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Welfare: cosa si è fatto (e non) nel 2012? Quali sfide per il 2013?
02 marzo 2013

Il 16 marzo si è tenuta a Parma la conferenza “il 2012 del sociale” in cui, a partire da un’indagine condotta da Redattore Sociale, si è fatto il bilancio dell’anno trascorso e si è cercato di capire cosa ci aspetta nel 2013 a livello nazionale. La discussione si è poi focalizzata sulla realtà della città di Parma, duramente colpita dalla crisi ma anche dagli eventi politici degli ultimi anni. Una realtà che ha però un buon potenziale per uscire dalla crisi grazie ad un tessuto sociale e associativo molto ricco e capace, ma che ha bisogno di essere riconnesso in una comunità d’insieme.

Un welfare malato

Ha aperto l’intervento Stefano Trasatti, Direttore Agenzia Redattore Sociale, che ha presentato una panoramica sullo stato del welfare italiano. Il 2012 è stato un anno deludente per il sociale. Cinque sono stati in particolare “i fatti” più significativi. In primo luogo, la protesta dei malati Sla contro i tagli al fondo per la non autosufficienza. In secondo luogo l’aumento della povertà ma soprattutto della povertà persistente, cioè della popolazione a rischio povertà che lo era anche in almeno due dei tre anni precedenti: secondo i dati riportati nel Rapporto, il 28,4% degli Italiani sarebbe a rischio di povertà ed esclusione sociale, dati in base ai quali l’Italia si posizionerebbe al secondo posto in Europa dopo la Grecia. In terzo luogo, è da ricordare il censimento sui senza dimora, che ha contato più di 50mila persone tra cui, per la prima volta, anche bambini. L’identikit del “senza dimora” appare però oggi molto lontano dallo stereotipo del clochard, anzi, si conta che la maggior parte, se potesse esigere quei diritti fondamentali quali lavoro, casa e servizi, potrebbe tornare rapidamente a condurre una vita normale. Tuttavia si tratta di un settore nel quale lo Stato non fa quasi nulla, delegandolo al volontariato. Altro fatto importante è stata l’approvazione del Decreto Balduzzi sulla sanità, che ha posto importanti restrizioni sul gioco d’azzardo, restrizioni purtroppo ridimensionate rispetto alla prima scrittura a causa dell’opposizione delle lobby del gioco. Un problema poco dibattuto dall’opinione pubblica ma che coinvolge 3 milioni di Italiani. Infine, si registra la continua chiusura di numerose strutture del non-profit. Una situazione ulteriormente compromessa dalla mancata stabilizzazione del 5 per mille, dalla chiusura dell’Agenzia per le Onlus e dalla proposta, per ora rimandata al 2014, di aumentare del 10% l’IVA alle cooperative sociali.

Quali sono state le “occasioni perse” più gravi? Innanzitutto la mancata legge sulla cittadinanza. Nonostante grazie ai pareri positivi espressi dal governo il 2012 sembrasse l’anno del pensionamento dello ius sanguinis, in favore di uno ius soli moderato – più che altro uno “ius culturae” - la questione si è arenata in Palamento, ed è stata demandata alla nuova legislatura. E’ mancato anche un efficace intervento sulle carceri. Con gli effetti, quasi nulli, del “decreto svuota carceri”, l’Italia si conferma il Paese con le carceri più sovraffollate d’Europa: 142 detenuti ogni 100 posti, contro una media Ue del 99,6. Non è stata fatta nemmeno una riforma adeguata per l’inclusione di Rom, Sinti e Camminanti. La strategia nazionale d’inclusione adottata dal governo Monti aveva fatto sperare in un cambiamento di rotta rispetto al Piano Nomadi dell’ex ministro Maroni, ma anche in questo caso non sono stati raggiunti i risultati attesi. Si tratta di numerose questioni rimaste sospese in attesa del nuovo governo ma che, considerata la fase di stallo politico in cui ci troviamo, rischiano seriamente di restare a lungo senza nessuna risposta.

