TERZO SETTORE / Fondazioni
Fondazione della Comunità del Novarese: una best practice della filantropia comunitaria
28 luglio 2012

La Fondazioni della Comunità del Novarese Onlus opera sul territorio della provincia di Novara dal 2000, anno in cui Fondazione Cariplo ha promosso la sua costituzione. Da oltre 10 anni questa fondazione, una delle prime nate grazie al Progetto Fondazioni di Comunità, rappresenta un importante punto di riferimento per Novara e la sua provincia ed un importante esempio per la filantropia di comunità del nostro Paese. Data la longevità di questa esperienza abbiamo chiesto a Gianluca Vacchini, direttore operativo della Fondazione, e Andrea Cognata, stagista presso la stessa, di raccontarci come operi la Fondazione di Comunità del Novarese, e quali siano le innovazioni che progressivamente sono state introdotte per migliorare l’efficacia delle sue azioni.

Dottor Vacchini, potrebbe raccontarci da dove trae origine la Fondazione di comunità di Novara?

La Fondazione è nata nel 2000 nell’ambito del progetto Fondazioni di Comunità di Fondazione Cariplo. Utilizzando il cosiddetto “sistema sfida” (di cui abbiamo già parlato nelle interviste con Pier Mario Vello, Segretario Generale di Cariplo, e Bernardino Casadei, Segretario Generale di Assifero, nda) Cariplo ha permesso lo sviluppo della Fondazione, e nel 2006, al raggiungimento dell’obiettivo-sfida, ha trasferito circa 10 milioni di euro alla Fondazione. Attualmente il patrimonio della Fondazione è di circa 21,5 milioni di euro. Tolta la “dote” di Fondazione Cariplo, perciò, la Fondazione di Comunità del Novarese ha raccolto donazioni a patrimonio, quindi senza prendere in considerazione le donazioni destinate alle erogazioni, per oltre 10 milioni di euro.

Quali attori sono stati coinvolti nella costituzione della Fondazione? Qual è il loro ruolo attuale?

La Fondazione possiede un Comitato di nomina composto dal Presidente della Provincia, il Sindaco di Novara, il Prefetto di Novara, il Vescovo, il Presidente del Tribunale, i presidenti di alcuni ordini professionali (commercialisti, notai, avvocati), il Commissario referente del territorio di Fondazione Cariplo e il presidente della Camera di Commercio. Questi soggetti si limitano ogni tre anni a nominare i membri del Consiglio di Amministrazione, senza fornire indicazioni di tipo operativo. Questo a mio modo di vedere è un importante punto di forza della Fondazione, che non è sottoposta eccessivamente a pressioni o interessi esterni derivanti dal Comitato di nomina. Nonostante queste il CdA ha da sempre ritenuto giusto incontrare una volta l’anno il Comitato per rendere conto del proprio operato, ma è una scelta libera, di rendicontazione morale e trasparenza, e non derivante da alcun obbligo in tal senso.

Com’è composto il Consiglio di Amministrazione?

In Consiglio siedono 13 consiglieri, 3 revisori dei conti e 1 segretario generale, che vengono rinnovati ogni 3 anni. Tuttavia non tutti vengono sostituiti alla scadenza del mandato triennale. Esiste infatti uno “zoccolo duro” di consiglieri che hanno contributo alla nascita della Fondazione e che da allora svolgono questo ruolo. Non c’è una regola che dice che questa scelta sia giusta a prescindere, ma nella nostra esperienza questa è stata una scelta vincente, perché sono soggetti legati fortemente alla Fondazione e che si spendono attivamente per essa fin dalla sua nascita.

Quali rapporti intercorrono attualmente tra la Fondazione di comunità del novarese e Fondazione Cariplo?

