GARANZIA GIOVANI /
Gli errori sul lavoro dei giovani
Dei 450 mila iscritti al programma solo 10 mila hanno trovato effettivamente un posto. Colpa di politiche pubbliche troppo frammentate.
25 marzo 2015

Parlando a un gruppo di studenti universitari, il presidente del Consiglio ha riconosciuto che la Garanzia Giovani non è «quella botta di vita che alcuni si aspettavano». Il programma di inserimento lavorativo cofinanziato dall’Unione Europea ha preso avvio quasi un anno fa. A nutrire aspettative erano soprattutto i due milioni e più di ragazze e ragazzi sotto i 29 anni che hanno smesso di studiare e non hanno (né cercano) occupazione. Circa 450 mila giovani hanno seguito scrupolosamente le istruzioni e si sono iscritti sui portali Internet. Dovevano essere intervistati e «presi in carico» dai servizi per l’impiego entro quattro mesi e, soprattutto, ricevere un’offerta di lavoro, di stage, di formazione. Tutto il processo è invece in grave ritardo: sinora la presa in carico ha riguardato meno della metà dei registrati. Le ultime rilevazioni segnalano qualche progresso nei tempi e nei metodi: forse non tutto è perduto. Resta il fatto che solo 10 mila giovani hanno trovato effettivamente un posto di lavoro, di cui appena 1.500 nel Sud.

Questi problemi non sorprendono. Se un anno fa Matteo Renzi avesse consultato gli addetti ai lavori, ben pochi avrebbero mostrato ottimismo. Le difficoltà oggettive in cui versano molte aree e settori del nostro mercato del lavoro e la storica inefficienza dei servizi pubblici per l’impiego erano note a tutti. Soprattutto, era facile prevedere che le Regioni sarebbero andate ciascuna per conto proprio, nel bene (poche) e nel male (molte). Secondo la vigente Costituzione, le politiche attive del lavoro sono di competenza regionale. Una soluzione non infondata sulla carta ma che, col senno di poi, ha dato prova di non funzionare.

I posti di lavoro si creano nei «territori», è vero. Ma in mercati sempre più integrati, a livello europeo o addirittura globale, le politiche pubbliche non possono essere troppo frammentate né servire interessi localistici, quando non addirittura clientelari. Garanzia Giovani è caduta rapidamente in questa trappola. Soprattutto al Sud, una fetta importante ed eccessiva delle risorse disponibili è stata utilizzata per rafforzare le strutture regionali. Invece di preoccuparsi dei giovani in attesa, politici e sindacalisti hanno fatto a gara per assumere o stabilizzare piccoli eserciti di «formatori» locali: tutti preparati? Tutti necessari? È lecito dubitarne. C’è poi un altro problema. Nel modello della flexicurity , l’accesso a indennità e sussidi è subordinato alla partecipazione lavorativa o formativa, altrimenti si disincentiva la disponibilità dei beneficiari (e s’incoraggia il lavoro nero). La Francia e la Germania hanno fatto riforme molto incisive su questo fronte. Noi abbiamo le Regioni, da un lato, e l’Inps, dall’altro, che si parlano poco e male. Il risultato è che non si riesce ad attuare nessuna politica di «condizionalità» tra ricerca di lavoro e prestazioni in denaro.

Che fare? Bisogna cambiare la divisione dei compiti fra Stato e Regioni e istituire un raccordo diretto fra Inps e servizi per l’impiego. Uno dei prossimi decreti delegati del Jobs act sarà proprio su questi temi. L’idea è quella di costituire un’Agenzia nazionale per l’Occupazione a cui attribuire le competenze gestionali ora disperse fra Regioni e Inps, secondo i modelli francese e tedesco. La riforma non potrà essere completa, tuttavia, senza riscrivere il Titolo V della Costituzione e riportare nelle mani dello Stato alcune prerogative decisionali. Matteo Renzi l’ha detto chiaramente: Garanzia Giovani e Titolo V sono fra loro collegati. L’affermazione risponde non solo a chi si lamenta delle lacune delle politiche del lavoro, ma anche a chi si stupisce dell’energia e del tempo che questo governo sta investendo nelle riforme istituzionali.

Il nesso fra regole decisionali ed esiti delle politiche è molto stretto. Se c’interessano i posti di lavoro e la crescita, dobbiamo rassegnarci a «perder tempo» con la Costituzione, le procedure decisionali, gli assetti amministrativi. Anche sotto questo profilo (e in parte proprio a causa di questo) siamo ben lontani dagli standard europei e dobbiamo recuperare terreno. Perdendo tempo oggi, sì, ma riguadagnandolo domani, insieme a una maggiore effettività del governo. Come ha ricordato ieri il Financial Times, in Europa la disoccupazione resterà a due cifre nei prossimi anni, a dispetto del Quantitative easing. Più che una «botta di vita», alle nostre politiche del lavoro serve una scossa organizzativa che imprima un minimo di vitalità. Al servizio dei troppi giovani senza prospettive di inserimento, senza reddito autonomo, senza speranze .

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 25 marzo


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