PRIMO WELFARE /
Crescono povertà e ineguaglianze: l’Europa fa abbastanza?
21 marzo 2013

 STRASBURGO − Appena un giorno dopo il lancio del Social Investment Package da parte della Commissione Europea, il Consiglio d’Europa ha aperto i lavori della tre giorni di incontri “Poverty and Inequality in Societies of Human Rights: the paradox of democracies”. Il tema, quello della povertà, è ancora percepito come distante nell’immaginario di molti cittadini, ma si intreccia con i problemi quotidiani della vulnerabilità economica, della vita “precaria” e della crescente disuguaglianza sociale. Portato in primo piano dalla crisi finanziaria che ha travolto i paesi europei, il fenomeno della povertà non può essere arginato attraverso l’utilizzo di misure “targeted”, destinate unicamente ai gruppi di cittadini più bisognosi ed erogate a seguito di una prova dei mezzi che, spesso, favorisce l’esclusione sociale attraverso la stimmatizzazione dell’individuo. E’ necessario che l’intera società, e tutte le componenti economiche e sociali che ne fanno parte, siano coinvolte e incoraggiate a partecipare attraverso progetti innovativi e non “escludenti” e la messa in comune delle risorse.

Proprio per questo il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea hanno lanciato il progetto “Human Rights of People Experiencing Poverty”. Tra i risultati del progetto - nato nel 2010 per porre le basi di una nuova strategia contro la povertà incentrata sulla condivisione della responsabilità tra gli attori sociali e un migliore utilizzo dei beni comuni – anche l’organizzazione di un momento di ritrovo e riflessione, ma anche di racconto e condivisione delle best practice raccolte.

Durante le diverse sessioni di lavoro si è spesso parlato di austerity, di politica e di crisi economica. Il professor Luciano Gallino dell’Università di Torino ha sottolineato come la recessione, unita alle politiche di austerità, abbia prodotto numerosi effetti, tra i quali:

  1. precarizzazione dell’occupazione;
  2. redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto: le classi medie spinte sulla soglia della povertà relativa, i profitti provenienti da rendite finanziarie più che da lavoro, e la finanziarizzazione dell’economia;
  3. mancato sostegno alla domanda a causa della crescente povertà delle famiglie e dei tagli alla spesa sociale;
  4. caduta degli investimenti pubblici ed eccesso di capacità produttiva delle aziende.

L’ILO (International Labour Organization) stima che l’economia non tornerà a livelli pre-crisi prima del 2017, e – conclude Gallino - le politiche di austerità hanno contribuito a trasformare la crisi in una situazione di lungo periodo. Quali soluzioni? Migliorare la redistribuzione delle risorse, riportare al vertice dell’agenda europea il problema delle interazioni tra finanza ed economia reale, e tenere alto l’impegno dei governi europei verso crescita occupazionale e gli interventi per l’economia reale.

Guy Standing, economista e co-fondatore del Basic Income Earth Network ha concentrato il suo intervento sul tema del precariato, sul quale ha pubblicato nel 2011 il libro “Precariat: the new dangerous class”. Il precariato, che secondo il professore è ormai una vera e propria “classe” in senso marxiano, è il motivo per cui dal 2008 i giovani con alta formazione hanno iniziato ad aggregarsi in gruppi e movimenti per mostrare “a new march”, un nuovo modello di crescita.

Queste le caratteristiche del precariato:

  1. relazioni di lavoro instabili
  2. scarso accesso al welfare pubblico
  3. stato di frustrazione derivante dall’alto livello di educazione
  4. cittadini con diritti limitati, da “citizens” a “denizens”
  5. più frammentazione dell’occupazione attraverso un processo di ri-regolazione
  6. autorità insensibili, inaffidabili e “commercializzate”
  7. assenza di una “identità occupazionale” che priva i precari della “narrative for life”.

I precari, così come i poveri, non hanno rappresentanza. In un sistema di azione collettiva che rende invece necessario avere “voce”. Una situazione drammatica, in cui il problema della ricerca di una identità e rappresentanza si somma alle difficoltà di ottenere una più giusta redistribuzione delle risorse e delle opportunità. “The commons”- i beni pubblici – possono essere, attraverso uno sfruttamento più efficiente, il punto di partenza per l’elaborazione di una nuova strategia. Un’idea, quella di ridiscutere e riorganizzare l’utilizzo degli spazi comuni nella società, ripresa anche dal giurista e professore all’Università di Torino Ugo Mattei durante la seconda giornata. Dovrebbe essere concesso che lo spreco di proprietà private nelle nostre città possa diventare la base per la generazione di nuove istituzioni e servizi per tutti i cittadini? E’ necessario che la legge prenda in considerazione questa possibilità? E’ lecito l’uso che viene fatto delle forse dell’ordine pubbliche in questi casi? Queste alcune delle domande poste al pubblico da Mattei.

Tra i tantissimi argomenti affrontati, anche il “social stigma” come prodotto perverso di molte politiche per combattere la povertà. Un circolo vizioso - come spiegato da Magdalena Sepúlveda, UN Special Rapporteur on Extreme Poverty and Human Rights – che attraverso il radicamento del pregiudizio porta alla privazione non solo dei diritti ma anche della dignità. E’ perciò necessario che le politiche pubbliche contribuiscano a cambiare la mentalità dominante - spesso legata all’idea che i poveri siano responsabili della propria sfortuna, e ancor di più al “paradosso europeo” che vede come lecito l’aiuto ai bisognosi all’estero ma non dedica attenzione ai connazionali – per costruire una società realmente inclusiva. L’agenda sociale dei paesi europei non può essere negativamente influenzata dalla confusione tra beneficenza e diritti.

Un posto “a parte” è stato infine occupato dal dibattito sul reddito minimo di cittadinanza: discusso, esemplificato e caldeggiato in più momenti della manifestazione. Ci sono possibilità che venga introdotto in Europa un reddito minimo garantito, senza requisiti di accesso e “prova dei mezzi” nè condizionalità rispetto al lavoro? Si tratta ancora – ha sottolineato Louise Haagh, editrice di Basic Income Studies e membro del comitato esecutivo del Basic Income Earth Network - di un dibattito controverso che richiederebbe da parte delle istituzioni pubbliche un grande sforzo per introdurre la misura e “combinarla” efficacemente con le altre politiche di supporto pubbliche e in rapporto a un sempre più complesso mercato del lavoro. Uno strumento che – come richiamato durante il panel dedicato – viene citato anche in relazione alla povertà minorile, e paragonato erroneamente ad altri schemi come il salario minimo e soluzioni come il reddito minimo non universale ma soggetto a prova dei mezzi.

 

Riferimenti

Info e programma sul sito dedicato alla conferenza

  • Per maggiori dettagli sulla conferenza e i temi trattati, si rimanda alle numerose sezioni del sito del Consiglio d’Europa:

- Speeches and Presentations
- Videos of the Conference
- Media coverage of the event

  • Per sapere di più sul Social Investment Package:

Commissione europea: puntare sugli investimenti sociali per favorire crescita e coesione, Percorsi di secondo welfare, 21 febbraio 2013

Social investment: Commission urges Member States to focus on growth and social cohesion – frequently asked questions

 

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