Con Cariplo attualmente abbiamo un rapporto di partnership che ci permette di ottenere alcune erogazioni, previste dal loro statuto e destinate a realtà presenti sul territorio. Di tali erogazioni comunque dobbiamo sempre dare rendicontazione, poiché per noi è considerata una normale donazione modale. Tali erogazioni ammontano a723.000 euro annui. 36.000 (5%) sono destinati alla gestione, tutto il resto va in erogazioni emesse attraverso bandi che co-finanziamo fino a un massimo del 50%. Ovviamente il rapporto va oltre le questioni economiche, poiché c’è un continuo scambio di conoscenze e si cerca talvolta di svolgere attività insieme in modo da diminuire i costi e aumentare l’impatto delle misure previste. Fino all’anno scorso avevamo anche la possibilità di segnalare a Fondazione Cariplo dei progetti particolari attraverso i cosiddetti bandi “emblematici minori" provinciali. Come Fondazione segnalavamo i progetti a nostro avviso più meritevoli, che poi Cariplo decideva se finanziare attraverso proprie risorse. Indubbiamente Cariplo ha dato una spinta importante affinché nascessero le Fondazioni di comunità, tra cui quella di Novara, ma esistono molte esperienze dello stesso genere nate seguendo altre modalità. Basti pensare alla nascita della Fondazione del Verbano-Cusio-Ossola, nata dalla collaborazione tra Compagnia di San Paolo e Cariplo stessa. Oppure il caso della Fondazione di comunità di Parma (a cui abbiamo dedicato un articolo, nda), che sta nascendo senza il sostegno di una grande Fondazione di origine bancaria come Cariplo, o ancora il caso della Fondazione comunitaria di Verona o le Fondazioni liguri. Cariplo ha avuto il merito storico di aver avuto questa felice intuizione, ma probabilmente neanche gli uffici territoriali di Cariplo avrebbero sperato in un risultato così positivo come quello ottenuto dalle Fondazioni cui ha contribuito a dar vita. In pochi anni c’è stato uno sviluppo molto forte ed inaspettato, soprattutto per chi all’interno di Cariplo aveva originariamente concepito le Fondazioni comunità come uffici decentrati per le piccole erogazioni.

Oltre a Fondazione Cariplo intrattenete rapporti con altri soggetti filantropici? Avete ad esempio contatti con la Compagnia di San Paolo?

Manteniamo contatti con molte realtà presenti sul territorio, come Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, Fondazione Banca Popolare di Novara o Fondazione Paideia di Torino. Con queste organizzazioni c’è uno scambio continuo di informazione, e a volte si fanno anche bandi insieme o erogazioni congiunte. Ad esempio, proprio nell’ultimo periodo, in collaborazione con Fondazione Paideia, Comune di Novara e Fondazione De Agostini stiamo pensando ad un progetto sociale per Novara rivolto alle famiglie in difficoltà. I rapporti con le altre fondazioni sono importanti, perché permettono lo scambio di informazioni e in alcuni casi il co-finanziamento di iniziative ritenute positive. Questo perché essendo sul territorio e conoscendo meglio le organizzazioni è più semplice per noi gestire o rendicontare attività che altrimenti sarebbe difficile seguire. Quasi tutte le nostre relazioni si svolgono ad un livello informale, ma visti i risultati che stiamo ottenendo questo non mi pare essere un problema.

Negli ultimi mesi, all’interno del mondo della filantropia, si è discusso circa gli strumenti più adeguati che una Fondazione di comunità può utilizzare per svolgere le proprie attività. Come Fondazione del novarese quali strumenti utilizzate per portare avanti i vostri progetti?

I bandi sono uno strumento trasparente ma, a mio avviso, possono anche provocare dei comportamenti opportunistici e utilitaristici da parte dei richiedenti. La Fondazione di comunità non è nata per erogare ma per raccogliere. Questo significa che i beneficiari, per usare un linguaggio commerciale, non sono i nostri clienti ma nostri fornitori. I clienti sono i donatori che, in base alle offerte che gli vengono proposte, decidono a chi, come e quanto donare. Negli ultimi due anni il CdA ha finanziato anche progetti fuori bando, ma su 1 milione e 400mila euro circa 100mila sono le risorse destinate a progetti non regolati da bando. Il dibattito di questi mesi ha aperto molte questioni relative agli strumenti utilizzati dalle fondazioni, e sinceramente non saprei esprimere un’opinione in merito. A mio avviso bisognerà aspettare che questa tematica venga approfondita con attenzione prima di poter dire con certezza che uno strumento funziona meglio di un altro.

