TERZO SETTORE /
Youth bank, adesso sono i giovani a decidere il welfare
Grazie alle Fondazioni di comunità in alcune zone del Nord Italia si stanno sperimentando soluzioni per affrontare la grande crisi di senso e di identità che vivono tanti giovani. Come? Rendendoli protagonisti.
04 ottobre 2018

Il 2 ottobre su Corriere Buone Notizie, inserto settimanale del Corriere della Sera, è stata pubblicata un'inchiesta curata da Percorsi di secondo welfare sul tema delle Youth Bank. Di seguito vi proponiamo l'articolo firmato dal giornalista Davide Illarietti e l'infografica curata dai grafici del Corriere (disponibili anche qui), realizzati grazie al supporto dei nostri ricercatori. Qui invece trovate l'approfondimento sul tema dell'empowerment giovanile curato dal nostro Lorenzo Bandera.


Ai margini delle grandi cronache, la Valle d’Aosta - sorpresa - non è più un’isola felice. L’idillio di welfare alpino si è sciolto con la crisi: da qualche anno, i valdostani si sentono come risucchiati nell’Italia a statuto normale, sempre più lontano dai «cugini» altoatesini. Giovani disoccupati e «neet» sono comparsi anche all’ombra del Monte Bianco: il dato è in linea con Lombardia e Emilia. Dalla finestra del suo ufficio all’università di Aosta il professor Patrik Vesan ha osservato la regione trasformarsi, negli anni, in quello che definisce «un microcosmo perfetto per testare nuovi paradigmi di azione sociale». Uno di questi ha a che fare proprio con le nuove generazioni, e con un circolo virtuoso che - poco a poco - sta attecchendo nel nostro Paese. Cambio di scena. Belfast. Nel 1993 Vernon Ringland è un giovane attivista che decide, coinvolgendo alcune istituzioni cittadine, di creare un salvadanaio condiviso da ragazzi cattolici e protestanti, nel mezzo del conflitto civile, per realizzare piccoli progetti benefici. La chiama «youth bank», banca dei giovani.

Il meccanismo: un capitale di partenza viene affidato a una giuria di pari, i quali discutono e decidono come spenderlo, selezionando progetti non profit tramite concorso pubblico. Tutti - i candidati e i membri del comitato erogatore - hanno meno di 25 anni. Dal primo gruzzolo di mille sterline - devoluto a un corso di linguaggio dei segni per sordomuti: era il 1997 - il successo ha portato Ringland a moltiplicare le iniziative: oggi le «banche dei giovani» sono 68 nel mondo, da Capetown a Smirne, dalla Siberia al Minnesota.

Tornando in Italia, la prima youth bank è nata a Como, dieci anni fa. Alla Fondazione comunitaria locale ricordano come «all’inizio esisteva solo un comitato di valutazione» formato da ragazzi che «sceglievano i progetti più meritevoli presentati da organizzazioni non profit per contrastare il disagio giovanile». Da allora sono cambiate un po’ di cose: con la crisi del 2008, il numero di giovani senza lavoro in Italia è aumentato del 35 per cento. È il tasso più alto in Europa, dopo Grecia e Spagna. È esplosa anche la fascia dei «disillusi»: i 15-34enni che rinunciano persino alla ricerca di un impiego sono 6 milioni secondo l’Istat. Il problema è noto: maggiore nelle regioni del Sud - in Sicilia, Campania e Calabria riguarda oltre un giovane su due - non risparmia il Nord e, si diceva, le sue isole (non più tanto) felici. Nel Comasco in dieci anni gli under 25 senza lavoro sono aumentati dal 14 al 22 per cento. «È un’emergenza con cui il privato sociale si confronta sempre di più. Assieme al senso di delusione che allontana i giovani dalla cosa pubblica», spiega Giacomo Castiglioni della Fondazione di Comunità Comasca. «Ci sembrava che la chiave di volta fosse renderli protagonisti attivi nel rispondere ai propri bisogni». Il salto, cinque anni dopo, è stato «di restringere il campo solo alle richieste di contributo presentate da giovani». L’idea ha qualcosa di contagioso.

Altre quattro youth bank sono spuntate intanto a Cantù, Tremezzina, Olgiate Comasco e (l’anno scorso) Erba. Totale: 830mila euro erogati a oggi e 119 progetti, dai laboratori di fotografia ai gruppi d’acquisto solidale, da servizi di cure per i senzatetto alla creazione di un centro aggregativo giovanile. Il tutto nel giro di un triennio e nel raggio di pochi chilometri. La scala ridotta - in senso sia finanziario che geografico - è una caratteristica del fenomeno: all’estero come in Italia. Gli esperimenti si concentrano nel Nord-Ovest per ora, in aree medio-piccole e con importi proporzionali. In Brianza - altro paradiso perduto sotto il profilo socio-economico - 221mila euro per 33 progetti. A Torino 1800 euro, nel quartiere multietnico di Porta Palazzo: otto progetti. I numeri dicono poco. La scarsità di risorse c’entra solo in parte: ce ne fossero di più, le Fondazioni di comunità (che in genere offrono la «base» finanziaria) le indirizzerebbero altrove.

 

La diffusione delle Youth BankFonte: Corriere Buone Notizie


Il punto è che «l’obiettivo non sono tanto i progetti in sé ma il percorso intrapreso dai giovani nel realizzarli» spiega il professor Vesan, che da tempo studia le youth bank italiane all’interno del laboratorio Percorsi di Secondo Welfare – think tank dell’università Statale di Milano e del Centro di ricerca Einaudi di Torino – ed è giunto alla conclusione che «il valore profondo di queste esperienze sta nell’educazione alla filantropia strategica, un impegno di tipo progettuale-finanziario che tra i giovani, al contrario dell’associazionismo, è ancora assai poco diffuso».

Vesan ha messo la teoria in pratica un anno fa: assieme a sette giovani di Aosta e dintorni ha creato l’ultima «banca» in ordine di tempo. Il percorso è durato un anno, sul piatto 14 mila euro: gli aspiranti filantropi hanno steso il bando, incontrato altri giovani (una cinquantina in tutto) valutandone le proposte. Infine hanno messo giù un piano, e staccato un assegno. «Il ruolo dei ragazzi non è stato solo di facciata. Sia nella scelta - precisa Vesan - che nella realizzazione dei progetti selezionati». Quali siano questi ultimi - una mensa sociale, corsi di pronto soccorso nelle scuole, un orto per disabili, eventi sportivi con richiedenti asilo - non è il punto. Come non lo sono le somme spese. «In un territorio abituato a un welfare regionale solido e onnipresente - conclude il sociologo - l’approccio è cruciale: le nuove generazioni devono sperimentare modelli indipendenti, alternativi al sostegno pubblico».

 

Questo articolo è stato pubblicato su Buone Notizie del 2 ottobre 2018 ed è stato realizzato nell'ambito della collaborazione tra Percorsi di secondo welfare e il settimanale del Corriere della Sera.

Alle Youth Bank è dedicato il secondo capitolo del Terzo Rapporto sul secondo welfare, curato da Patrik Vesan e Rosangela Lodigiani. 

 


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