TERZO SETTORE /
Dalla relazione al dono: il fundraising di prossimità
Dal convegno promosso dalla Fondazione di Comunità Comasca interessanti suggerimenti su non profit e fundraising
19 ottobre 2015

Il 15 settembre la Fondazione Provinciale della Comunità Comasca ONLUS ha promosso un convegno intitolato “Fundraising di prossimità, le risorse sono nella comunità. Costruzione di reti di raccolta fondi per le piccole e medie organizzazioni nonprofit” con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di competenze di fundraising nelle piccole e medie organizzazioni non-profit. Durante il convegno, moderato da Diego Minonzio, direttore de “La Provincia di Como”, sono intervenuti diversi fundraiser professionisti e il dott. Bernardino Casadei, già segretario generale di Assifero e studioso del fenomeno delle fondazioni di comunità.

 

Un welfare in trasformazione

 

Casadei, concludendo il convegno, ha evidenziato come il sistema di welfare sia in trasformazione e il mondo non profit possa assumere un ruolo da protagonista. Le società occidentali, come l’Italia, sono infatti società economicamente benestanti, ma dispersive e disgreganti. In questa fase il compito del privato sociale deve essere dunque quello di rigenerare le comunità, creando così fiducia, elemento fondamentale anche per garantire la crescita economica.

 

Ma per rigenerare le comunità è necessario partire dalle relazioni, pertanto il privato sociale non può porsi solamente come gestore di servizi per conto delle pubbliche amministrazioni: da un lato questo sarà sempre meno possibile a causa delle limitate disponibilità economiche degli enti pubblici, dall’altro svilisce la vera natura del privato sociale, ovvero stimolare relazioni. Per tali ragioni, il mondo non-profit deve rinnovarsi, sviluppando nuove modalità di lavoro, come il fundraising di prossimità. È, però, bene evidenziare che il fundraising di prossimità non è semplicemente una nuova modalità operativa, bensì sottintende un diverso approccio alla sostenibilità delle organizzazioni.

 

In primo luogo, il dono va inteso come conseguenza di una relazione; pertanto è opportuno che le organizzazioni non-profit non si limitino a cercare fondi ma costruiscano una solida rete relazionale che sicuramente porterà donazioni. Per ottenere ciò è importante sviluppare competenze legate alla promozione sul territorio, alla comunicazione, al lavoro con le persone, in particolare i volontari e i donatori. In un’ottica di trasformazione del welfare, è importante valorizzare il ruolo delle fondazioni di comunità, non limitandolo solo all’erogazione di fondi, ma ampliandolo alla promozione di servizi come la raccolta fondi on line, la comunicazione e la formazione. Il convegno promosso dalla Fondazione Provinciale della Comunità Comasca ONLUS andava appunto in questa direzione, provando a rispondere ad alcuni interrogativi posti dai processi trasformativi appena descritti.

 

Marketing per il non-profit

 

Innanzitutto, ci si potrebbe chiedere se le organizzazioni non-profit possono fare marketing o se questo sia una peculiarità del privato. Secondo Davide Moro, ricercatore di psicologia dei consumi e fundraiser, si: in un’ottica non-profit infatti marketing può significare “creare valore per donatori e beneficiari attraverso le relazioni”. Il prodotto dunque sono le attività quotidiane dell’organizzazione, il prezzo è il valore che le persone sono disposte a dare per i progetti e i servizi, la distribuzione sono gli spazi in cui l’organizzazione opera, mentre la promozione è rappresentata dagli scambi comunicativi interni ed esterni.

 

Moro ha approfondito come anche le realtà non-profit abbiano un proprio brand. Nelle organizzazioni commerciali, il brand si compone del logo e degli aspetti caratteristici che fanno riconoscere il prodotto di una certa marca, nel non-profit consiste negli aspetti che valorizzano e differenziano un’organizzazione rispetto alle altre. Ogni organizzazione dovrebbe quindi riflettere su sé stessa per comprendere la propria identità e cosa la rende unica. Il brand però deve essere fatto conoscere, quindi promosso sul territorio. Per tale motivo è necessario prestare attenzione alla comunicazione, interna ed esterna. Ogni volta che un’organizzazione entra in contatto con un altro soggetto compie un atto comunicativo e questo può dare un’idea positiva o negativa. Bisogna sempre prestare attenzione all’interlocutore e ai suoi bisogni senza dare nulla per scontato.

 

La relazione veicola il dono

 

E' necessario un cambio di paradigma. Luciano Zanin, fundraiser, ha espresso il concetto usando un’espressione popolare “Il posto più buio? Ai piedi della candela”. Spesso le organizzazioni non-profit hanno a disposizione ingenti risorse provenienti dalla comunità e non le usano perché non sanno di averle a disposizione. Questo è ovviamente uno spreco, che danneggia primariamente tutte le persone in difficoltà che beneficerebbero di quelle risorse. È pertanto necessario fare una scelta e investire sulle comunità, anche se questo comporta impiego di tempo e risorse finanziarie.

 

La comunità è ricca di beni, tempo, competenze e relazioni ma questi possono essere veicolati solo attraverso le relazioni. Creare una solida e diffusa rete relazionale garantisce la possibilità di avere donazioni di beni (quindi risorse finanziarie) e di tempo (quindi volontariato). Le donazioni transitano attraverso le relazioni, due persone non possono scambiarsi beni se non entrano in relazione.

 

Da un lato è quindi necessario che le organizzazioni non-profit investano sulle relazioni, dall’altro che il dono acquisti una funzione sociale all’interno della comunità. Molte persone, infatti, non donano perché non viene loro chiesto, perché non è diffusa la cultura della donazione, non conoscono le possibilità della donazione.