In che modo valutate se le risorse erogate sono spese correttamente da chi ne fa richiesta? Esiste una qualche forma di rendicontazione da parte degli enti che partecipano ai bandi?

Noi chiediamo agli enti di tenerci informati sull’utilizzo del denaro erogato attraverso un rendiconto formale (fatture, piano dei costi…) ed essendo sul territorio ovviamente si riesce ad avere, più o meno, la percezione di come il denaro venga speso. Inoltre bisogna tener conto che ci sono cose che si riescono a valutare meglio di altre. Ad esempio è molto difficile valutare l’impatto sociale di un progetto, perché i fattori in gioco sono moltissimi, mentre in altri ambiti un controllo risulta essere più semplice. Attualmente stiamo sperimentando un controllo ex-post delle erogazioni in ambito culturale e di tutela di beni di valore storico-artistico, che forse è uno dei più semplici da valutare. Andrea Cognata che segue la valutazione sicuramente sarà in grado di spiegarle meglio quello che abbiamo fatto in questi mesi.

Dottor Cognata, potrebbe spiegarci meglio in che maniera avvengono le vostre valutazioni per questo genere di bandi?

Per la nostra valutazione ci siamo basati sull’analisi di un campione selezionato tra i progetti finanziati nell’ultimo triennio. Abbiamo cercato di prendere in considerazione un campione che fosse rappresentativo delle tre grandi direttrici lungo le quali si sviluppano i progetti (restauri; valorizzazione di musei, biblioteche e archivi; percorsi di carattere museale) in base agli importi economici investiti in tal senso. L’indagine ha seguito quattro criteri: 1) la corrispondenza tra gli obiettivi e i risultati, 2) il rispetto dei tempi di realizzazione, 3) la copertura dei costi, cioè come la parte di finanziamento non coperto dalla fondazione è stato reperito, in modo da comprendere la dinamicità e la capacità di operare dei beneficiari delle risorse, 4) la qualità, cioè capire attraverso diversi criteri - come l’impatto culturale, la portata geografica, i soggetti coinvolti – quale impatto abbia avuto il progetto. Non si tratta tuttavia di uno schema formalizzato una volta per sempre. C’è infatti un dialogo continuo con le organizzazioni, che cerca di favorire tanto la Fondazione quanto le organizzazioni nello svolgimento del proprio lavoro. Il passo che stiamo cercando di fare è innovativo, poiché in questo modo proviamo a capire quali risultati vengano effettivamente raggiunti attraverso le nostre erogazioni. Il sistema di valutazione ex-post inoltre può aiutare a migliorare il sistema di valutazione ex-ante della Fondazione, e in futuro pensiamo di attivare anche un sistema di monitoraggio in corso d’opera.

Dottor Vacchini, perché attualmente non esiste un monitoraggio in corso d’opera?

Il monitoraggio, secondo me, è da sempre uno dei punti deboli delle fondazioni di comunità. Quasi nessuno fa il monitoraggio ex-post. Se ne parla molto, ma alla fine le fondazioni si fermano quasi sempre alla fase di rendicontazione, e raramente arrivano a quella di valutazione. Sicuramente questa è una mancanza riconducibile anche alla questione dei costi. Fare filantropia, differentemente da quanto si pensi, costa. Troppo spesso quello che facciamo viene confuso con la beneficienza fatta dal singolo, e per questo si tende a pensare che non dovrebbe costare nulla. Ma se si vuol fare filantropia bene ci sono tanti costi da sostenere. Sarebbe interessare mettere al centro del dibattito questo tema relativo al costo della filantropia e agli effetti che essa genera in termini di ritorni. Noi, come fondazione, non destiniamo nessuna parte delle donazioni che riceviamo alla copertura dei costi che dobbiamo sostenere, a parte ovviamente quelle che ci provengono da fondazione Cariplo di cui abbiamo parlato prima. Noi, tra bollette, sede, personale e varie spese di gestione costiamo tra i 100.000 e i 110.000 euro l’anno. La copertura di questi costi deriva dalle rendite finanziarie del nostro patrimonio mentre, come detto, non tocchiamo assolutamente le donazioni. La gestione di quest’ultime, è giusto ricordarlo, comportano un lavoro professionale notevole e notevoli costi relativi. Tuttavia queste spese non vengono detratte dalle donazioni stesse. Ai donatori, nonostante fare filantropia costi molto, noi non chiediamo nulla. Forse, piuttosto che concentrarsi unicamente sulla questione dei bandi di cui abbiamo parlato anche in precedenza, bisognerebbe prendere maggiormente in considerazione queste problematiche legate ai costi di gestione, che troppo spesso non vengono trattate in modo adeguato. Non prendere seriamente in considerazione il fatto che la filantropia ha un costo, e spesso un costo non indifferente rischia di indebolire il mondo del non-profit, il quale continua a essere percepito come soggetto che utilizza gran parte delle donazioni che per la gestione piuttosto che per far del bene. Questo non è assolutamente vero e bisognerebbe farlo sapere di più.

