TERZO SETTORE / Fondazioni
Il rapporto “Sussidiarietà e qualità nei servizi sociali”
Presentato il Rapporto 2013/2014 della Fondazione per la Sussidiarietà, quest’anno dedicato alla valutazione di costi e qualità dei servizi di welfare
28 marzo 2014

Giovedì 27 marzo, dopo la presentazione di Roma di due settimane fa, la Fondazione per la Sussidiarietà ha organizzato un incontro presso il Politecnico di Milano per discutere del Rapporto “Sussidiarietà e… qualità dei servizi sociali”. La ricerca, curata dai ricercatori del Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico, offre interessanti dati sul costo e sulla qualità di alcuni servizi di welfare attivi nel nostro Paese mettendo a confronto, attraverso un’innovativa metodologia di ricerca, realtà pubbliche e private. 


Struttura della ricerca

Nella prima parte è presentata un’analisi dei costi di produzione di alcuni servizi di welfare, volta a verificare le differenze esistenti tra organizzazioni private non profit ed enti pubblici per quel che riguarda costi ed efficienza dell’offerta. L’obiettivo è quello di comprendere le cause delle disparità esistenti tra le diverse realtà prendendo anche in considerazione la soddisfazione degli utenti, che hanno avuto modo di esprimere il proprio giudizio sulla qualità del servizio offerto.

Il rapporto prende quindi in considerazione 5 sottosettori del welfare analizzando i costi e i livelli di efficienza di strutture sia pubbliche che private che operano in tali ambiti. Per l’housing universitario sono state prese in considerazioni le esperienze dell’ERSU di Catania (pubblico) e della Fondazione CEUR – Campus d’Aragona di Catania (privato); per gli asili nido gli Asili comunali “Libertà” di Monza e Arcobaleno di Cinisello Balsamo (pubblici), Collegio della Guastalla e Pappa, Coccole e Balocchi di Monza (non profit) e Orsonido di Cinisello Balsamo (privato); per l’housing sociale: l’ATC – Agenzia Territoriale per la Casa di Torino (pubblica) e la Compagnia di San Paolo di Torino (non profit); per l’assistenza agli anziani: l’Azienda di Servizi alla Persona “Golgi Redaelli” di Milano (pubblico) e la Fondazione Moscati di Milano (privata); per la riabilitazione il Pio Albergo Trivulzio di Milano (pubblico) e la Residenze Anni Azzurri di Milano (privato).

Nella seconda parte del rapporto, invece, sono presentati i risultati di un’indagine qualitativa svolta su dodici realtà del privato sociale che si occupano di servizi alla persona per identificare alcuni elementi comuni che ne hanno permesso il successo nei rispettivi campi d’azione. Si tratta della Cooperativa Sociale Nuova Dimensione di Perugia, la Fondazione ENAIP Lombardia di Milano, la Cooperativa Sociale Giotto di Padova, la Cooperativa Sociale Itaca di Pordenone, la Fondazione Maddalena Grassi di Milano, la Cooperativa Sociale Nuova S.A.I.R. di Roma, l’Associazione San Camillo di Napoli, la Cooperativa Sociale Virtual Coop di Bologna, la Cooperativa Sociale L’Imprevisto di Pesaro, il Centro Ascolto Stranieri di Roma, la Cooperativa Sociale In-Presa di Carate Brianza e la ENDO-FAP Sicilia di Palermo.


Obiettivi e metodologia

Il Rapporto mira a dimostrare come l’analisi dei costi e delle performance possa essere uno strumento utile a migliorare l’efficienza e l’efficacia dei servizi offerti ai cittadini analizzando le diverse realtà pubbliche e non profit prese in considerazione. Tommaso Agasisti, ricercatore del Politecnico di Milano che ha diretto la ricerca, ha spiegato che “in una situazione in cui le risorse pubbliche calano, abbiamo cercato di verificare come pubblico e privato, ognuno con le proprie caratteristiche, possano migliorare la qualità dei servizi sociali offerti agli utenti”. 

Per fare questo è stato sviluppato un protocollo di dati di costi dei servizi di organizzazioni operanti nel settore del welfare, cercando di trovare una strada nuova per comparare dati di organizzazioni sia pubbliche sia private che, ha puntualizzato Agasisti, “finora si è sempre faticato a mettere a confronto. Non abbiamo cercato, come si è sempre fatto, di comparare definendo semplicemente il costo unitario per utente, ma piuttosto le diverse componenti che determinano il costo finale sostenuto dall’organizzazione”.