Nel 2012, inoltre, permangono i problemi cronici del welfare nazionale quali: spesa sanitaria troppo elevata ma, soprattutto, non integrata con la spesa sociale; spesa previdenziale eccessiva rispetto alle altre voci della spesa sociale; welfare sbilanciato sull’erogazione di trasferimenti monetari – spesso insufficienti – a discapito dell’offerta di servizi pubblici di assistenza, che vengono delegati alle famiglie - il cui ruolo supplente sta però venendo meno a causa di un impoverimento sempre più diffuso. La spesa pubblica per la disabilità (assegni di invalidità, accompagnamento, ecc.), ad esempio, è in linea con la media europea, ma per i servizi per la disabilità l’Italia è invece ultima e l’assistenza viene scaricata sulle famiglie.

Come se ne esce? L’unica via percorribile sembra quella del welfare generativo, un welfare che sia in grado di rigenerare le proprie risorse insieme alle persone, di produrre servizi che hanno valore sia sociale che economico e di garantire quindi la sostenibilità del sistema (una sostenibilità che, per un welfare concepito come quello attuale, basato sulla fiscalità, appare inesorabilmente condannata). Superare l’approccio burocratico e assistenzialista. Questo presuppone però un vero cambiamento culturale per tutti - dallo Stato al non profit, dal volontariato ai sindacati – e il coinvolgimento diretto degli assistiti, nonché della comunità di cui fanno parte (per ulteriori approfondimenti leggi anche il nostro articolo Una risposta alla crisi del welfare: intervista a Gino Mazzoli, coordinatore nazionale di Spazio Comune).

Superare la frammentazione e ritrovare una comunità coesa

Uno scenario che si presenta difficile anche per le istituzioni, come ha spiegato Laura Rossi, Assessore al welfare del Comune di Parma. La cura del nostro welfare - frammentato e autoreferenziale - di fronte a una drastica riduzione di risorse, passa per l’integrazione degli attori e dei servizi. Innanzitutto tra i soggetti promotori di welfare. Oggi abbiamo categorie isolate che promuovono e reclamano diritti per i propri rappresentati, dimenticandosi dell’insieme, la società. Bisogna invece concepire il welfare ed i suoi utenti come un corpo unico nel quale togliere risorse dove non c’è urgenza e redistribuirle là dove c’è maggiore necessità. Anche la stessa comunità non può limitarsi ad essere spettatrice, ma deve attivarsi per fornire servizi in luogo dello Stato e del privato sociale là dove essi non sono più capaci. Questo non significa smantellare il welfare pubblico - la cui imprescindibilità è stata ribadita più volte durante la conferenza - ma prendere atto che spesso quando emerge un problema, una comunità coesa arriva prima delle istituzioni, soprattutto in una città di medie dimensioni, dove è più semplice fare rete. Tra l’altro gli enti pubblici, costretti dal patto di stabilità – in particolare in una città come Parma, le cui vicende sono note – hanno oggi poco margine di azione a causa dei vincoli di bilancio.

Ma l’integrazione deve passare anche tra i servizi. L’importanza dell’integrazione socio-sanitaria, in particolare, è stata evidenziata da tutte le parti coinvolte. Anche dal Terzo Settore. Cecilia Scaffardi, direttrice Caritas Diocesana di Parma, ha ribadito la necessità di integrare le attività degli enti che si occupano di sociale, di fare tutti un passo indietro in favore dell’utente. Molto spesso ci si trova infatti di fronte all’impossibilità di fornire un aiuto adeguato per la semplice mancanza di coordinazione e attribuzione di competenze chiare tra le istituzioni.

Anche il concetto di empowerment appare oggi fortemente compromesso. “Se non c’è lavoro, com’è possibile riattivare le persone?” chiede l’Assessore Rossi. Il Piano di welfare approvato dal Comune di Parma segna infatti un parziale ritorno all’assistenzialismo, giustificato dalla gravità della situazione economica, che non consente di corresponsabilizzare beneficiari che versano già in condizioni di estremo bisogno. Certo in un patto chiaro di responsabilità che preveda per i beneficiari, una volta usciti dallo stato di emergenza, azioni volte alla propria auto-promozione. Una corresponsabilizzazione che presuppone tuttavia una riforma della normativa vigente, che spesso non permette di impiegare i soggetti assistiti o i volontari – si sta pensando all’istituzione di una Banca del Tempo -, in attività utili per la comunità (manutenzione di alloggi, assistenza, ecc.) a causa di lunghi iter burocratici o impedimenti legali, con evidente spreco di preziose risorse umane.
 

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