Sul territorio siete percepiti come una realtà positiva? Chiedo questo perché mi pare che molto spesso le comunità non abbiano pienamente coscienza delle cose buone che fanno le Fondazioni che vorrebbero servirle.

E’ vero. La comunità non ha pienamente coscienza di quel che siamo. Tuttavia non credo che sarebbe utile investire denaro in grandi progetti di comunicazione e pubblicità e, in realtà, non credo che questo sia un grande problema. E’ infatti normale che fondazioni piccole e giovani come noi, che non spendono grandi somme in comunicazione come fanno le “major”, (come ad esempio Emergency) non siano molto conosciute. Questo tuttavia non significa che non ci sia l’interesse a farsi conoscere di più ed infatti stiamo cercando nuovi modi per far sapere quel che siamo e quel che facciamo. Ad esempio negli ultimi bandi tendiamo a mettere degli obblighi per le associazioni volti a creare momenti di confronto con le comunità beneficiarie dei progetti sostenuti. Questo indubbiamente può creare dei vantaggi per la Fondazione di comunità ma anche per le associazioni, che in questo modo hanno la possibilità di farsi conoscere ed entrare in un network che può favorire contatti, progetti ed eventualmente erogazioni future. Inoltre la modalità stessa con cui la Fondazione ha scelto di erogare, ovvero imporre alle associazioni di raccogliere direttamente tanto quanto eroghiamo attraverso il bando, è un modo per favorire i contatti col territorio e, quindi, farsi conoscere. Uscire sul territorio e “consumarsi le scarpe”, è questa la chiave di volta per farci conoscere maggiormente. Ci vorrà tempo e fatica perché questo accada ma, in questo momento, ci sembra la strada più intelligente da seguire.

Saprebbe indicarmi un progetto che ha avuto un impatto tale da poter essere considerato esemplificativo della vostra attività?

Negli ultimi due anni abbiamo creato Fondo Emergenza Lavoro e Fondo Emergenza Casa che stanno avendo un buon impatto. Il primo è stato creato dalla Fondazione della comunità del novarese coinvolgendo Fondazione Banca Popolare di Novara, Fondazione Banca di Intra, La Prefettura, i sindacati, l’associazione degli industriali, la Provincia e la Caritas diocesana. Abbiamo quindi messo intorno a un tavolo, per la prima volta nella storia di Novara, tutte le parti sociali per affrontare tutti insieme un grande problema dettato dalla crisi. Il fondo ha raccolto più di un milione di euro, erogato come forme di sostegno al reddito alle famiglie in difficoltà per la perdita del lavoro. Contestualmente è stato creato Fondo Emergenza Casa che risponde alla situazione tragica degli sfratti, che qua a Novara è stata davvero vasta e problematica. Esiste un campo ex-Tav, ovvero una vecchia base per la costruzione dell’alta velocità tra Torino e Milano, che è stato preso dal Comune e dato in gestione alla Caritas come area di ricovero per gli sfrattati. Attualmente il campo è saturo e, assieme agli altri attori del territorio, oltre a mantenerlo in vita, stiamo contestualmente cercando di perseguire azioni che possano favorire l’autonomia abitativa di chi non ha più una casa. Esistono poi altri due fondi che mi piace sempre citare: il Fondo Ospedale Maggiore della Carità e il Fondo Ospedale Arona Borgomanero, che sostengono l’attività degli ospedali pubblici, indubbiamente molto importanti per le comunità che ne usufruiscono.

