo scopo è sviluppare una visione ampia e integrata delle azioni da intraprendere.

Quindi si è trattato, prima di tutto, di riuscire ad attivare un cambiamento culturale all’interno della comunità…

Esatto. Nel primo anno di vita, l’obiettivo di Scherìa è stato quello di agire direttamente sulle persone per modificare una cultura locale condizionata da una progressiva disaffezione per il territorio e disabitudine a prendersene cura.

Il gruppo cultura, originariamente separato da quello del turismo, è nato per partecipare al bando pubblico “Cultura Crea” indetto da Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa. La cooperativa è riuscita a vincere il bando, aggiudicandosi un finanziamento di circa 60.000 euro.


Turismo e arti gianato come risorse e volano per l’economia

Gli scavi archeologici hanno aperto a Scherìa nuovi orizzonti anche sul piano del turismo e dell’artigianato. Oggi il gruppo cultura lavora in stretta collaborazione con quello del turismo per la gestione del polo museale e del parco archeologico e dei servizi di promozione turistica del territorio.

Qual è l’obiettivo finale?

Coinvolgere attori diversi (strutture ricettive, piccole aziende locali, botteghe artigiane, partner pubblici) e puntare a settori differenti (percorsi naturalistici, patrimonio storico-archeologico, laboratori e scuole esperienziali mirate a differenti gruppi di persone). C’è anche l’idea di trasformare il parco archeologico e il polo museale nei nodi di una rete di incontri per la comunità locale e per tutte le persone interessate che vivono altrove.

E per quanto riguarda il settore artigianale?

Allora: il gruppo di lavoro si è adoperato per il recupero e la riscoperta delle antiche tradizioni artigianali relative alla lavorazione dei tessuti (come il vancale), del legno (la liuteria) e della ceramica. All’interno di Scherìa operano tre artigiani, con differenti competenze, grazie ai quali il gruppo di lavoro ha avviato un progetto di formazione per la costituzione di una squadra di artigiani alla quale affidare il compito di salvaguardare e valorizzare il patrimonio artistico locale.

Da studioso del processo, qual è, secondo te, il principale valore aggiunto portato dalla cooperativa di comunità all’interno del paese?

Grazie a Scherìa si assiste, oggi, a un processo di cambiamento nella mentalità dei tiriolesi (almeno di una parte di essi), desiderosi di contribuire attivamente al processo di trasformazione sociale, culturale ed economica della comunità attraverso nuove modalità di interazione e relazione con agli altri membri della comunità locale.

La cooperativa sta svolgendo una funzione di «incubatore socioeconomico» nel quale i membri della comunità possono esprimere i propri bisogni e confrontare le proprie idee. Un ambiente dove poter sviluppare nuove reti di relazioni, fiducia e coesione sociale tra gli abitanti, dove costruire un nuovo modo di interpretare i processi di sviluppo locale.

In tutto questo vedo le premesse di una svolta molto interessante, soprattutto laddove si tende a etichettare il Sud come luogo di immobilismo e assenza di spinte innovative. Invece, l’esperienza di Scherìa ha dimostrato come il mondo del sociale può rappresentare una straordinaria opportunità d’investimento di risorse e un laboratorio di esperienze per i giovani che imparano a muoversi e a conoscere da vicino come funziona un’impresa cooperativa.

Inoltre, il messaggio veicolato da progetti di questo tipo è potente: se si attivano interventi mirati, che fanno emergere le peculiarità di un territorio, nascono opportunità nuove che possono contrastare i processi di spopolamento di certe realtà locali, riuscendo a valorizzare l’esistente e trasformandolo in risorsa economica per la comunità tutta.

 


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