EDITORIALE /
Oltre gli appelli e la geopolitica: contro il terrore serve una società più inclusiva
Dopo Parigi occorre guardare al problema della coesione sociale in maniera integrale, trasformandola da obiettivo a strumento di policy
17 novembre 2015

Mentre seguiamo il dibattito che in Italia prende forma sull’IRI del Terzo Settore o sulla defiscalizzazione dei voucher in legge di stabilità, interviene un imprevisto: gli attentati a Parigi. Come è giusto che sia, la discussione pubblica cambia bruscamente direzione, volgendo tutta la propria attenzione a quanto accaduto nella capitale francese. Così si moltiplicano una serie di commenti e riflessioni, che si riversano dalla carta stampata ai social media. E' impossibile non chiedersi – dopo lo sgomento – cosa sia realmente successo e quali siano i prossimi passi da compiere perché non si debba più avere a che fare con il massacro di persone innocenti.

Ora, un elemento, che pochi hanno segnalato, riguarda il fatto che esiste un nesso tra le vicende dei nostri sistemi di welfare e il fenomeno terroristico. Infatti, le vicende del terrorismo, anche quelle odierne che almeno nella vulgata si ricollegano all’estremismo religioso, non sono fuori delle società, non nascono su cartine geografiche o su libri di letteratura, nelle filosofie e nelle religioni. Tutto ciò può essere utilizzato come detonatore, ma non ne costituisce la vera causa. Peraltro, che quanto accaduto abbia a che fare con la nostra società sarebbe confermato dal fatto che gli esecutori della strage di settimana scorsa, come di quelle precedenti (Madrid, Londra e, già nel gennaio scorso, Parigi) non sempre vengono da oltre i confini, anzi, si tratta di immigrati di seconda generazione, nati in Europa, spesso istruiti e formati come cittadini europei.

Per questo il problema è anzitutto interno all’Europa. La sfida che sembra emergere, almeno per chi assume una prospettiva “sociale”, cioè chi si occupa tra le altre cose anche di sistemi di welfare e nuove forme di povertà, è di natura culturale e il suo terreno è la vita quotidiana. Quando coloro che abbandonano le proprie terre arrivano da noi alla ricerca di una vita migliore, quando i loro figli nascono e diventano adulti in Europa, che cosa vedono? Ma la domanda vale anche per il triste fenomeno contrario: cosa ha offerto (o non ha offerto) la nostra società a chi dall’Europa va a combattere nelle file di formazioni terroristiche?

Letture come lo “scontro di civiltà” o indicazioni come quelle relative alla chiusura delle frontiere ed eventuali iniziative di intelligence sono fuori dalla portata (e dagli interessi) di chi scrive: ciò che però si può dire, peraltro parafrasando alcune parole di Chiara Lodi Rizzini di qualche anno addietro, è che la crisi economica ha allargato drasticamente la forbice tra gli insiders e gli outsiders della società, tra centro e periferia, tra giovani e meno giovani, tra vecchi e nuovi gruppi sociali; e in questo processo emerge con chiarezza anche lo spazio, diciamo, la capacità di fascino che una proposta fortemente “inclusiva” come quella del terrorismo, abilmente costruita su una retorica di tipo religioso, è in grado di esercitare su quelli che sono cittadini europei. In altri termini si può dire che una bassa e fragile coesione sociale è una possibile risposta alle domande che sopra abbiamo posto. Magari sarà parziale, ma resta comunque un pezzo di risposta.

La capacità inclusiva di una società chiaramente va oltre alla semplice possibilità di avere un lavoro o ricevere sussidi per far fronte a condizioni di particolare bisogno. C’è in ballo una dimensione culturale, o meglio delle relazioni umane, che non si esaurisce nella adozione di determinate iniziative di policy. Tuttavia non si può negare ad esempio che oggi tanti giovani europei crescano in un mondo nel quale sembrano assolutamente mancare per loro proposte significative o comunque capaci di offrire una qualche possibilità per la propria realizzazione: il fenomeno dei NEET (persone non impegnate nello studio, né nel lavoro e né nella formazione) oltre a costituire un vincolo per la crescita di una paese, rappresenta un serio rischio sul piano anche esistenziale per ciascuno di questi giovani. Peraltro non si tratta solamente di un problema dei NEET, posto che le biografie dei terroristi spesso ci mostrano giovani istruiti e che hanno professionalità altamente specializzate; in questo caso però l’elemento che emerge è comunque un risentimento per un ambiente sociale (poi detto “il mondo Occidentale”) che non sembra essere in grado di mantenere ciò che ha promesso: quando parliamo di “Stato del benessere”, che è la grande costruzione ideale dell’Europa del secolo scorso, è agile registrare con che facilità esso possa essere percepito come fonte di iniquità, con politiche sociali inadeguate e talvolta – pur nella sincerità delle intenzioni – anche poco rispettose della dignità stessa della persona (c.d. assistenzialismo). Molti si ritrovano così delusi dal “mondo Occidentale”, come fossero in un grande nulla, come sospesi su un vuoto profondo, che costituisce l’origine di quella disperazione che così facilmente finisce in violenza.

Questa debolezza europea è la forza di chi recluta giovani leve per gli attentati terroristici. Allora il tema che si staglia in primo piano alla luce degli attentati di Parigi non ha a che fare solo con le reazioni, militari o di intelligence, con le politiche estere e dell’immigrazione, ma riguarda piuttosto come costruire una società che possa mantenere le promesse che avanza (cioè integrare i termini di quel contratto sociale su cui vorrebbe fondarsi). Qui sorge dunque il problema di una società che possa essere realmente inclusiva. E questo non può prescindere dalla dimensione sociale. D’altra parte il progetto europeo è nato esattamente su queste basi: all’indomani della Seconda Guerra Mondiale vincitori e vinti si sono messi insieme, hanno cercato proprio nell’elemento della coesione tra Stati l’antidoto alla violenza che avevano vissuto nel periodo precedente. Così per la prima volta nella storia europea oggi abbiamo tre generazioni che non hanno mai conosciuto la guerra.

Rispetto al periodo postbellico, l’entità statuale non è più l’unico punto di riferimento, tuttavia la dinamica che la storia insegna sembra restare la stessa: solo la costruzione di uno spazio di libertà come è stata – ed è tuttora – l’Europa consente una convivenza tra soggetti diversi che superi la logica dell’esclusione. Così oggi, dopo le vicende terribili di Parigi, sembra centrale ripensare a quali strumenti e quali risorse possono risultare utili a fare della coesione sociale il faro delle scelte di policy europee.

Sul punto, chi si occupa di politiche sociali e in specie chi da qualche tempo a questa parte riflette sulle numerose esperienze di secondo welfare, non può rinunciare ad offrire un contributo: la riflessione ora svolta infatti non è un invito ad aumentare la spesa sociale. Si tratta piuttosto di guardare al problema della coesione sociale in maniera integrale, dunque chiedendosi anche quali siano gli stili o gli approcci di policy più adeguati allo scopo di trasformare la società in senso inclusivo. La coesione sociale non sembra più essere solo un obiettivo, bensì appare anche come un metodo: c’è bisogno di politiche sociali partecipative, costruite grazie all’intervento di tutte le parti sociali. In questo senso i drammatici fatti di Parigi rendono ancora più netta la percezione che il secondo welfare rappresenti un nodo centrale della vita sociale, ben oltre i pur importanti richiami ad un welfare state moderno e sostenibile.

 


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