Per quanto riguarda i primi due progetti che mi ha indicato, quali sistemi vengono utilizzati per individuare i beneficiari?

I beneficiari vengono individuati dai consorzi per le attività dei servizi sociali, ovvero dai diversi comuni che si sono messi insieme per coordinare le proprie attività di welfare. Noi ci limitiamo a un controllo di forma dei bandi, sta poi ai consorzi raccogliere e inoltrare le domande di chi rientra nei canoni richiesti per poter godere delle erogazioni.

Recentemente, ne abbiamo parlato anche in precedenza, a Parma si è deciso di dar vita a una Fondazione di comunità. Quali consigli potreste dare a chi, come la Fondazione Cariparma, ha deciso di sostenere questo progetto?

Indubbiamente c’è il timore, da parte di Fondazione Cariparma, di dar vita a un soggetto che, operando sul suo stesso territorio, rischi di divenire un “doppione”. Questo problema a mio modo di vedere non esiste. La Fondazione di comunità di Parma in primo luogo nascerà come Onlus, e quindi si occuperà dei settori specifici delle Onlus di cui Cariparma si occupa in maniera limitata. Secondariamente, la Fondazione di comunità potrà canalizzare donazioni che altrimenti non verrebbero effettuate. Chi infatti sarebbe propenso a donare a un soggetto, come Cariparma, che è normalmente percepito come “ricco”? E’ difficile che si doni ad un ente che possiede un grande patrimonio e, in questo senso, una fondazione di comunità può canalizzare risorse importanti che altrimenti andrebbero perse in forza di questo pregiudizio. E’ un po’ il rischio, quello di essere percepiti come soggetti che non hanno bisogno di ricevere donazioni, che in realtà stiamo correndo anche noi qui a Novara. Più il nostro patrimonio si allarga più siamo percepiti come soggetti “ricchi” e, pertanto, c’è meno la tendenza a effettuare donazione. E’ per questa ragione che ci stiamo progressivamente orientando su nuovi strumenti filantropici, come ad esempio quello dei lasciti tramite testamento. Tornando al nostro discorso: Cariparma può svolgere un ruolo importante supportando la nascita della Fondazione di comunità del parmense ed il mio consiglio è quello di impegnarsi a garantire a questa realtà risorse per iniziare l’attività e, soprattutto, aiutarla fin da subito a strutturarsi correttamente.

Un’ultima domanda. La società civile, secondo voi, è pronta ad affrontare con maggiore sistematicità il tema della filantropia? Esiste nel Paese una cultura tale da far ben sperare in questo senso?

La gente è contenta di donare, anche se in generale c’è un certo scetticismo verso la filantropia, in particolare tra le associazioni. La gente che conosce le realtà del volontariato non è moltissima, e senza dubbio coloro i quali conoscono le realtà filantropiche e le loro attività sono ancora meno. Tuttavia una volta che ci si mette al lavoro, e si spiega e mostra alla gente quello che è possibile fare attraverso la filantropia, l’approccio cambia notevolmente. In questo senso, dunque, non è ancora diffusa una cultura del dono. Tuttavia guardo al futuro in maniera positiva: la storia delle fondazioni della comunità dimostra come la filantropia possa crescere a discapito della aspettative. Dalle 15 originali pensate da Fondazione Cariplo oggi nel Paese ne esistono più del doppio e altre sono in progettazione, e sicuramente neanche coloro i quali le avevano originariamente concepite avrebbero potuto immaginare un tale sviluppo.

 

Riferimenti

Il sito della Fondazione della Comunità del Novarese

Il Progetto Fondazioni di Comunità di Cariplo

L'intervista a Bernardino Casadei, Segretario Generale di Assifero

L'intervista a Pier Mario Vello, Segretario Generale di Fondazione Cariplo

 

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