Valorizzare il patrimonio relazionale

Come detto è necessario un cambio di paradigma, organizzativo e culturale. Guya Raco, fundraiser, si è soffermata sul fundraising di prossimità, il cui obiettivo non deve essere la raccolta di denaro bensì la costruzione di relazioni, a cui i fondi saranno conseguenti. Ha sottolineato inoltre, la valenza della prossimità, intesa come il legame con le persone che condividono il modo di agire dell’organizzazione, che si struttura quindi come una comunità aperta, non territoriale.

Il legame tra un’organizzazione e la propria comunità di riferimento si sviluppa attraverso scambi sociali e fiduciari che creano solide relazioni, attraverso le quali possono passare le donazioni di beni o tempo. Le piccole e medie organizzazioni, con un forte ancoraggio territoriale, possono avvantaggiarsi del fatto che i loro sostenitori sono anche i vicini di casa, gli amici, i famigliari, questo però porta anche a un forte controllo sociale e alla necessità di garantire trasparenza sulle spese e sull’operato.

Spesso le organizzazioni non-profit hanno a disposizione grandi patrimoni relazionali che non sfruttano o perché non ne hanno conoscenza o perché non hanno un modello gestionale adeguato. Valorizzare il patrimonio relazionale è, infatti, una scelta di policy, che richiede, come primo passo, di ripensare l’organizzazione stessa, la mission, la vision e la struttura interna e, successivamente, di investire sulla costruzione di un rapporto profondo con la comunità e con i possibili donatori, eventualmente realizzando una mappatura relazionale.

È necessario concentrarsi sulla figura del donatore, comprendere le sue motivazioni e come mai ha scelto di donare ad una specifica organizzazione. La relazione con il donatore non può essere asettica bensì “intima”.

E’ stato infine proposto un modello gestionale in tre tappe: 1) Dream big; 2) Set goals; 3) Take action.

Valorizzare le persone

Laura Lugli, fundraiser e peopleraiser, si è invece focalizzata sull’importanza delle persone all’interno delle organizzazioni non-profit: è grazie ai volontari e al personale retribuito che le organizzazioni funzionano e garantiscono servizi per i beneficiari. I volontari garantiscono l’apertura verso l’esterno, una visione critica, competenze e il valore aggiunto della gratuità, come donatori di tempo. Il personale retribuito, invece, garantisce competenze specifiche, professionalità e continuità nell’erogazione del servizio.

Le persone però devono essere curate, i bisogni dell’organizzazione non devono far perdere rilevanza ai bisogni e alla centralità delle persone. Occorre quindi comprendere le motivazioni che portano una persona a fare volontariato in quell’organizzazione. Come è noto infatti le persone fanno volontariato anche per rispondere a propri bisogni, pertanto l’ente deve comprendere tali bisogni e valorizzare i volontari in modo tale che possano esprimersi al meglio, a vantaggio dell’organizzazione stessa e dei beneficiari. La medesima cura deve essere data anche ai dipendenti, in quanto la scelta di lavorare nel non-profit è spesso basata sulla passione e sulle motivazioni, piuttosto che sull’aspettativa di guadagno. Come con i volontari, il rapporto deve essere personalizzato.

Conclusioni

Gli interventi che si sono susseguiti nel corso del convegno hanno messo in luce alcune trasformazioni del welfare italiano, in particolare nel cosiddetto terzo settore. Vi sono due elementi significativi, quali il passaggio di competenza dal primo al terzo settore e il passaggio da un welfare basato sul trasferimento di beni (o denaro) a un welfare basato sulle relazioni. Quest’ultima trasformazione è frutto anche del cambiamento stesso del concetto di benessere che da una dimensione esclusivamente materiale passa alla più ampia concezione di well-being che comprende anche aspetti psichici e relazionali.

Vi sono però anche altri aspetti significativi, come la complessa questione del finanziamento del mondo non-profit e l’ancoraggio territoriale delle politiche sociali.

Negli ultimi decenni, nella fase del cosiddetto welfare mix, il terzo settore, tramite convenzioni e accreditamenti, ha spesso assunto funzioni pubbliche, gestendo servizi per conto della pubblica amministrazione. Attualmente i fondi pubblici non sono sempre disponibili ed emergono bisogni non coperti dalle politiche pubbliche. Le organizzazioni non-profit devono quindi reperire i finanziamenti altrove, attraverso la ricerca di donazioni, collaborando con le fondazioni di comunità o talvolta con imprese socialmente responsabili. Va chiaramente messo in luce come welfare non sia sinonimo di pubblico e come soggetti privati possano operare in favore della collettività.

L’ultimo aspetto è l’ancoraggio territoriale delle politiche sociali. Come si evince da numerosi interventi del convegno è importante il rapporto con la comunità, la prossimità tra organizzazione, beneficiari e donatori (di tempo e di beni). L’ancoraggio territoriale favorisce infatti la realizzazione di servizi maggiormente rispondenti ai bisogni della collettività e un legame più profondo con la comunità che si esplicita nella valorizzazione delle risorse umane e culturali del territorio, nella fiducia dei cittadini che possono scegliere di diventare donatori o volontari.

 

Riferimenti

I video con gli interventi sono visibili sulla pagina youtube della Fondazione Comasca.

 

 


Il fundraising sarà tra i protagonisti della riforma?

Il futuro del fundraising: intervista a Stefano Malfatti

Il personal fundraising a sostegno del crowdfunding: quando la raccolta fondi si fa in Rete

Meridonare: crowdfunding per l’infrastrutturazione sociale del Mezzogiorno

Un passo per San Luca, un passo per il welfare culturale

Smart Milano: ecco il Civic Crowdfunding meneghino
 
NON compilare questo campo