Per lo svolgimento della ricerca è stato seguito il metodo dell’Activity Based Costing, che prevede l’identificazione del “costo pieno” dei servizi, ottenuto come somma di costi diretti (relativi all’erogazione del servizio) ed indiretti (amministrazione, strutture ed utenze), comprensivo di tutte le risorse assorbite nel processo di erogazione del servizio. Tale metodo fornisce dati sull'effettiva incidenza dei costi associati a ciascun servizio prescindendo sia dalla struttura dell’organizzazione in esame sia dall’origine del finanziamento per la realizzazione del servizio stesso – concentrandosi dunque sul costo “reale” che dovrebbe sostenere chiunque decidesse di finanziare il servizio – permettendo così di paragonare fra loro realtà che difficilmente riescono ad essere messe sullo stesso piano. Agasisti ha sottolineato come questa sia “una metodologia nuova, che permette di capire più chiaramente su quali leve si può intervenire per modificare il costo e l’efficienza di servizi specifici”.


Alcuni risultati

Il seppur piccolo campione esaminato nella prima parte del rapporto ha permesso di identificare alcune dinamiche interessanti. Da un lato i costi unitari delle organizzazioni non profit risultano in media inferiori del 23% rispetto ai costi unitari delle organizzazioni del settore pubblico; dall’altro, per quanto riguarda la soddisfazione degli utenti, in una scala da 1 a 10 il non profit registra una votazione di 8.25 contro 7.66 delle organizzazioni pubbliche. Le organizzazioni non profit operanti nei cinque ambiti individuati dalla ricerca fanno dunque registrare risultati migliori rispetto alle realtà pubbliche attive negli stessi ambiti.

“La logica dell’analisi” ha tuttavia sottolineato Agasisti “non era quella di definire se fosse meglio l’organizzazione pubblica o quella privata, quanto piuttosto quella di identificare i differenti costi che le une e le altre devono sostenere, in modo da comprendere come questi potrebbero essere riequilibrati per migliorare la qualità del servizio”.
In quest’ottica è stata sviluppata la seconda parte della ricerca che, attraverso lo studio di 12 realtà del mondo non profit, ha cercato di comprendere le ragioni della maggior efficacia delle azioni intraprese dal privato sociale. Dall’analisi emerge come questa sia da attribuire principalmente alla capacità delle realtà non profit di coniugare efficienza e professionalità salvaguardando la centralità della persona assistita. Tutte le realtà studiate di caratterizzano infatti per un modus operandi simile, improntato a relazioni empatiche, flessibilità e adattamento alle esigenze della singola persona che, invece, spesso sembra mancare nei soggetti pubblici.


Conclusioni principali e prospettive di evoluzione della ricerca

Secondo il rapporto “Sussidiarietà e… qualità dei servizi sociali” la contrapposizione tra pubblico e privato non profit per quanto riguarda i servizi di welfare appare ormai un anacronismo da superare quanto prima. Tuttavia, come è possibile andare oltre questo conflitto ormai sedimentato in larga parte dell’opinione pubblica? In questo senso la reale applicazione e la promozione del principio di sussidiarietà, si sottolinea nel rapporto, potrebbero rappresentare una via privilegiata per andare oltre una contrapposizione inutile e dannosa.

Nel settore dei servizi sociali, la sussidiarietà si manifesta infatti non solo nella tradizionale preferenza per una risposta al bisogno maggiormente vicina all’utente e, quindi, potenzialmente più efficace, ma anche nel riconoscimento del ruolo delle realtà sociali per quanto riguarda lo “scouting” dei bisogni, la loro individuazione e rilevazione in tempi molto prossimi al loro sorgere. L’indagine qualitativa in questo senso conferma come l’approccio sussidiario porti con sé una naturale propensione al coinvolgimento di soggetti esterni ed alla costruzione di reti di operatori, utenti e stakeholder, che permettono di affrontare più efficacemente diversi rischi e bisogni sociali.

Agasisti ha tenuto a sottolineare come il rapporto abbia permesso di identificare alcuni elementi interessanti che contraddistinguono soggetti pubblici e non profit che si occupano di welfare, ma ha anche notato come l’esiguità dei casi presi in considerazione nella prima parte della ricerca rappresenti un gap che sarebbe bello poter colmare in futuro. “C’è sicuramente spazio per utilizzare lo strumento su un campione più ampio, statisticamente rilevante, ed avviare un lavoro più strutturato con questo genere di strumento che potrebbe permettere di stabilire nuove modalità attraverso cui aumentare la qualità dei servizi sociali”. Inoltre “nel corso della ricerca sono emerse anche tante domande che potrebbero essere prese in considerazione per avviare nuovi filoni d’indagine che per ora non c'è stato modo di sviluppare: è possibile una complementarietà tra soggetti pubblici e privati? Quali sistemi possono incentivare questo genere di collaborazione? Come si può migliorare ulteriormente l’analisi della performance?”.


Riferimenti
 

Pagina di presentazione della ricerca sul sito della Fondazione per la Sussidiarietà

Indice del volume

Introduzione del volume


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