PRIMO WELFARE / Lavoro
Imprenditorialità giovanile in Europa: come sbloccare il potenziale dei giovani talenti?
Caratteristiche e tendenze dell’imprenditorialità giovanile al centro del nuovo rapporto di Eurofound
12 maggio 2015

Solo il 6,5% dei giovani europei è “self-employed”. Molti di coloro che vogliono avviare una nuova attività o sviluppare nuovi progetti spesso decidono di postarsi verso altri Paesi, come gli Stati Uniti, perché ritengono che in Europa ci siano troppi ostacoli. E’ quanto riportato nel rapporto “Youth entrepreneurship in Europe: Values, attitudes, policies”, presentato a Bruxelles nell’ambito della European Youth Week. Ma che caratteristiche hanno i giovani imprenditori europei? Quali aspirazioni? Com’è possibile aiutarli creando, anche nel vecchio continente, un ambiente più aperto e favorevole ai giovani talenti? 

Chi sono i giovani imprenditori?

Le percentuali dei giovani self-employed variano considerevolmente tra gli Stati Membri, raggiungendo i livelli più alti in Italia e in Grecia (dove rappresentano il 15% degli occupati) e i più contenuti in Germania e Danimarca (Figura 1). Nei Paesi con le più alte percentuali di NEET i giovani sembrano dunque più inclini al lavoro autonomo (Italia, Grecia, Romania e Spagna). Perché? Questo dato può indicare che nei mercati dove vi sono più opportunità e migliori condizioni per il lavoro dipendente, i giovani sono meno propensi a lanciarsi nell’imprenditorialità rispetto a quanto accade in quelle realtà dove inserirsi nel mercato del lavoro dipendente è più difficile. Almeno il 17% dei giovani autonomi sono infatti “necessity enterpreneurs”, cioè lo sono per necessità, perché non trovano un impiego alternativo. Inoltre, tra i lavoratori autonomi sono particolarmente diffusi i “falsi” - le finte partite Iva, diremmo in Italia - ovvero persone che sono apparentemente autonome ma in realtà lavorano per un solo committente. Questo dato può essere confermato dal fatto che, se guardiamo il numero di dipendenti delle imprese di giovani, la maggior parte non ha alcun dipendente – è anche vero, tuttavia, un’attività recente non ancora le dimensioni nè il bisogno di assumere altri lavoratori. Considerando inoltre che queste tipologie nascondono spesso lavoro nero e non prevedono determinate tutele (come ferie retribuite, permessi di malattia, straordinari o tutele in caso di disoccupazione) è evidente per il nostro Paese il rischio di un’ulteriore polarizzazione tra garantiti e non garantiti e di un ulteriore peggioramento delle opportunità lavorative per le nuove generazioni.


Figura 1 - Percentuale dei lavoratori autonomi sul totale degli occupati (15-29 anni) nei Paesi membri, 2008-2013

Fonte: Eurofound 2015


Secondo il rapporto un giovane su tre lavora part-time (mentre studia o mentre svolge un lavoro alle dipendenze, così da avere un reddito certo su cui contare), mentre i settori in cui è più diffuso il lavoro autonomo sono edilizia – dove però dilagano i falsi - , commercio, settore primario e servizi (Figura 2).


Figura 2 - Lavoratori autonomi per settore economico

Fonte: Eurofound 2015


Valori e orientamenti

I giovani self-employed hanno caratteristiche differenti rispetto ai lavoratori dipendenti. Sebbene innovazione, creatività, propensione al rischio e autonomia ne siano caratteristiche tipiche, essi attribuiscono valore all’esperienza, ai consigli e alle conoscenze degli imprenditori più esperti. Solo uno su tre è donna, il che suggerisce di affrontare il tema dell’autoimprenditorialità in una prospettiva di genere.

Circa la metà dei giovani europei ritiene che la possibilità di diventare imprenditore sia desiderabile, ma solo il 41% la ritiene un’ipotesi fattibile – percentuale che scende sotto il 30% nei Paesi mediterranei. L’82% ritiene che la mancanza di finanziamenti sia l’ostacolo principale, quota che sale al 92% o più in Italia, Portogallo, Spagna, Romania e Bulgaria, cioè proprio quei Paesi dove il “desiderio” di aprire un’attività propria è più diffuso. Il 72% degli Europei considera anche gli oneri amministrativi come un’altra barriera per le start-up e, infine, il 49% lamenta la mancanza di informazioni adeguate sull’avvio di impresa (Figura 3).


Figura 3 - Opinioni e barriere all'imprenditorialità, 15-34 anni

Fonte: Eurofound 2015


Come incentivare l’imprenditorialità giovanile?

L’imprenditorialità giovanile non può certo essere vista come una panacea per risolvere il problema della disoccupazione, poiché richiede competenze ed attitudini personali di cui dispone solo una parte di giovani. Tuttavia, liberare il potenziale delle nuove generazioni, consentire loro di trasformare le proprie idee in attività che contribuiscano allo sviluppo e alla creazione di posti di lavoro può certamente generare effetti molto positivi, soprattutto in un’Europa dove la disoccupazione resta alta e l’economia continua ad essere poco dinamica.

Da segnalare l’ultima parte del rapporto, che esamina 15 programmi finalizzati al sostegno all’imprenditorialità giovanile sviluppati lungo tre pilastri: promozione della cultura e dell’attitudine all’auto-impresa con il coinvolgimento del sistema scolastico; offerta di informazione, supporto e consulenza per chi vuole avviare un’impresa; rimozione degli ostacoli burocratici e amministrativi, facilitazione dell’accesso al credito e offerta di luoghi in cui sviluppare il proprio business.
 

Riferimenti

Youth entrepreneurship in Europe: Values, attitudes, policies, Eurofound, 2015

 

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