POVERTÀ ALIMENTARE /
Povertà e sprechi: in UK arrivano i Community Shop
Anche nel Regno Unito si cercano nuove soluzioni per affrontare l’indigenza alimentare
11 gennaio 2015

Dal lancio del nostro focus sulla povertà alimentare vi abbiamo raccontato di diverse esperienze volte a frenare la crescita dell’indigenza alimentare in Italia. Tale fenomeno tuttavia non è circoscritto al nostro Paese: anche in altre realtà, dall’Europa agli Usa, si stanno infatti sperimentando tentativi volti al contrasto sia della povertà che dello spreco alimentare. Uno di questi esperimenti si trova a Londra, dove è stato da poco inaugurato un innovativo community shop. Vi spieghiamo di cosa si tratta e come il Regno Unito sta giocando la sua partita contro spreco e povertà alimentare.


Il Community Shop

E’ stato aperto a dicembre 2014 a Londra, nel quartiere di West Norwood, Lambeth, un pioneristico supermercato sociale con l’intento di intervenire contemporaneamente su due fronti, quello della povertà e quello dello spreco alimentare.

Il supermercato venderà prodotti di ogni genere (alcool e tabacco esclusi) a prezzi estremamente scontati - circa 70% rispetto al prezzo di mercato - destinati a persone che versano in condizioni di indigenza. Si tratta di eccedenze o prodotti non più commerciabili offerti dalla grande distribuzione – tra i donatori Tesco, Mark&Spencer, Muller – che diversamente verrebbero gettati via e che fanno del market, come ha ribadito il sindaco Johnson, un “eccellente esempio di impresa sociale e organizzazioni private che lavorano insieme per generare impatti positivi”.

Fin qui, un modello molto simile agli empori sociali italiani di cui vi abbiamo già parlato nel nostro focus. La differenza è che mentre la maggior parte degli empori “nostrani” offrono merce perlopiù in forma gratuitamente, in questo caso, anche se poco, si paga. Perché? Perché i guadagni derivanti dalle vendite vengono investiti per sostenere i costi di apertura del negozio e per finanziare attività e servizi da offrire gratuitamente ai beneficiari - servizi di supporto al lavoro (compilazione curriculum, simulazione di colloqui di lavoro, acquisizione competenze), consulenza finanziaria su debiti e risparmi, lezioni di cucina, ecc.

Il community shop è infatti un’impresa sociale e non una food bank, un aspetto interessante per quelle realtà che non riescono a sopravvivere potendo contare esclusivamente sul volontariato e che ne fa un modello replicabile. Oltre al negozio di Londra, infatti, a dicembre 2013 ne era stato aperto uno nello South Yorkshire, a Goldthorpe, una delle zone più povere del paese, e se questi due progetti si confermeranno di successo, potrebbero essere seguiti da altre 20 aperture in tutta la nazione.

In generale, complice la situazione economica, nel Regno Unito si registra un discreto fermento intorno al tema della povertà alimentare. Sebbene sia difficile quantificare esattamente il numero delle food bank - dal momento che molte sono indipendenti dalle organizzazioni nazionali o operano localmente -, si rileva comunque una forte crescita. Pensiamo che solo quelle aderenti a Trussel Trust sono salite da una decina a 420 in soli 10 anni - e quelle indipendenti sarebbero almeno altrettante. Tant’è che a dicembre alcuni parlamentari hanno presentato un rapporto bipartisan - Feeding Britain - per sostenere nuove politiche in materia di povertà alimentare proponendo anche la creazione di un network che metta in collegamento governi locali, imprese, volontariato e tutti coloro che si occupano della questione.


Chi ha diritto? La questione dei working poor

Community Shop è aperto ai soli membri, selezionati sulla base delle seguenti condizioni di accesso: vivere in un’area caratterizzata da un determinato indice di deprivazione; fare parte di un nucleo familiare in cui si ricevono sussidi pubblici (sostegno al reddito; sussidi di disoccupazione; contributo per la casa, ecc.) e, molto importante, avere una reale volontà di uscire dalla propria condizione di indigenza. Lo status di membro viene concesso per un periodo di 6 mesi eventualmente rinnovabili.

Molti dei partecipanti saranno working poor, cittadini tra i più penalizzati nel Regno Unito, dove la crisi più che generare disoccupazione ha generato lavoratori poveri. E’ poco noto ma - secondo i dati della Joseph Rowntree Foundation – il numero di poveri appartenenti ad un nucleo in cui almeno una persona lavora (più di 6 milioni nel 2012) avrebbe superato di circa 1 milione il numero di coloro che appartengono a nuclei dove nessuno è occupato. Anni di crescita lenta, lavori instabili o sottopagati e aumento dei prezzi (l’inflazione nel settore alimentare ha toccato il 47% dal 2003) hanno infatti fermato la crescita dei redditi, mentre nel contempo il costo della vita è cresciuto di quasi il 20%. Il risultato è che nel 2013, in base a quanto riferito da Trussel Trust, almeno 500.000 persone, il triplo rispetto al 2012 e 20 volte in più del 2008, hanno fatto richiesta di aiuti alimentari (per approfondimenti Europa, con i working poor cresce la povertà alimentare).

Lo stesso quartiere in cui sorge il negozio è un esempio di queste contraddizioni. Zona prevalentemente residenziale caratterizzata dalla coesistenza di aree più e meno ricche, negli ultimi anni – complice l’incremento della domanda abitativa dovuta all’arrivo di giovani professionisti in cerca di affitti più bassi rispetto alle aree più centrali - è stata soggetta ad un processo di gentrificazione che ha portato in alcuni casi ad un aumento del 30% dei costi delle abitazioni. Ciononostante, persiste una quota di persone economicamente inattive e con scarsa mobilità sociale che vivono alti livelli di esclusione sociale – prendendo a riferimento l’Index of Multiple Deprivation (IMD) Lambeth è l’ottavo quartiere più povero di Londra e 14esimo in Inghilterra.


Non solo cibo

“More than just food”, non solo cibo. Il Community Shop non è solo uno strumento di supporto contro la povertà – come food banks e food charities – tantomeno un discount, ma è un tentativo di aiutare le persone in povertà a migliorare la propria vita. Ai beneficiari si chiede l’impegno a aderire a programmi personalizzati finalizzati al reinserimento sociale e lavorativo. Nelle prime 4 settimane ogni membro viene infatti coinvolto in un ‘Success Plan’, un piano personalizzato che identifica i problemi personali e individua una strategia per superarli. I beneficiari vengono quindi aiutati da consulenti specializzati a ricercare un’occupazione, gestire i risparmi, acquisire competenze, ecc., per un ammontare che può arrivare anche alle 200 ore. Si tratta di una tendenza sempre più diffusa anche negli empori italiani, dove l’offerta di cibo viene accompagnata a servizi integrativi, in base al presupposto che la povertà sia una condizione multi-sfaccettata da affrontare su più fronti, ma anche una condizione dalla quale non è impossibile uscire.

Così facendo intorno al negozio si crea una vera e propria Community Hub composta da partener locali (tra cui BMBC Local Welfare Assistance Board, Food Bank, Citizens Advice Bureau, NHS Health Visitors, Public Health Health Trainers, The Station House Children Centre) che favorisce lo sviluppo di comunità e attribuisce al cibo una funzione sociale.


Surplus e eccedenze

Community Shop è un’impresa sociale che fa parte di Company Shop Group, il più grande distributore di surplus di produzione nel Regno Unito che opera con agricoltori, commercianti e imprese per gestire eticamente la questione dello spreco. Nato nel 1985 muove più di 30.000 tonnellate di eccedenze ogni anno.

Quello dello spreco è infatti un problema molto serio anche oltremanica: secondo il WRAP-Waste & Resources Action Programme, nel 2012 sul solo fronte dei consumi privati – che in UK sono la principale causa di spreco, dato che incidono per circa il 50% sullo spreco totale - sono stati buttate 7 milioni di tonnellate di cibo e bevande, di cui 4,2 evitabili. Tuttavia, le riflessioni in atto già da diverso tempo a livello nazionale hanno sensibilizzato i cittadini, tanto che, secondo gli ultimi dati del WRAP, il volume dello spreco è in notevole calo, - 21% rispetto al 2007, quando è stata lanciata la campagna Love Food Hate Waste.



Riferimenti

Community Shop

Feeding Britain: a strategy for zero hunger in England, Wales, Scotland and Northern Ireland, The report of the All-Party Parliamentary Inquiry into Hunger in the United Kingdom, dicembre 2014

Household Food and Drink Waste in the United Kingdom 2012, Final Report, WRAP, novembre 2013

Love Food Hate Waste

 

 
NON compilare questo campo
 

Paolo | 14.01.2015
Bella esperienza! A quando simili luoghi anche in Italia?!
  974